“La Lotteria” è un breve racconto dell’autrice americana Shirley Jackson (1916-1965). Pubblicato nel 1948 sul New Yorker, divenne famoso, fra le altre cose, per la reazione sdegnata e scioccata che suscitò fra il pubblico: e in effetti si tratta di un racconto estremamente scioccante, con un plot twist finale spiazzante e brutale.  Shirley Jackson sta avendo in questo periodo un’ampia riscoperta, anche grazie alla serie Hill House, basata su uno dei suoi romanzi. Le sue storie, particolarmente cupe e inquietanti, hanno avuto un ruolo fondamentale nel fondare il genere horror psicologico, tanto che anche Stephen King la annovera tra le sue fonti di ispirazione. Nei racconti di Shirley Jackson, lo spaventoso e l’ignoto non sono fuori da noi, ma si annidano negli angoli più profondi della nostra psiche e, anzi, stanno a fondamento del nostro essere. Ecco perchè le sue pagine possono essere lo spunto ideale per un’analisi filosofica e antropologica. In questo articolo, partiremo da una lettura del suo racconto “La lotteria” e ci lasceremo accompagnare dal pensiero di René Girard fino al momento più remoto, oscuro e terrificante della civiltà.

****Attenzione: alto contenuto di spoiler****

La Lotteria

In questo paragrafo riassumerò velocemente la trama per capire di cosa si parla, quindi SPOILER ALERT: se volete leggerlo per intero prima – e ve lo consiglio caldamente – cliccate qui

dal fumetto di Myles Shyman

In una cittadina americana, la popolazione si riunisce in piazza per partecipare ad una tradizionale “lotteria” annuale. È una tranquilla mattinata d’estate: i bambini, finita la scuola, giocano insieme. Gli uomini parlano di lavoro e di tasse, mentre le donne vestite a festa chiacchierano e spettegolano. Finalmente viene portata una vecchia scatola nera in centro alla piazza, che contiene i foglietti della lotteria. Anche se tutti sanno come funziona, il direttore della manifestazione spiega che chiamerà le famiglie del paese, e i capifamiglia pescheranno dalla scatola un bigliettino, che non dovrà essere guardato subito. Alla fine del giro, possono rivelare i biglietti. Sono tutti bianchi, tranne quello del vincitore, che ha un cerchio nero nel mezzo. Ma non è un momento felice: inspiegabilmente, la moglie del vincitore, con nervosismo isterico, cerca di convincere gli altri presenti che ci sono state irregolarità durante la pesca. I compaesani cercano di calmarla. La famiglia vincitrice deve rimettere i propri biglietti nella scatola nera, compreso quello vincente. Dopodichè ripescano, uno a testa, un biglietto. E stavolta, con grande orrore, è proprio la moglie a scoprire di aver “vinto”. Viene circondata dai presenti, pure dalla sua famiglia e dai suoi figli, che raccolgono delle pietre sistemate in precedenza e le scagliano contro di lei, massacrandola. E mentre si consuma la lapidazione, la povera donna non può che supplicare “Non è giusto”.

Violenza, religione e sacrificio

Il colpo di scena finale è sconvolgente: quello che sembrava all’inizio una tranquilla festa di paese alla fine si rivela essere uno spietato rituale di sacrificio umano, una pratica disumana sopravvissuta fino all’epoca moderna, anacronistica e perciò ancora più imprevedibile. Cosa ci viene raccontato della Lotteria? Si tratta probabilmente di un rito religioso propiziatorio: il detto “Lotteria a giugno, grano presto abbondante”, ricordato dal vecchio brontolone Old Man Warner, indica che, nelle credenze popolari del paese, esiste un legame causale di tipo magico tra la Lotteria ed un ricco raccolto. Il punto centrale della cerimonia è un sacrificio collettivo a cui partecipano tutti gli abitanti. E la povera vittima, di cui è palese l’innocenza, diventa il capro espiatorio della situazione. Violenza, religione e sacrificio non sembrano essere soltanto frutto dell’immaginazione della Jackson: sono, anzi, tutti elementi su cui si basa la ricerca dell’intellettuale francese René Girard.

René Girard e lo studio del mito

René Girard (1923-2015) è noto per la sua analisi di carattere filosofico e antropologico del fenomeno religioso, che starebbe a fondamento di ogni civiltà. Da La Violenza e il Sacro, portando a supporto delle sue tesi numerosissimi racconti mitici presi dalle più disparate culture umane, egli rintraccia dei pattern comportamentali comuni che ritrova poi in avvenimenti storici realmente accaduti.

