La giustizia esiste veramente? La dicotomica risposta sciasciana al caso Montante

Vedi alla voce giustizia: Antonello Montante e Leonardo Sciascia.

Il primo è un imprenditore, l’ex numero uno di Confindustria Sicilia, condannato a quattordici anni per corruzione, truffa e traffico di influenze illecite. Il secondo è una delle personalità più incisive e significative del Novecento culturale italiano, nevroticamente ossessionato dai temi della giustizia, del diritto e del potere.

“Sistema Montante”

“Esattamente due anni fa, il 19 marzo 2019, la commissione antimafia approvava la relazione sul “sistema Montante”.

Si esprime così, il presidente Claudio Fava, dopo aver appreso che il lavoro, meritorio, delle Procure ha trovato riscontro in quello anticipato dalla politica. L’avviso di conclusione indagine della seconda tranche dell’inchiesta della procura di Caltanissetta, firmato dall’aggiunto Gabriele Paci e dai sostituti Davide Spina e Claudia Pasciuti, ha stretto nella morsa il “sistema Montante”. Oltre al direttore, promotore e organizzatore, gli “asserviti” iscritti nel registro degli indagati sono tredici. Tra questi, l’ex presidente della Regione Rosario Crocetta; Alessandro Ferrara, dirigente generale alle Attività produttive e due assessore, nominate dal governatore ad un settore cruciale per Montante: Linda Vancheri, e dopo le dimissioni, Maria Lo Bello, vicina all’imprenditore siciliano stesso; Vincenzo Savastano, uno dei vertici delle forze dell’ordine. I coadiuvanti sottomettevano l’interesse pubblico a quello particolare, con favoreggiamenti e persecuzioni a scapito degli invisi, in cambio di altri favoreggiamenti. Se ne citi uno solo, forse il più eclatante: secondo i pm Rosario Crocetta, in cambio di favoreggiamenti come quello succitato, ha ricevuto 400mila euro per la sua campagna elettorale del 2012, duecento dei quali provenivano da Montante e ha evitato “la diffusione di un video a contenuto sessuale che lo ritraeva in atteggiamenti intimi con minorenni tunisini”. Un’accusa pesantissima a cui Crocetta ribatte immediatamente con il termine “gossip”, e aggiunge:

“La macchina per creare il mostro da sbattere in prima pagine si è messa in moto”.

“Congegno indiavolato”

Crocetta è stato piegato dalla stessa “macchina” di cui è stato esecutore.

“[…] nelle pagine di quella relazione veniva plasticamente ricostruito un sistema pervasivo che piegava la macchina amministrativa e il governo della Regione siciliana agli inqualificabili interessi di pochissimi”.

Continua così l’intervista a Claudio Fava. Prima di loro, Leonardo Sciascia, e ancora prima dell’intellettuale tout court, Luigi Pirandello, anche se con accezioni diverse. Sciascia e Pirandello giudicano la macchina giudiziaria come un “congegno indiavolato”: essa si guarda bene dal condannare i signori e stritola e azzanna i malcapitati. I temi della giustizia e del diritto suscitano sconforto in Sciascia nella stessa misura in cui esiste una mancata coincidenza tra quella che dovrebbe essere un’aspirazione ideale nobile, e una legge tentacolare, farraginosa e cavillosa, perché degenerazione del potere. È il potere la vera ossessione di Sciascia, il tarlo che scava gallerie all’interno della sua ragione, destinata a naufragare. Credere nel diritto è l’eresia di Sciascia. L’autore de Il giorno della civetta considera la legge della Repubblica come il chirurgo considera il bisturi: uno strumento da usare con precauzione. Il suo auspicio corrisponde con la necessità di un corpo di magistrati di alto profilo. Il “ma” è costituito dal “congegno indiavolato”. Le etichette dicotomiche che hanno fatto di Sciascia un personaggio ambivalente sono, però, almeno due: accanto a quella di eretico-credente, quella di illuminista-giusrealista.

Giusformalismo

Il formalismo giuridico, o giusformalismo è il contrario del giusrealismo; è l’ambito mentale dei giuristi, e non, che esasperano la forma a discapito della finalità, considerato da Sciascia, nella sua forma più disperata, un’antologia tipica di noi siciliani, siciliani che convivono con una realtà mafiosa. L’interpretazione possibile di un’associazione a delinquere è il paradossale rovescio di un profondo bisogno di giustizia negato. Sciascia, in un certo qual modo, coniuga il drammaturgo agrigentino e il francese Voltaire, surclassando Rousseau, in aggiunta al fascino che subiva dalla Rivoluzione francese, “il più grande atto rivoluzionario del mondo”. Sciascia non vuole accendere un cero sotto la statua della Giustizia, ma vuole illuminarla per evidenziare le crepe del potere. Eppure, scriverà della giustizia sempre in minuscolo e in chiave laica perché fatta da uomini in carne ed ossa. Nella produzione letteraria sciasciana il connubio arbitrio-giustizia si traduce ne Il giorno della civetta e nella figura dell’ispettore Rogas, protagonista de Il Contesto. Una parodia. Giudici che si son graffiati facendosi la barba. Giudici che hanno bevuto un buon caffè. Giudici che abbracciano il loro ruolo sentendosi simili a Dio sono anche personaggi di Morte dell’inquisitore e Il Consiglio d’Egitto. Ma la giustizia è di un altro mondo, dice Sciascia. Come, allora, può esistere? La risposta al quesito, apparentemente aperta, potrebbe trovare sollievo nel modo in cui si risolverà il caso Montante, la cui verità certa e perpetua è stata pronunciata da chi ancora non la conosceva:

“La mafia […] non sorge e si sviluppa nel “vuoto” dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma “dentro” lo Stato.” (L. Sciascia)

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