La saggezza di un idiota: come Dostoevskij ci aveva suggerito di curare la società

I resti di Pompei dopo l’esplosione del Vesuvio, il piccolo fiore che spicca nel Guernica, il quadro del Naufragio della Medusa- sono tutti esempi di tragedie che si trasformano in arte. Esempi di bellezza che redime la distruzione. Sarebbe bello pensare che anche ora, nella nostra attualità, possa bastare così poco per cancellare le brutture che ci circondano. Ma se fosse veramente così? Se la soluzione ce l’avesse già consegnata Dostoevskij nel 1869 con uno dei suoi capolavori?

Homo homini lupus

Come ha mostrato il sociologo Niklas Luhmann, la società odierna è una società “differenziata”, dove i diversi sistemi sociali tendono a operare in modo sempre più autoreferenziale, sempre più chiusi l’uno rispetto agli altri. Si tratta di un processo che indubbiamente ha portato con sé innumerevoli vantaggi materiali e funzionali, come pure un aumento di libertà individuale. Ma oggi ciò che sembra vacillare è proprio la centralità dell’uomo e della sua libertà. Luhamn afferma che “l’uomo non è più il metro di misura della società” ed è questo ciò che costituisce la crepa irreparabile del nostro mondo. La spinta a pensare in maniera non più orizzontale- verso gli altri- ma verticale- dunque verso tutto- sta edificando verso l’alto castelli di edonismo, vacuità e narcisismo che difficilmente si terranno ancora in piedi, e che già vacillano oggi.

La perdita del concetto di “altro” e del rispetto della sua persona, del compiere azioni senza malizia, ma spontaneamente, mossi solo da un puro istinto di “bene” è pura utopia ai nostri giorni, così come lo è stato in passato. Caratteristica sempre costante della razza umana è la spinta a coronare il sogno della propria individualità, anche a discapito degli altri. Ma se fosse proprio la mancanza di sensibilità nei confronti  del non-io ad essere radice di pulsioni e tensioni negative che si riflettono nella nostra società? Come sarebbe davvero il mondo se noi, se tutta la razza umana, mostrassimo della concreta umanità?

 

 

La genialità dell’idiota

“Anche idiota mi credono tutti, non so perché, e in realtà un tempo fui tanto malato, che allora ero proprio simile a un idiota; ma ora che idiota potrei essere, quando capisco anch’io che mi ritengono idiota?”.

Lev’ Nicolaic Myskin è un “idiota”. Non solo perché affetto da epilessia, ma perché è buono, ingenuo, solidale. È considerato per la sua bontà una specie di santo e c’è chi nella sua figura ha rivisto la reincarnazione di Cristo.
Nonostante sia considerato un idiota però, dimostra una sapienza e un’intelligenza addirittura superiore a tutti quelli che lo circondano, poiché egli ama riflettere e ammira il mondo in maniera disincantata, come se si stesse approcciando alla realtà per la prima volta. Attorno a lui si muove una incredibile folla di personaggi che urlano, piangono, gridano il loro dolore pubblicamente. Sono meschini, sono ingenui, sono feriti, sono avidi. Definiscono il principe “idiota” perché se qualcuno lo ingiuria arrossisce di vergogna per la bassezza altrui; perché non sa mentire, e non vuole nemmeno farlo; perché basta lo sguardo accigliato di qualcuno a mandarlo in confusione; perché anziché attendere di essere ricevuto nel salottino dell’anticamera, preferisce intrattenersi con il cameriere e discorrere con lui della pena di morte; perché ha una fiducia illimitata nel prossimo anche se il prossimo sembra impegnarsi al massimo grado per disattenderla. Tutto ciò lo rende un idiota. Sfido chiunque a questo punto a definirlo in altro modo. Eppure questo idiota finisce per diventare il confidente di chi più lo tratta male, attrae irresistibilmente chi lo denigra.

 

La stesura del romanzo terminò nel gennaio del 1869 a Firenze. Una targa al numero 22 di Piazza de’ Pitti ricorda la permanenza dell’autore nel palazzo per quasi un anno.

 

 

 

Dostoevskij ha scritto un romanzo in cui il protagonista è un uomo prekrasnyj,  aggettivo solitamente tradotto come “buono” ma che dovrebbe invece indicare, stando alle traduzioni più fedeli, lo splendore della bellezza. È di questo che ci parla il protagonista, della bellezza salvifica del mondo che ci circonda, anche nelle sue cose più semplici. È da notare poi come Dostoevskij abbia usato nell’opera la parola “mir” che in russo – fatto curioso – ha due significati: mondo e pace.

Il mondo dunque porta già in sé il germe della pace, ma a quanto pare non siamo stati in grado di coltivarlo adeguatamente. Come fare allora? Basterebbe prendere e far propria la celebre lezione del principe, di questo povero stupido convinto che ci sia un po’ di bene in ognuno di noi.

“La bellezza salverà il mondo” e forse se ci credessimo tutti di più sarebbe veramente così.

“La bellezza salverà il mondo” perché da sempre siamo condizionati ed ispirati da ciò che vediamo attorno a noi.

“La bellezza salverà il mondo” perché quando non resterà più niente sarà solo il desiderio di poter plasmare un mondo puro, virgineo, da lasciare in eredità a quell’ “altro” che non sono io, che ci darà la forza di ricominciare e di creare un lascito concreto e duraturo.

È una parola di rivoluzione quella del principe Myskin, la parola di un idiota che tentava di dare una risposta ad un mondo che invece viveva- e che purtroppo vive ancora- di violenza e sopraffazione reciproca. Una parola che andrebbe recuperata, e che potrebbe forse rivelarsi l’arma più vera di cui disponiamo.

“Non passione ci vuole, ma compassione, capacità cioè di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione”

 

Sara Paolella

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.