Il disagio esistenziale fa parte dell’essere umano. Perché c’è questa errata convinzione che a galleggiare nello spleen siano solo i maledetti del XIX secolo?

Veniamo al mondo senza averlo chiesto, senza sapere lo scopo della nostra esistenza. Corriamo, sbattiamo da una parte all’altra come una pallina da flipper, cercando spasmodicamente la totalizzazione.
Coraggioso è chi annega nel suo vuoto, chi si rende conto di esistere e che non conosciamo la ragione della nostra esistenza, lo scopo che abbiamo su questa Terra. Quante volte ti sei sentito fuori luogo?
C’è un filo che collega il passato col presente, che ci fa capire che il disagio esistenziale è una caratteristica comune negli uomini di ogni tempo; da Baudelaire a Ernia.
Spleen, Baudelaire (1857)
Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l’horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;
Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l’Espérance, comme une chauve-souris,
S’en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris;
Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D’une vaste prison imite les barreaux,
Et qu’un peuple muet d’infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,
Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrément.
– Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l’Espoir,
Vaincu, pleure, et l’Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir
Baudelaire ha la grande capacità di trasmettere al lettore le sue sensazioni rendendole tangibili anche a distanza di due secoli. Grazie a questo testo, contenuto nella raccolta “Les fleurs du mal”, è facile comprendere la sensazione di vuoto, oppressione e tedio che gli causano il vivere nella società francese del XIX secolo.
Un disagio esistenziale dal quale è possibile fuggire solamente con lo stordimento dei sensi, fuggendo in paesi esotici o con dell’eros sfrenato. Queste pratiche (molto diffuse tutt’ora nella nostra società) danno però un sollievo momentaneo al dolore che affligge la mente dell’uomo.
Il modellamento del dolore così concreto, tangibile e incurabile è l’unico rimedio alla sofferenza. Non viene suturata la ferita, viene mostrata, resa eterna: diventa arte. Ciò che Baudelaire fissa in un foglio diventa poesia; la poesia che deriva dal suo abbandono totale allo spleen, che non è altro che una presa di coscienza della realtà.
Leggere i poeti maledetti non è curativo ma può essere un palliativo. Ci fa comprendere che non siamo i soli a percepire il vuoto che ci accompagna dal primo respiro all’ultimo e che la vita è quel lasso di tempo che trascorre fra l’inizio e la fine. Niente di più, niente di meno.
Perché per loro è Arte l’oblio della realtà ed è testimone del tormento dell’uomo.

Spleen, Ernia
Arriva un momento nella vita
Durante il quale ci si inizia a sentire insoddisfatti
Come schiacciati da un coperchio verso il basso
E questo accade quando ogni traguardo che tagliamo
Non si manifesta così soddisfacente come ci aspettassimo
Ogni obiettivo non riesce a completarci
Così corriamo e corriamo verso il prossimo
Ed è proprio mentre corriamo
Che iniziamo a temere che il tempo che
C’è stato concesso non sia sufficiente
Per sentirci veramente realizzati
E che la realtà è che si sia destinati
A correre senza alcuna meta, per sempre.
Matteo Professione, in arte “Ernia”, ha racchiuso in neanche un minuto di canzone totalmente parlata la condizione dannata dell’essere umano, la continua ricerca di un qualcosa di indefinito per sentirsi finalmente vivi.
Quanti Matteo Professione ci sono su questa terra?
Ve lo dico io: circa 7 miliardi di persone. Migliaio più, migliaio meno.
È la dannazione dell’uomo che ha tempo di pensare. Una presa di coscienza che, nostro malgrado, ci porta a comprendere che niente ci entusiasma e ci appaga totalmente.
Nulla più ci entusiasma; ecco il tedio profondo
Ogni volta che raggiungiamo un obiettivo comprendiamo che esso non è altro che un espediente per colmare un vuoto che non ha una fine, come se volessimo riempire un bicchiere che però è bucato sul fondo.
Niente più smuove la tua anima quando arrivi alla consapevolezza che ogni azione che compi è fine a se stessa. Dannato è quindi colui che capisce che niente ti farà provare il tanto desiderato piacere totalizzante, ma la speranza quasi illusoria che un giorno la quiete arriverà è il motore di chi ancora non si è arreso.
Ogni persona percepisce lo spleen in maniera diversa e il mondo semplicemente si divide fra chi sa dare un nome a queste sensazioni e chi invece le ignora.
Siamo quindi condannati ad una vita fatta di piccole conquiste, momentanee soddisfazioni e successivo senso di vuoto? La vita è solo una corsa verso degli obiettivi che si susseguono l’un l’altro fino alla fine dei nostri giorni?
È quindi la morte il piacere?
Certamente se fosse il cessare delle sofferenze l’unico piacere totalizzante il premio non ripagherebbe l’attesa.
O forse sì?