Vice: la storia di un politico spietato

Il film Vice: L’Uomo nell’Ombra  è una biopic che racconta la storia di Dick Cheney, vicepresidente dell’amministrazione Bush, politico senza scrupoli al centro di molte decisioni politiche statunitensi successive ai fatti dell’11 settembre.  La pellicola mostra come Cheney non si sia fatto problemi ad utilizzare l’attacco terroristico di Al Quaeda come giustificazione per invadere l’Iraq, oltre al suo ruolo decisivo nell’autorizzazione di un estremo programma di torture top secret, noncurante dei diritti umani, rivolto alla prevenzione di potenziali attacchi terroristici contro gli USA. Famosa la sua teoria dell’1%, secondo la quale se esiste anche solo l’1% che si verifichi un evento considerabile una minaccia per gli Stati Uniti d’America, questa probabilità deve essere considerata come una certezza assoluta. La riflessione su questo politico ci porta senza dubbio a degli interrogativi di natura etica e morale: la politica ha bisogno di seguire norme morali oppure occorre sacrificare l’etica se questa rappresenta un freno per il fine che vogliamo perseguire? Cerchiamo di capire il rapporto che esiste tra politica ed etica in Vice appoggiandoci al pensiero di due autori che hanno affrontato questo tema in modo decisivo: Niccolò Machiavelli e Max Weber.

Virtù e fortuna nella figura di Dick Cheney

Christian Bale nel ruolo di Dick Cheney (Dagospia.com)

Sicuramente la figura di Cheney possiede diverse caratteristiche che Machiavelli ritiene fondamentali per l’uomo politico. L’ex vicepresidente infatti dimostra di possedere, durante tutta la propria carriera politica, sia ‘virtù‘ che ‘fortuna‘. Con il termine virtù Machiavelli non intende una qualche forma di bontà, ma piuttosto la capacità di saper agire con energia, oltre che con con astuzia, valutando  correttamente le circostanze nelle quali ci si trova.  È celebre a proposito il passo de Il Principe nel quale Machiavelli afferma:”Perché un uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene che ruini in fra tanti che non sono buoni“. Inoltre il principe che intende mantenere il possesso del proprio dominio deve saper simulare o dissimulare, secondo ciò che risulta essere conveniente, una propria bontà d’animo, sacrificando se necessario anche i propri principi etici. Se tutto ciò rimanda al concetto di virtù, Machiavelli propone un altro elemento che determina o meno il mantenimento di un principato: la fortuna. Con questo termine si intende qui la sorte, il caso, la contingenza mutevole dei fatti che può esser causa della rovina anche del più virtuoso tra i principi. L’unico modo per riuscire ad arginare e limitare i danni che una fortuna avversa può causare è, secondo Machiavelli, prendere delle misure preventive contro di essa in “tempi quieti“, cioè prima che essa si manifesti. Solo in questo modo i danni causati da una fortuna avversa possono essere limitati dal principe. Osservando la figura di Cheney possiamo osservare come questi dimostri, durante la propria carriera politica, di possedere sia virtù che fortuna favorevole. Per quanto riguarda la virtù basti pensare alla capacità del politico americano di gestire le alleanze all’interno del Congresso in modo da trovarsi sempre dalla parte giusta del sistema politico americano.  In un modo o nell’altro Cheney è riuscito infatti a mantenere sempre una posizione di potere centrale nel sistema politico USA. Inoltre il film sottolinea anche una fortuna estremamente favorevole verso l’ex vicepresidente degli Stati Uniti durante tutta la propria carriera. Da un lato abbiamo infatti un’innumerevole serie di situazioni politiche favorevoli nelle quali Cheney si trova ripetutamente, indipendentemente dalla sua volontà e dalla sua abilità. Basti pensare, su tutte, alle dimissioni di Nixon per lo scandalo Watergate nel 1972, grazie alle quali il protagonista di Vice riesce ad assumere una posizione di potere centrale nella politica americana. Dall’altro troviamo la sua salute personale: Dick Cheney infatti è riuscito, nel corso della propria vita, a sopravvivere a ben 5 infarti che avrebbero potuto interrompere la sua ascesa, rendendone vana l’abilità politica, la sua virtù machiavelliana. Dunque, come emerge da quest’analisi, sicuramente Cheney ha dimostrato più volte di possedere una grande virtù politica, nell’accezione che ne dà Machiavelli, ma anche di aver incontrato quasi sempre una fortuna a lui favorevole. Secondo il filosofo fiorentino il protagonista di Vice risulta essere perciò in grado di mantenere il proprio potere politico in quanto riesce, in ultima istanza, a mettere da parte i propri principi etici in caso di necessità, oltre a godere di una sorte favorevole. Emerge così una visione nella quale la politica non risulta essere sempre immorale, ma che tuttavia deve esserlo o meno a seconda delle necessità, a seconda della contingenza mutevole dei fatti. La politica va studiata quindi, secondo Machiavelli, in modo amorale: politica e morale si incontrano spesso, ma in quanto dimensioni distinte vanno studiate in modo separato se ne vogliamo cogliere i tratti specifici.

