Il Superuovo

La morte è davvero così spaventosa? Rispondono “Il settimo sigillo”, Epicuro e Heidegger

La morte è davvero così spaventosa? Rispondono “Il settimo sigillo”, Epicuro e Heidegger

La consapevolezza di dover morire ha sempre suscitato nell’animo umano un forte sentimento di sconforto, ma è davvero così spaventosa la morte?

Henry Wallis, La morte di Chatterton. 1856

“Il settimo sigillo”

Il settimo sigillo è un film svedese del 1957 che racconta la storia di un crociato, Antonius Block. Tornato in Europa dopo un periodo di lunghe battaglie in terra santa all’uomo si presenta la morte che comunica a quest’ultimo la propria decisione di portarlo con se. Antonius, che desidera vivere, decide di sfidare la morte a scacchi per rimandare la sua dipartita. Durante il rinvio concesso dal cupo mietitore il cavaliere e il suo scudiero si imbattono in parecchie persone terrorizzate dall’idea di poter morire a causa dell’epidemia di peste che si sta diffondendo in Europa. La reazione delle popolo è duplice: una parte si infligge dolorose pene corporali nella speranza di riuscire a espiare i propri peccati, l’altra parte, invece, cerca di godere degli ultimi piaceri carnali. Antonius e il suo scudiero assistono poi ad uno spettacolo teatrale messo in scena da una famiglia di saltimbanchi e organizzato dal “manager” e attore Skat, uomo subdolo che durante lo spettacolo abbandona la famiglia fuggendo con la moglie di un fabbro.  Antonius e il suo scudiero si imbatteranno ancora nella famiglia di saltimbanchi e sarà proprio l’incontro con quest’ultima e la visione del forte sentimento d’amore che lega i membri della famiglia a far accettare al cavaliere il suo destino.  Consapevole di dover morire, il cavaliere decide di compiere un ultimo nobile gesto: distrarre la morte per consentire ai saltimbanchi di scappare. Raggiunto il suo castello e ricongiuntosi con la moglie, Antonius gusta un ultimo banchetto prima di essere chiamato a sé dalla morte.

Un frame dal film “il settimo sigillo”

La modernità di Antonius

Iconica scena del film è sicuramente quella in cui Antonius e la morte iniziano la loro partita a scacchi; il cavaliere, infatti, decide di sfidare la morte per cercare di comprendere quanto a lungo potrà resisterle. La sfida con la morte ha certamente un significato metaforico più profondo: Antonius è consapevole di dover morire, ma cerca di ritardare il più possibile il momento in cui dovrà abbandonare la vita terrena perché non è più così sicuro dell’esistenza di quel Dio che per anni era stato una certezza incrollabile e per cui aveva sacrificato gran parte della sua vita combattendo gli “infedeli” in terra santa. Scena cardine di tutta la pellicola è quella in cui il cavaliere decide di confessarsi con un frate, ignaro del fatto che sarà la morte stressa il suo confessore. Durante la confessione non è il frate-morte a porre domande all’uomo, ma è Antonius ad incalzare il confessore con una miriade di domande :<< Perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde tra mille e mille promesse e preghiere sussurrate e incomprensibili miracoli?>>  E’ grazie alle numerose domande poste al frate-morte che emerge la modernità di Antonius: credente “moderno” che non si accontenta più delle semplici spiegazioni che gli vengono imposte dalla fede, il cavaliere mette in dubbio tutto ciò che per lui era sempre stato certo ricercando, per tutto il suo viaggio di ritorno, una risposta alla domanda “cosa c’è dopo la morte?”. Il tempo guadagnato dalla partita a scacchi con la morte servirà ad Antonius per riuscire ad abbandonare la sua disperata ricerca di Dio e ad accettare che il mistero della morte è qualcosa che sfugge e che sfuggirà sempre alla comprensione umana.

La morte tra Epicuro e Heidegger

Sono molte le riflessioni che hanno tentato di far comprendere agli uomini che la morte non è qualcosa di cui doversi preoccupare; Heidegger ed Epicuro sono due filosofi cronologicamente distanti che sono riusciti, all’interno dei loro sistemi filosofici, a rendere inutile la paura della morte. Epicuro, fondatore della corrente filosofica dell’epicureismo, è un filosofo greco vissuto tra il 341 a.C. e il 270 a.C. Secondo la propria visione del mondo la filosofia doveva diventare il mezzo attraverso cui raggiungere la felicità liberandosi da ogni paura. Epicuro descrive quattro paure fondamentali dell’animo umano e una di queste è la paura della morte che viene considerata ingiustificata poiché  “Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi“. Per Martin Heidegger, filosofo tedesco del XX secolo, la morte è qualcosa che sovrasta interamente il genere umano, l’unica certezza che accompagna l’uomo durante il corso di tutta la sua esistenza. Sia Epicuro che Heidegger hanno cercato, attraverso le loro considerazioni, di far comprendere all’umanità come la morte sia un passaggio inevitabile per tutti gli esseri umani, dunque, piuttosto che trascorrere l’esistenza vivendo nella paura di qualcosa che nessuno può evitare è meglio vivere godendo di ogni istante per evitare di avere rimpianti quando il nostro tempo si esaurirà.

 

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