L’anatomia del male: può la genetica identificare un futuro criminale?

Prima sui libri di testo, poi tra le righe di svariate trame fantascientifiche, e infine sul grande schermo. Sono state innumerevoli le ipotesi germogliate negli anni circa un filo conduttore che unisse l’anatomia cerebrale umana a concetti psicologici come la violenza, la ferocia o il sadismo che quotidianamente macchiano la cronaca mondiale. Ora a confermare quelle che prima sembravano solo azzardate supposizioni è però la neurocriminologia che – prendendosi il rischio di spezzare un vero e proprio tabù – lo afferma a gran voce: l’origine della cosiddetta “mente criminale” è da ricercare tra le circonvoluzioni del nostro cervello.

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Scena tratta dal film “Minority Report”, credit: Inverse

Era il 1871 quando per la prima volta il padre della criminologia Cesare Lombroso – reduce da un’autopsia sul cranio di un noto fuorilegge – ipotizzò l’esistenza di una radice innata della violenza. Una malformazione alla base del cranio, una serie di anomalie fisiologiche, o più semplicemente degli incisivi esageratamente sviluppati o degli zigomi sporgenti: secondo l’antropologo veronese, il comportamento criminale non solo derivava da questi e altri atavismi – e quindi apparteneva di diritto al corredo genetico di un individuo – ma poteva essere facilmente previsto, facendo in modo che con le giuste precauzioni un potenziale reato non si tramutasse in realtà.
Oltre un secolo più tardi, a sviluppare in cifra fantascientifica la medesima idea di “preveggenza del male” ci ha pensato invece il regista Steven Spielberg, che con il film “Minority Report” – liberamente tratto dall’omonimo racconto di Philip Dick – ha descritto la quotidianità di una Washington futurista, completamente disintossicata da ogni tipo di omicidio grazie al Precrimine: un sistema di prevenzione criminale sfruttato dalla polizia e capace di pronosticare le azioni violente dei “potenziali carnefici” ancora prima che esse affiorino nella coscienza. L’accusa alla base dell’arresto? Il crimine che il colpevole avrebbe inevitabilmente commesso in futuro.

L’avvento della neurologia criminale

All’ombra dello stesso concetto di “inevitabilità”, si fa largo così anche la nuova idea proposta dalla neurocriminologia e, nello specifico, da uno dei suoi maggiori esponenti: lo psichiatra e criminologo inglese Adrian Raine. Alla base del suo modello “biosociale” risiede infatti l’idea che il “seme” del comportamento antisociale nasca dall’incrocio di parametri genetici, biologici, sociali. Se, quindi, da un lato il nostro contesto di vita – fatto di relazioni famigliari, ambienti di crescita e status sociale – ci indirizza inevitabilmente in una direzione, dall’altro a fare il resto del “lavoro sporco” è un’inalterabile rete di geni e cromosomi insiti nel nostro DNA: tra questi, il gene mutato “Mao-A” che sembrerebbe interferire con le funzioni dei neurotrasmettitori associandosi ad un’elevata impulsività, o ancora i geni “5htt62”, “Drd263”, “Dat164” e “Drd465” che, regolando serotonina e dopamina, si rivelano papabili precursori di un’indole criminale.

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Scheda antropometrica (entrambi i lati) di Alphonse Bertillon, pioniere della criminologia antropologica, credit: Wikipedia

Riallacciandosi ai postulati di Lombroso, lo stesso Raine si sarebbe inoltre spinto ad affermare che alla base della mentalità criminale ci possano altresì essere delle anomalie cerebrali. Nello specifico, un mancato sviluppo della corteccia prefrontale, una scarsa funzionalità in un’area dei lobi fronto-temporali o una serie di disfunzioni dell’amigdala e dell’ippocampo potrebbero rendere una persona più incline al crimine, senza necessariamente concretizzarsi in disturbi psichici veri e propri.

Determinato a scardinare la prospettiva meramente sociale della violenza, Raine portò infine delle tomografie effettuate sul cervello di alcuni detenuti attraverso un processo di neuroimaging funzionale: i risultati confermarono le sue teorie, ma il primato dell’ambiente sociale non può ancora dirsi perduto.

Il ruolo dell’contesto sociale

La prova inconfutabile dell’influenza ambientale nel campo di studio della violenza venne portata nel 2005 dal neuroscienziato James Fallon, in un modo che nemmeno lui avrebbe mai potuto immaginare. A quel tempo l’esperto stava portando avanti un’analisi delle scansioni cerebrali RMN di alcuni psicopatici, tentando di accertare l’ipotesi secondo cui i soggetti con comportamenti molto aggressivi possiedano un difetto cerebrale all’altezza dei lobi fronto-temporali. Contemporaneamente Fallon era impegnato nello studio dell’Alzheimer, per il quale aveva sottoposto alcuni pazienti ad esami genetici e scansioni cerebrali, utilizzando come gruppo di controllo nelle analisi sia i suoi famigliari che il suo stesso cervello.
Un giorno, nell’enorme risma di lastre della ricerca sull’Alzehimer, trovò una scansione che presentava precisamente le caratteristiche di un individuo psicopatico. Potete immaginare la sua sorpresa nello scoprire che non solo tra pazienti dello studio c’era un potenziale criminale, ma che quella lastra apparteneva al suo stesso cervello.

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James Fallon, credit: Vice

La scansione dei suoi lobi fronto-temporali non lasciava spazio a nessun dubbio: stando alle sue ricerche, il suo cervello era paurosamente simile a quello di un serial killer.
Ma se dall’anatomia del suo encefalo si leggeva chiaramente che James Fallon era destinato ad essere uno psicopatico, perché allora era diventato uno che gli psicopatici li cura di mestiere? La risposta risiede nell’ambiente in cui egli è cresciuto, nei rapporti sociali coltivati nel tempo e nel bagaglio culturale ed esperienziale che – come dimostrato da questo aneddoto – spesso nella vita di un individuo si rivela più “congenito” della genetica stessa.

Un futuro non così futurista

A livello pratico, il contesto sociale – anzi “social” – sembra essere diventato l’asso nella manica anche di un misterioso programma attuato in New Orleans che (esattamente come accadeva nella pellicola “Minority Report”) sarebbe volto ad individuare i potenziali criminali.
Grazie alla polizia locale ed al supporto dell’azienda tecnologica “Palantir” – fondata da Alexander Karp e Peter Thiel nel 2004 e reduce da anni di collaborazioni con il Pentagono e l’intelligence americana – sarebbero state raccolte migliaia di informazioni sui cittadini di New Orleans, il tutto per istruire un algoritmo in grado di prevedere, grazie a questa mole di dati, chi avrebbe potuto delinquere o essere vittima di reato. A produrre la parte più cospicua delle informazioni saranno ovviamente i social network che partendo da un indirizzo web, un numero di telefono, o un semplice post permetteranno di risalire ai collegamenti che una persona potrebbe avere con attività criminali.

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Scena tratta dal film “Minority Report”

Una kermesse di prospettive avanguardiste, che sa un lato ci fanno tirare un sospiro di sollievo, dall’altro aprono la strada ad un significativo dilemma etico. Se davvero la genetica ci permettesse di individuare soggetti biologicamente propensi al crimine – scavalcando i concetti di libero arbitrio e responsabilità individuale – allora si potrebbe affermare che non tutti gli uomini nascono uguali. E, se così fosse, siamo certi che non rischieremmo di catalogare le persone in cittadini di “serie A” e “serie B”? La questione resta un’incognita, ma la storia sembra averci già dato una risposta.

Francesca Amato