Basta incubi per Salvini: guida per far sparire gli extracomunitari e viver felici

A cena con un fascio: come una tranquilla cena fra amici si è trasformata in un campo di battaglia, consigli di una liberale per “aiutarli a casa loro”

A cena con un fascio

Set della serata: grigliata a casa di un amico del mio tipo, piatti pieni di carne, una pila di bottiglie di birra abbandonate ad un capo del tavolo.
Personaggi: io, il mio tipo, gli amici di lui ed il padrone di casa.

La me, reduce di una famiglia siciliana ultra cristiana, di un fratello che rimpiange Benito ed un ragazzo che rimpiange Stalin, è inspiegabilmente venuta su atea e liberale e con una legge ferrea da seguire: mai parlare di politica o di fede durante i pasti.
Ma con l’alcool in corpo ed il padre dell’amico (ora salviniano, ma che, al contrario di tuo fratello, non è solo un’idiota che rimpiange i tempi del duce, ma negli anni 70 nella giovanile dell’ultradestra del Movimento di Almirante c’era davvero)  che ti domanda il perché non sia possibile rifondare il partito fascista, è inevitabile iniziare una discussione sugli immigrati.

Perché per lui “a casa loro” sono troppo poco evoluti, vivono ancora in tribù (con le ossa ficcate nel naso), sono cannibali, ma la guerra con i gas in Etiopia è stata tutta propaganda dei vincitori della seconda guerra mondiale e, ciliegina sulla torta (come poteva mancare) “Quando c’era il duce si stava meglio, ha fatto anche cose buone“.

La me liberale tenta per tutta la serata di restar tranquilla e non lanciargli addosso il coltello da grigliata alla mia destra ed, arrivata a casa, detta al suo uomo il proprio mantra: mai più parlare di politica durante i pasti con il padre del suo amico, soprattutto con l’alcool in corpo.

La serata sembra conclusa dopo un ultimo bicchiere di caffè corretto ed un film sul divano, fino a quando …

Bip del telefono, messaggio dal boss: “Mi serve qualcuno per un articolo, IERI È STATA AVVIATA L’UNICA COSA CHE DAVVERO FERMERÀ I BARCONI DALL’AFRICA”

Come già detto, sono atea, ma santa maremma, mi è sembrato d’esser stata colpita dalla luce divina.

Cosa fermerà i barconi dall’Africa?

Questa notizia, di cui parleranno i komunisti del piddì, i professoroni, i dottoroni, i superuovoni, ma non i fascistoni, potrebbe davvero essere una svolta per il continente africano, ma andiamo per gradi, cos’è successo? O meglio: dove ha avuto inizio tutto?

Per noi, il tutto ha avuto inizio alla fine degli anni 50, quando l’Europa pian pianino metteva giù l’ascia dell’astio e si univa verso un sentiero di crescita e sviluppo, cos’era? Il libero mercato, sì, una di quelle boiate che a noi radical chic piacciono tanto.

Se vogliamo andare indietro nel tempo, questo concetto viene pensato un bel pò di anni prima, temprato da Adam Smith e dalla sua mano invisibile.

Cos’è successo in Africa?
Dopo anni di chiacchiericcio e di trattative, l’Africa si apre al libero mercato, come?
Domenica 7 luglio, 54 su 55 Paesi del continente africano, hanno sottoscritto l’AFCFTA (African Continental Free Trade Area), diventerà l’area di libero mercato più grande al mondo.

E voi direte “Grazie tante, ma tutto ciò come può fermare l’immigrazione in Italia?” perché in fin dei conti è questo che tutti vogliamo sapere.

Ora, io non sono un’economista, ma persone più formate di me, che queste robe da radical chic le studiano da prima che io aprissi gli occhi sul mondo, hanno affermato che, inevitabilmente, un sistema che si apre al mercato ed ad un mercato più vasto ha tantissime probabilità e possibilità di andare a cogliere i bisogni delle persone, richiedendo più forza lavoro.

Il mercato (alla base) funziona in un modo semplicissimo, che può essere riassunto in due altrettanto semplici parole: domanda e offerta.

La domanda viene regolata dal bisogno: essenzialmente è la quantità di prodotto di cui c’è bisogno.
L’offerta si basa sulla quantità di prodotto che un’azienda o un privato possono offrire in cambio di un tot valore (soldi).

L’Africa sta aprendo gli occhi sul mondo, e l’ha fatto da sola.

Aiutiamoli a casa loro

Quante volte avete sentito questa frase?

Quante volte l’avete detta?

Quante volte l’abbiamo realmente fatto?

Volete sapere come abbiamo aiutato l’Africa?
Partendo dal Senegal in cui i pescherecci europei, russi, cinesi e chi più ne ha più ne metta, hanno prosciugato negli ultimi 10 anni i mari africani, in cui un milione e mezzo di senegalesi che vivono di pesca tornano a casa con le reti vuote perché l’80% del pesce ce lo siamo portati noi sulle nostre tavole, impoverendo le famiglie e spingendo i disperati verso le coste del Mediterraneo.

O vogliamo parlare del commercio di diamanti?

Lo sfruttamento nelle miniere o nelle riserve di petrolio?

Io non sono un’economista, ma l’Africa è un continente che possiede il 60% di terre arabili non lavorate e il 30% delle risorse mondiali, ma non è mai riuscito a capitalizzarle.

Io non sono un’economista, ma l’area di libero mercato sarà un’enorme occasione di investimentianche esteri, e crescita produttiva.

Io non sono un’economista, ma è un’enorme opportunità per quei Paesi che sapranno tessere relazioni e creare strategie economiche.

Allora, per una volta, mettiamo da parte le belle parole ed aiutiamoli davvero a casa loro, semplicemente dandogli la possibilità di essere umani e non una riserva per le nostre finanze.

Perché solo quando avranno la loro indipendenza economica e sociale potremo smettere di vedere barconi della morte all’orizzonte.

Nel frattempo, si consiglia a tutti i nazionalisti di trovare nuovi hobbies perché, come Salvini insegna, la polemica da spiaggia non aiuta la prova costume ed una partita a beach volley è sicuramente meglio del tiro al barcone.

Alice D’Amico

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