Si riscontrano facilmente in quasi tutte le civiltà delle forme di sacrificio religioso: le ecatombi greche, lo yajna hindu, gli olocausti ebraici e molti altri. Perchè, pur appartenendo a culture diverse e distanti, hanno tutte al centro la morte violenta di un animale (o, in qualche caso, di una persona)? La risposta sta in una lettura attenta dei miti, in quanto non sono semplici racconti di fantasia, ma narrazioni di eventi reali rielaborati.

Il mito

Il mito per Girard non è altro che il modo con cui una cultura maschera il linciaggio di un innocente in un momento di crisi sociale: questo sfogo violento contro un individuo a cui vengono attribuite le cause del malessere ha il merito di sanare i conflitti sociali, riportando la pace nella comunità, che si sente appunto rifondata. Il riproporsi delle crisi nella società porta ad altri linciaggi, i quali, a poco a poco, vengono istituzionalizzati in riti sacrificali, sostituendo le vittime umane con vittime animali.

I momenti ricorrenti in cui si snoda questo fenomeno sono quattro.

La crisi

All’inizio c’è una crisi di carattere sociale. Le cause di essa sono naturali o non controllabili: può trattarsi di un’epidemia, di una carestia, di uno stato di guerra. La rovina causa il crollo delle istituzioni, cosa che annulla le differenze gerarchiche. In questo stato, viene a crescere una tensione che sfocia in conflitti violenti fra gli abitanti: è il caos. La società, confusa, si trasforma in una folla indifferenziata, impaurita e pericolosa.

Nei miti delle origini si parla spesso di una situazione di caos: per esempio, nella mitologia greca, prima dell’avvento di Zeus regna uno stato di violenza collettiva fra gli dèi, come raccontato nella Teogonia.

la Sala dei Giganti a Palazzo Te | italiameineliebe.com

Il capro espiatorio

La folla cerca di rimediare a questo stato: “La folla cerca l’azione, ma non può agire su cause naturali”. Quindi cerca una “causa accessibile” da purgare. Inizia perciò un processo di selezione vittimaria. Ad essere scelto è un individuo o una minoranza che si differenzi dal resto della comunità per una caratteristica anomala. Si può trattare di qualsiasi cosa: una disabilità o una deformità fisica, una posizione sociale isolata, lo status di straniero, l’appartenenza ad una religione diversa, un’abilità non comune. La folla non ragiona, predilige gli estremi facilmente identificabili sia nel bene che nel male: la vittima designata può essere un mendicante o un re, un individuo molto bello o molto brutto, particolarmente forte o effemminato.

La vera persecuzione inizia lanciando accuse di comportamenti considerati tabù, impuri e contrari all’ordine cosmico, e che quindi giustificano il bisogno della comunità di liberarsene. Incesto, parricidio, bestialità, pratiche magiche: ogni società ha la sua accusa tabù da cui è impossibile difendersi. Questo tipo di accuse di comportamenti così perversi sono perciò “intermediari tra l’individuale e il collettivo”. Mostruosità fisica e mostruosità morale sono un tutt’uno. La vittima diventa il capro espiatorio della società e su di essa vengono caricate tutte le responsabilità per il caos.

La violenza

Tutto questo alla fine sfocia in un evento violento: il capro espiatorio viene ucciso con un linciaggio. Le modalità di questo omicidio possono essere particolarmente cruente, che vanno dall’essere gettato da una rupe all’essere squartato, e in taluni casi divorato. Particolarmente frequente è la lapidazione, perchè ad essa tutta la comunità può partecipare attivamente. Nel mito di Apollonio di Tiana, ad esempio, il mendicante ritenuto responsabile della peste di Efeso viene lapidato fino ad essere ricoperto dalle pietre.

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La folla si sfoga sul malcapitato e ritrova in questo gesto l’armonia perduta, oltre alla convinzione di aver purgato la società dai mali. Il linciaggio del capro espiatorio ha effetto sui rapporti umani, ma non sulle cause esterne della crisi. Tuttavia, ogni crisi è destinata a risolversi naturalmente: le epidemie si esauriscono, le economie si ristabiliscono, le guerre finiscono. Eppure la popolazione crede che sia stato il suo gesto violento ad aver ristabilito l’ordine. “Il linciaggio della vittima acquistò un significato fondatore, perché dal suo sacrificio nasceva, o in un certo senso rinasceva, la comunità, unificata e riconciliata”: alla vittima, prima considerata causa di tutti i mali, nel tempo vengono attribuite qualità divine, perchè l’effetto pacificatore fondante viene da essa. Il capro espiatorio diventa anzi la divinità fondatrice della comunità. “Universalmente odiata in principio, la vittima, in ragione della sua forza riconciliatrice, assumerà presto le sembianze di un salvatore.