Il politico di professione weberiano

Un altro autore fondamentale che si occupa di politica ed etica è sicuramente Max Weber. Secondo il filosofo e sociologo tedesco occorre in primo luogo definire cosa si possa intendere quando si parla di professione politica. Il politico di professione  può essere definito, secondo Weber, da tre caratteristiche peculiari:

  1. Egli compete e lotta in modo continuativo per conquistare il potere politico o influenzarlo e da questa attività ottiene sostentamento.
  2. Vive ‘di politica‘ o ‘per la politica‘. Chi vive ‘di politica’ ne trae guadagno economico, chi vive ‘per la politica’ possiede una passione, intesa come vocazione, per essa e attorno a quest’ultima costruisce in senso interiore tutta la propria esistenza. Vive per la politica tanto il politico che gode del puro possesso della potenza che esercita quanto chi fa politica per servire una causa ideale che dà senso alla propria vita. È interessante a proposito notare come Weber parli di beruf che in italiano viene tradotto con ‘professione’: il termine però significa, non a caso, sia ‘professione‘ che ‘vocazione‘.
  3. Ha talento e abilità sufficienti per svolgere questo tipo di professione e si mette alla prova per dimostrare di possederle.
Una vignetta che ironizza sulla crudeltà del protagonista di Vice (da Climate Audit).

