La Llorona: furia, vendetta, rimorso e punizione. Cosa accomuna un demone alla Medea di Euripide?

L’universo cinematografico di The Conjuring introduce, con il suo ultimo film, un nuovo personaggio: la Llorona. Le origini di questa figura folkloristica sudamericana ricordano la Medea di Euripide.

Artwork Dolby Cinema di “The curse of La Llorona”, diffuso da New Line

 

Come può una madre macchiarsi della più turpe delle colpe, uccidere i propri figli? Questa è probabilmente la prima domanda che verrebbe in mente a chi, ascoltando in maniera distaccata la vicenda di Medea o de La Llorona, potrebbe sentirsi in diritto di giudicare l’atto dell’uccisione della propria prole, ritenendolo frutto, nel migliore dei casi, della follia. Le vicende di queste due donne, entrambe facenti parte di una mitologia, quella greca e quella sudamericana, iniziano in maniera simile: una famiglia apparentemente felice, un uomo, una donna, dei bambini. D’un tratto, per motivi di banale convenienza che nulla hanno a che vedere con l’amore, l’abbandono dell’uomo in favore di un’altra donna. Da qui, la disperazione, la rabbia, la furia cieca e, alla fine, l’assassinio, messo in atto pur di ottenere la disperazione di colui che le ha lasciate. Ma le conseguenze per le due donne sono ben diverse. Medea rivendicherà fieramente la propria decisione come una giusta risposta all’ingratitudine ed all’indifferenza di Giasone, esponendo i cadaveri dei bambini dall’alto del carro solare che, da Corinto, la porterà ad Atene. Ma un destino ben più oscuro attende invece la Llorona, la quale, divorata dai sensi di colpa, si lascerà annegare nello stesso fiume in cui ha affogato i suoi figli. La sua anima, corrotta dalla rabbia, dal desiderio di vendetta e dall’atroce rimorso, sarà costretta a vagare per l’eternità, alla cieca ricerca di anime di fanciulli, le quali finiranno affogate dalle sue lacrime demoniache.

 

LA FURIA VENDICATIVA

In una delle primissime scene del film, diretto da Michael Chaves, la Llorona è presentata come una madre amorevole che gioca con i suoi bambini, in una calda e serena giornata in una prateria messicana. Il tradimento, l’abbandono del padre dei bambini per un’altra donna non viene mostrato ma soltanto raccontato dai personaggi nel corso del film. Ciò che invece vediamo, anche se non in maniera troppo esplicita, è la morte dei due bambini, una scena che Euripide, in osservanza alla tradizione tragica di cui faceva parte, preferì non mostrare.  Durante quella scena, nel film, la Llorona, ancora umana, viene osservata per qualche istante da uno dei suoi figli, mentre l’altro viene affogato: è fradicia ed il suo volto è coperto da un velo. Non proferisce una singola parola, non risponde ai richiami del bimbo che, esterrefatto, la fissa, si muove come un animale predatore colto nell’atto di divorare una preda. Ora, questo film non brilla certo per originalità e per regia, tuttavia presentare in questo modo l’uccisione dei figli risulta estremamente efficace. La Llorona è in preda alla furia cieca, il suo unico, animalesco pensiero è quello di provocare un immenso dolore al padre dei suoi due pargoli, senza preoccuparsi delle conseguenze personali di tale gesto. Gesto che, pur con la stessa estrema emotività, viene eseguito in maniera molto più ragionata da Medea nella tragedia euripidea. Inizialmente divorata dai dubbi sulla legittimità del gesto, la maga della Colchide, tesse una vendetta tanto raffinata quanto brutale, distruggendo non soltanto l’animo di Giasone ma oscurando il futuro di tutta la città di Corinto, che si ritroverà senza re (il sovrano resta ucciso nel tentativo di salvare la figlia, promessa sposa di Giasone e, quindi, prima vittima di Medea) e senza eredi al trono. Una prima differenza tra le due vicende emerge qui, in quanto la furia e la vendetta sono ben separate e distinte in Medea. L’una segue l’altra. Ma per la Llorona parliamo di un’unica, violentissima emozione, una furia vendicativa, molto più “umana”, molto più semplice e decisamente meno ragionata. Una spada affilata fino alla perfezione con l’intento di provocare quanta più distruzione possibile, contro una rude clava afferrata all’ultimo secondo.

 

Il RIMORSO

Un’emozione, il rimorso, purtroppo svariate volte più devastante della disperazione causata dall’abbandono, alla quale, comunque, non si sostituisce ma si somma. La Llorona piange tutte le sue lacrime, tant’è che queste, diverranno il suo simbolo, il segno che il demone è nei paraggi. Il film si apre con una struggente e malinconica versione di “Arrorro Mi Niño“, popolare ninna-nanna sudamericana. Le note, pesanti ed insolite per un brano così “leggero”, provocano fin da subito un senso di inquietudine nel cuore dello spettatore, facendolo entrare, se possibile, in empatia con il personaggio che canta, costretta per l’eternità a ripetere l’atto che le fece perdere la sua stessa umanità. Ma non vi è alcun rimorso per Medea, la quale, come già detto, esporrà invece con fierezza i corpi dei suoi figli davanti agli occhi atterriti di Giasone. In questo modo Medea completa la vendetta che la Llorona lascia sostanzialmente aperta, lasciando che essa le si ritorca contro. Un personaggio più forte ed uno più debole, dunque? Forse. Oppure una freddezza d’animo, acquisita dagli eventi o semplicemente emersa dalla latenza, che solo una delle due donne sembra possedere e mettere a frutto. Una freddezza ( o una forza) che, da una parte mette la donna prima della madre, dall’altra prorompe nella storia con una forza distruttrice che davvero difficilmente lascia impassibile lo spettatore e non lo induce a giudicare.

 

LA PUNIZIONE

Ironicamente, paradossalmente, sarà proprio colei che fra i due personaggi è distrutta dal dolore sia prima che dopo l’assassinio, a subire la sorte più triste. La Llorona diviene una creatura intrinsecamente malvagia, senza coscienza e costretta a ripetere per l’eternità l’atto che l’ha condannata ad una natura demoniaca. Medea, d’altro canto, conserva i suoi poteri magici ed il favore divino (abbandona Giasone allontanandosi sul carro del dio Sole) e persino la possibilità di ricominciare in un’altra città, Atene, sotto la protezione dello stesso sovrano. Euripide giudicava colpevoli entrambi i personaggi della tragedia, “accusando” Medea di essere consumata dalla vendetta e dall’odio e Giasone di essere un freddo calcolatore, gravato dall’ingratitudine verso la donna che lo aveva aiutato a raggiungere i suoi scopi, donna che, alla fine della storia è stata chiaramente usata quanto lo sarebbe stata la nuova sposa di Giasone. Eppure, nonostante il giudizio dello stesso tragediografo, Medea lascerà la scena sostanzialmente intoccata. Probabilmente, possiamo trarre un messaggio dal paragone tra queste due storie: iniziare qualcosa di più grande del proprio animo spesso porta a nefaste conseguenze personali. La fermezza d’animo, stando ad Euripide, può invece condurre anche il più turpe dei personaggi verso un finale che, se definire lieto sarebbe indubbiamente di cattivo gusto, potrebbe dirsi almeno migliore di quello di Giasone e de La Llorona.

Tiziano Attivissimo

La Llorona in una scena del film

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