La lingua che parliamo cambia il modo in cui pensiamo?

Parlare sembra la cosa più banale e naturale del mondo, impariamo da bambini, ascoltando i nostri genitori, nonni e via dicendo. Ci abituiamo ad associare un suono ad un significato e quel significato ad un concetto. Così creiamo il nostro mondo, così diamo un orientamento alla nostra esistenza, attraverso nomi che rimandano ad oggetti, suoni che rimandano ad immagini. Pensiero e linguaggio sono quindi interconnessi, il linguaggio esplicita il pensiero, è la sua matrice epistemologica, non possiamo formulare concetti senza parole per esprimerli. Se tutti nel mondo parlassimo la stessa lingua, vivremmo tutti in un unico modo? Pensiamo in dipendenza della lingua che parliamo? Non sarà forse la lingua la matrice della diversità? Linguaggio

Lingua che vai pensiero che trovi

La concezione della realtà che ci circonda viene plasmata dal modo in cui intendiamo gli oggetti che la compongono? E’ una domanda antica come il mondo, su cui si è dibattuto a lungo. “Una rosa anche con un altro nome avrebbe un profumo altrettanto dolce.” Scrive Shakespeare, evidentemente contrario alla dipendenza del pensiero dalla parola. “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo.” Dice invece Wittgenstein, che nel suo Tractatus logico-philosophicus si sofferma molto sulla questione linguaggio-pensiero. Fino a poco tempo fa non c’erano prove esaustive per dare adito all’una o all’altra concezione ma, grazie al lavoro di studiosi e scienziati, tra i quali riporto l’intervento della Professoressa Lera Boroditsky alla trasmissione televisivo-divulgativa TED talks, possiamo dire quasi con certezza che linguaggio e pensiero sono in un rapporto di inter-dipendenza. La Boroditsky parla di una tribù di aborigena, i Kuuk Thaayorre, e della loro particolarità di non usare le parole destra e sinistra nella loro lingua e parlare semplicemente in termini di punti cardinali: una frase come “Sposta quel libro a destra, in basso” diventa “Sposta quel libro a Sud-ovest”. Il semplice “Ciao” è, per loro, un “Dove stai andando”, tutta la loro realtà è scandita da riferimenti cardinali. Concepiscono addirittura il tempo in termini spaziali! Se devono ordinare cronologicamente qualcosa, lo fanno a seconda della loro posizione spaziale: se posti a nord ordinano l’oggetto preposto da destra a sinistra, se a sud da sinistra a destra. Per i Kuuk Thaayorre il tempo è determinato dal territorio, un modo di ragionare decisamente differente dalla nostra normale concezione. Un’altro fatto interessante riguarda popoli più vicini a noi. Una parola comune come ad esempio ponte’ in tedesco è di genere femminile, in Spagna maschile, in Russo addirittura neutro. In Germania un ponte viene associato ad aggettivi come ‘bellissima’, longilinea’, ‘slanciata’ ; potresti sentire un tedesco dire “Quanto è slanciata oggi questa ponte! per uno Spagnolo sembra una traduzione assurda, abituato ad associare il ponte a qualcosa di solido, forte… Figuriamoci un Russo! Ciò comporta una diversa caratterizzazione dell’oggetto e un diverso modo di intenderlo nella realtà, ergo un differente modo di pensare. La lingua influenza radicalmente il pensiero, immaginate una tribù che non abbia parole per definire i numeri, non avrebbe accesso alla matematica, oppure che non abbia termini per i colori, cosa sarebbero per loro? Linguaggio

Il Tractatus di Wittgenstein

Nel Tractatus logico-philosophicus Wittgenstein affronta proprio il problema della dipendenza e della connessione che si interpone tra il pensiero e il linguaggio, affermando che le strutture di quest’ultimo sono identiche a quelle della realtà. Secondo Wittgenstein “Le proposizioni della logica descrivono l’armatura del mondo, o piuttosto, la rappresentano”. Esse descrivono stati di cose, e rappresentano la realtà in quanto esse sono immagine di questa. “La proposizione è un’immagine della realtà: Infatti io conosco la situazione da essa rappresentata se comprendo la proposizione. E la proposizione la comprendo senza che me ne si dia il senso”. Conoscendo i significati dei termini che compongono una proposizione ne cogliamo il senso immediatamente, senza bisogno di ragionamenti, come quando, allo stesso modo guardiamo una figura e ne capiamo il significato per intuizione. Questo è deducibile dal fatto che per spiegare il senso di una proposizione dovremmo ricorrere ad un altra proposizione e ci insinueremmo in un circolo vizioso senza fine. Tutto, sostiene Wittgenstein, è riducibile al linguaggio, è definibile tramite proposizioni, tutto tranne la relazione tra il linguaggio stesso e il mondo, tale relazione ” si mostra e che perciò non è rappresentabile” nella misura in cui essa è autoevidente. Non si può parlare di mondo indipendentemente dal linguaggio, non esiste realtà senza la sua rappresentazione, che non è che il linguaggio stesso, in questo senso Wittgenstein pronuncia la frase “I limiti del linguaggio sono i limiti del mio mondo”. La prospettiva wittgensteiniana si rovescia circa vent’anni dopo e prende una direzione totalmente contraria a quella del Tractatus che si riassume nell’espressione “Il significato è l’uso” che svuota la parola di quella potenza costitutiva che la aveva caratterizzata in precedenza e la limita all’uso e al contesto. A noi interessa la prima definizione di linguaggio proposta da Wittgenstein e la sua coincidenza con le teorie della Prof.ssa Boroditsky su quello che lei stessa definisce relativismo linguistico, ovvero la determinazione delle strutture del reale a partire dalle forme del linguaggio.

“La mente umana – dice la Boroditsky – non ha inventato un solo universo cognitivo, ma 7.000, essendoci nel mondo 7.000 lingue parlate”. E non è finita qui, possiamo crearne di nuovi, la lingua è “una creatura viva”– in divenire- “che possiamo plasmare e adattare alle nostre esigenze.”

Samuele Beconcini

 

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