Il Superuovo

L’uomo tende naturalmente ad essere malvagio? Kant direbbe di sì

L’uomo tende naturalmente ad essere malvagio? Kant direbbe di sì

Aggressioni, stupri, risse e chi più ne ha più ne metta. Sono diventati fenomeni quotidiani e questo terrorizza, si vive nella paura, nella paura dell’altro, l’altro che è come noi, uomo. Una condizione di scetticismo e sfiducia generale reciproca nella quale vige il motto ‘fidarsi è bene non fidarsi è meglio’ e dove si palesa l’egoismo sfrontato e l’assenza di empatia. Forse Hobbes aveva ragione: l’uomo è davvero ‘homini lupus’…

Sono le quattro di mattina quando, a Lanciano, in provincia di Chieti, Carlo Martelli (69 anni) e Niva Bazzan vengono aggrediti, pestati a sangue e derubati da quattro banditi. Intervistato dall’ospedale del paese, l’ex chirurgo racconta i momenti di terrori vissuti la notte precedente: «davvero a un certo punto ho pensato che ci avrebbero ammazzato». Un’ora di pugni e percosse per i due coniugi, alla donna un lobo tagliato, all’uomo un trauma facciale, illeso fortunatamente il figlio disabile. Tutto perché negavano la presenza di una cassaforte che in casa non c’era davvero, ma la diffidenza dei ladri non si smentisce e per Carlo e Niva non c’è stato niente da fare. «Dateci le carte di credito con i rispettivi codici e se mentite vi tagliamo a pezzi» minaccia il presunto capo, che, per fortuna, ha ottenuto quello che voleva. I due ora sono ricoverati all’ospedale e torneranno a vivere nella villa dove sono sempre stati, vicini al fratello di lui e alla madre, con la paura e la rassegnazione nel cuore per un atto così inspiegabile e crudele. «Erano cattivi, tanto cattivi. Uno solo parlava e in un perfetto italiano, gli altri muti, avevano tutti i guanti ed erano ben vestiti, ricordo il particolare delle scarpe, erano scarpe classiche, costose. I volti coperti, si vedevano solo gli occhi. Gli occhi di persone cattive».

Perché succedono cose del genere? Perché siamo costretti al terrore e all’insicurezza? L’uomo è davvero cattivo? Domande queste a cui si cerca di rispondere da sempre e che rimandano ad un concetto che viene spesso banalizzato o, il che è peggio, dato per scontato.

Il problema dell’origine

Nel suo senso più ampio, male è tutto ciò che arreca un qualche tipo di danno, fisico, morale o psicologico che sia. Filosoficamente è un concetto di un peso decisamente notevole e viene analizzato come problema etico in quanto è inspiegabile la sua esistenza nell’ottica di un mondo razionalmente concepito. La soluzione di tale problema può prendere o direzione teologica e religiosa, analizzando il concetto in riferimento alla perfezione di Dio contrapposta all’imperfezione dell’uomo, dotato di libero arbitrio e responsabile delle sue azioni, a partire dal racconto di Adamo ed Eva oppure focalizzare la questione in maniera prettamente ontologica. Queste due vie tuttavia sono, a ragion veduta, conciliabili e spesso si implicano a vicenda, Epicuro, per esempio, si interroga sull’origine del male e sul perché il divino non ne impedisca l’attuarsi, ‘La divinità o vuole togliere i mali e non può o può e non vuole o non vuole né può o vuole e può. Se vuole e non può, è impotente; e la divinità non può esserlo. Se può e non vuole è invidiosa, e la divinità non può esserlo. Se non vuole e non può, è invidiosa e impotente, quindi non è la divinità. Se vuole e può (che è la sola cosa che le è conforme), donde viene l’esistenza dei mali e perché non li toglie’ (frammento 374). Nella risposta epicurea il problema sta nel disinteresse degli Dei nei confronti delle questioni umane e nell’impossibilità dell‘ infinitamente buono dei cristiani, il cui Dio equipaggiando l’uomo del libero arbitrio è come se se ne lavasse le mani e si togliesse la responsabilità delle azioni e delle rispettive conseguenze. David Hume, filosofo empirista, rielabora il testo del frammento di Epicuro e, a partire da inferenze che provano l’impossibilità della provenienza del concetto di male da Dio, lascia intendere che sia un costituente strutturale dell’uomo.‘È disposto a prevenire il male, ma non è in grado? Allora è impotente. È in grado, ma non vuole? Allora è malevolo. È in grado ed è disposto? Da dove viene allora il male?’ (Dialoghi sulla religione naturale). 

Kant e il male radicale

Il filosofo che forse si è occupato più di tutti di questo concetto è Immanuel Kant, ne ‘La religione entro i limiti della semplice ragione’ . Il problema del male è un problema etico, va ad incastrarsi nelle dinamiche della morale analizzate nella Critica della Ragion Pratica nella quale Kant considera l’uomo morale un uomo libero la cui libertà è sia ragion d’essere morale sia conseguenza del suo agire rettamente, l’uomo per fare del bene deve agire in conformità ad una legge, universale e soggettiva, la legge, appunto, morale. Qui sorge il problema: l’adesione della volontà, facoltà etico-pratica, a questa legge non è necessaria in quanto risente del potere della libertà, potere che permette alla volontà di svincolarsi alla legge morale ed agire in maniera scorretta ‘l’uomo è consapevole della legge morale, ed ha tuttavia adottato per massima di allontanarsi (occasionalmente) da questa legge’. In questa dimensione ontologica di non necessità, di contingenza, risiede il male, che per Kant è da definirsi radicale in questi termini: ‘potremo allora chiamare questa tendenza una tendenza naturale al male, e, poiché bisogna pur sempre che essa sia colpevole per se stessa, potremo chiamarla un male radicale, innato nella natura umana,pur essendo, ciò non di meno, prodotto a noi da noi stessi’ (La religione entro i limiti della semplice ragione). Alla domanda «L’uomo è cattivo?» Kant risponde così:‘ La frase: l’uomo è cattivo per natura significa solo che tale qualità viene riferita all’uomo, considerato nella sua specie: non nel senso che la cattiveria possa essere dedotta dal concetto della specie umana (dal concetto d’uomo in generale, poiché allora sarebbe necessaria); ma nel senso che, secondo quel che di lui si sa per esperienza, l’uomo non può essere giudicato diversamente, o, in altre parole, che si può presupporre la tendenza al male come soggettivamente necessaria in ogni uomo, anche nel migliore.’ (Ibidem). Quindi il male è un atto libero e contingente, imputabile all’uomo e allo stesso tempo una tendenza innata che precede l’uso della libertà, sembra paradossale… . La soluzione di Kant è contorta ma risolutiva e sta nel fatto che il movente universale dell’azione compiuta viene subordinato ad un movente particolare finalizzato alla felicità, il nostro arbitrio accoglie il rovesciamento dei due moventi e diviene atto proprio dell’uomo. Atto che genera una tendenza corruttiva dell’agire morale e che precede ogni azione malvagia che ne derivi ed è per questo definibile naturale e innata. Kant si ferma alla definizione di un processo che risulti coerente con la struttura del Soggetto e alza le mani di fronte al perché tale tendenza non possa essere soppressa e superata, in quanto la sua radice non può essere eliminata da ‘forze umane’.

Samuele Beconcini

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