Il mito descrive in modo ingenuo e accettabile questo evento fondatore parlando del nuovo dio senza accennare alla violenza. Per esempio, a Tikopia nelle isole Solomon si racconta il mito di Tikarau: invitato dagli dei ad un banchetto, Tikarau viene sorpreso a rubare, e nella fuga dagli dei che lo inseguono giunge in cima ad un promontorio, da cui spicca il volo. Il cibo perduto da Tikarau diventò il cibo degli uomini. È facile ritrovare nel “volo” un modo mitico per spiegare il lancio del capro espiatorio in mare.

Il sacrificio

L’uccisione del capro espiatorio è quindi un vero e proprio sacrificio: un sacer-facere, un rendere sacra la vittima. Le crisi però possono reiterarsi: il sacrificio diventa necessario per il suo effetto pacificatore, ma al tempo stesso si raffina e si arricchisce di significato spirituale.

Per proteggere la comunità, ad una vittima umana si sceglie una vittima sostitutiva, come un animale o un’offerta.

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Il religioso perpetua e rinnova il meccanismo vittimario e allontana la violenza dalla società: “Il rito è la ripetizione di un primo linciaggio spontaneo che ha riportato l’ordine nella comunità perchè ha ricreato contro la vittima espiatoria e attorno ad essa l’unità perduta nella violenza reciproca”.

Capri espiatori nella storia

Girard pone al fondamento di ogni civiltà il linciaggio di un capro espiatorio innocente. Tuttavia, il meccanismo vittimario per risolvere una situazione di crisi non riguarda soltanto la religione, ma è un fenomeno che nella storia si è ripetuto più volte. Girard cita per esempio le persecuzioni degli ebrei del XIV secolo raccontate da Guillaume de Machaut, la “caccia alle streghe” nei Paesi protestanti, i linciaggi degli untori durante la peste di Milano raccontati nella Storia della Colonna Infame di Manzoni, l’accusa mitica di incesto nei confronti della regina Maria Antonietta durante il processo. Anche l’olocausto nazista sembra essere frutto della vittimizzazione di innocenti.

Lotterie e capri espiatori oggi

Per quanto non avesse potuto leggere i libri di Girard (La violenza e il sacro è del 1972), la Jackson ne “La Lotteria” descrive perfettamente un fenomeno girardiano. All’origine della Lotteria, possiamo perciò immaginare una carestia che provoca una crisi sociale. Questa scatena la caccia di un capro espiatorio, che viene scelto e lapidato. Gli effetti benefici immediati, uniti ad un probabile riproporsi della carestia, portarono gli abitanti ad istituzionalizzare il sacrificio in un rito vero e proprio.

L’aspetto più drammatico della Lotteria è il fatto che se ne è perso quasi completamente il significato originario. Si tratta di una tradizione ripetuta ciecamente, trasformandosi in un gesto di violenza insensato. Forse, viene celebrata ancora, più che per dovere, per il piacere catartico che il linciaggio provoca: aspetto che si ritrova chiaramente nell’analisi di Girard.

Ma Shirley Jackson parla di questo racconto come uno “specchio della modernità”: ancora oggi come allora, infatti, il desiderio di violenza collettiva contro l’emarginato è una presenza strisciante nella società. Il bullismo nelle scuole, le shitstorms sui social networks, il razzismo sempre più feroce nei confronti degli stranieri: cambia la forma, ma non la sostanza. Basta una minima provocazione per sentirsi giustificati a “scagliare la prima pietra” e a dare inizio al linciaggio.

E allora, cosa possiamo fare per impedirlo? Semplice: opponendosi all’istinto primordiale con la riflessione, con la pietà, con l’educazione. L’epoca contemporanea ha tutti gli strumenti culturali, giuridici ed etici per far fronte alla violenza cieca. Impariamo ad usarli e potremo illuminare, così, il lato più oscuro dell’animo umano.

Federico Mandelli

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