Se queste sono le tre caratteristiche descrittive del politico di professione weberiano, occorre passare ad analizzare la proposta normativa che ne fa il filosofo tedesco. Innanzitutto un politico di professione deve, secondo Weber, avere passione (intesa come vocazione e dedizione per una causa), senso di responsabilità di tipo etico, e lungimiranza (intesa come capacità di “guardare lontano e da lontano“, riuscire cioè a vedere la realtà in modo spassionato e oggettivo, indipendentemente dalla causa che dà senso alla sua vita e che lo spinge ad agire politicamente). È proprio a questo livello che incontriamo quindi il rapporto tra etica e politica. Secondo questo autore infatti un buon politico deve essere in grado di armonizzare e rispondere a due tipi di etica tra loro contrapposte in modo paradossale: l’etica della responsabilità e l’etica dell’intenzione. La prima richiede di rispondere delle conseguenze prevedibili delle proprie azioni. In poche parole chi segue questo tipo di etica risponderà, a chi gli domanda se il fine giustifichi o meno i mezzi,  che ciò dipende da diverse variabili, ad esempio il fine da raggiungere, i mezzi necessari per raggiungerlo e la situazione in cui ci si trova. Questo tipo di etica è sicuramente quella che meno si distanzia dal pensiero machiavelliano ed è anche quella che Weber sembrerebbe preferire nei suoi testi. Inoltre, sicuramente questo tipo di etica è riconducibile anche all’analisi descrittiva di Weber: è ad essa che generalmente i politici di professione rispondono nel compiere le loro azioni. Tuttavia l’etica dell’intenzione è altrettanto centrale, nonostante questa centralità vada ricercata tra le righe nel testo de La politica come professione. Se l’etica della responsabilità è un’etica di tipo strettamente consequenzialistico, l’etica dell’intenzione può essere considerata senza dubbio di tipo deontologico. Essa infatti stabilisce dei principi che vietano l’utilizzo di determinati mezzi, a prescindere dalla situazione nella quale ci troviamo. Chi segue questo tipo di etica inoltre non si considera responsabile delle conseguenze delle proprie azioni se queste sono considerate buone: se ci comportiamo bene e questo bene genera il male ciò avviene solamente a causa dell’irrazionalità del mondo (“fiat iusticia, pereat mundus“). Essa richiede cioè l’adesione a dei dogmi morali ideali delle cui conseguenze, per quanto male le nostre azioni buone in sè possano generare, non ci dobbiamo preoccupare: l’importante è che si agisce in modo ‘giusto‘. Si parla in questo caso di ‘acosmismo’: l’etica dell’intenzione è dunque un’etica che si pone al di fuori del mondo, che risulta cioè indipendente dalla contingenza dei fatti. L’unica cosa di cui ci si dovrà preoccupare quando si aderisce a essa sarà rispettare i principi che detta, senza preoccuparci di ciò che accade nel mondo conseguentemente, o di eventuali eterogenesi dei fini connessi a ciò. In che senso allora il politico di professione ideale proposto da Weber deve far coesistere due etiche di questo tipo, che sembrano contraddirsi a vicenda in modo irrimediabile? La risposta che ci dà il filosofo tedesco è che il politico ideale dovrà utilizzare principalmente l’etica della responsabilità, ma dovrà rispettare anche l’etica dell’intenzione per poter ambire a realizzare anche ciò che risulta impossibile (e, per quanti fallimenti i suoi tentativi possano generare, continuare lottare per la propria causa) oltre che, sopratutto, per precludere a priori l’utilizzo di alcuni mezzi specifici che, indipendentemente dai fatti e dai fini che ci proponiamo, dovranno essere sempre rifiutati.

Dick Cheney e l’ex presidente USA Bush. Vice ci mostra come il primo sia stato in grado più volte di manipolare il potere presidenziale (da Politicomagazine).

Alla luce della proposta weberiana possiamo affermare che Dick Cheney abbia rispettato, nonostante la crudeltà delle proprie azioni, un qualche tipo di etica? Max Weber sicuramente risponderebbe di sì. Senza dubbio l’ex vicepresidente americano corrisponde alla definizione descrittiva di politico di professione che il filosofo tedesco ci propone. Inoltre non possiamo negare che questo personaggio politico sia stato guidato nelle proprie azioni da una vocazione che dava senso alla sua vita. Basti pensare, a proposito, al monologo finale di Vice, nel quale il protagonista del film si rivolge allo spettatore spiegando i principi che hanno ispirato le sue azioni, ribadendo fortemente la convinzione che queste fossero giuste e profondamente necessarie. Non si può negare neppure che Cheney rispondesse a un’etica della responsabilità. È seguendo questo tipo di etica che l’ex vicepresidente USA orienta la propria azione politica: se il fine è la sicurezza nazionale, un mezzo che viola i diritti fondamentali di coloro che la minacciano può essere accettato. Tuttavia, nelle decisioni di Cheney, manca senz’altro un’etica dell’intenzione che gli impedisca di usare a priori alcuni mezzi, indipendentemente dal fine che si è posto. Cheney è stato quindi sicuramente un politico di professione efficace nel servire la causa che dava senso alla sua vita, ma non possiamo sottoscrivere che l’etica che ha mosso le sue azioni ne faccia un politico di professione ideale o auspicabile.

Jacopo Cecchini

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