A che cosa serviva Aristotele ad Alessandro Magno? E Giordano Bruno ai potenti del Rinascimento? Le multinazionali sono imperi contemporanei, e chi sta al vertice di queste realtà fa quello che i regnanti hanno sempre fatto: circondarsi di gente per comprendere il presente e formare il futuro, facendo della filosofia uno strumento per l’innovazione. Nasce in America quella che in Italia viene oggi definita “filosofia esecutiva”, consistente (molto sinteticamente) nell’applicare al business gli insegnamenti delle discipline filosofiche. Si radica nella convinzione che il fallimento sia frutto di due estremi: pensare senza agire e agire senza pensare, ovvero la riproposizione (in chiave radicale) dei poli che costituiscono le principali direttrici (tra loro spesso troppo slegate) di realtà universitarie/lavorative come quelle italiane. Così molte aziende si rivolgono agli umanisti per affrontare la complessità dello scenario competitivo. Una cultura ed un approccio puramente ingegneristico, tecnologico o economico potrebbero infatti non essere più sufficienti per garantire la sopravvivenza di un’impresa. In particolare, i cambiamenti e le dinamiche in atto nei mercati necessitano capacità di comprendere e gestire le complessità e certamente le risorse umane possono rivestire un ruolo fondamentale nelle aziende, così come le loro conoscenze ed esperienze. Per le stesse “mega-imprese” della Silicon Valley la filosofia come approccio verso il rinnovamento diviene uno strumento per lavorare in scenari di difficoltà o più in generale di trasformazione.

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La vita, la morte e la mia startup

Perchè il filosofo, sebbene possa sembrare davvero banale, si interroga. E spinge ad interrogarsi. Pone domande ai team e al management per comprendere difficoltà o aree di miglioramento nelle scelte strategiche d’impresa. Accogliere un filosofo all’interno della propria organizzazione significa sostituire i punti esclamativi del proprio credo con dei punti interrogativi: chiedersi il “perchè”, prima di arrivare al “come”. Un lavoro vecchio di 2.600 anni che, per assurdo, risulta oggi fondamentale nei processi di “innovazione”, termine che deriva dal latino “nova agere”, cioè “mettere in azione idee nuove”.  Due sono i presupposti per fare innovazione in un settore: saper riconoscere i corsi e i ricorsi storici anticipando le tendenze del mercato; possedere una profonda conoscenza della neurologia umana e di come il linguaggio sia in grado di influenzare il pensiero determinando il comportamento dei singoli individui e delle masse. Pertanto, sebbene non esista ancora un percorso unico per divenire filosofi esecutivi, chiunque voglia affermarsi in una simile professione necessita di rudimenti di cultura classica, di una laurea in filosofia, di esperienza nel mondo dell’impresa e competenze in materia di psicologia cognitiva e manipolazione mediatica. Uno dei più noti “cpo” della Silicon Valley, che ha lavorato con dirigenti e aziende come Google, Facebook, Twitter e varie altre società tecnologiche e startup, è Andrew Taggart. Circa 8 mesi fa Taggart ha fondato “Askhole”, una società per aiutare gli innovatori e gli esperti di nuove tecnologie ad andare oltre la questione della scalabilità per rispondere a domande sugli scopi finali e sulle responsabilità relative alle loro attività. Taggart invita ad andare oltre “la problematizzazione della realtà” in quanto, a suo parere, “non si può ridurre tutta l’attività aziendale a problemi da risolvere”. Invece di chiedersi “Come posso fare a ottenere maggiore successo?” bisogna domandarsi: “Perché devo raggiungere il successo?”. Il Presidente dell’American Philosophical Practitioners Association, che ha formato circa 400 filosofi con il compito di portare la filosofia nelle aziende, è Lou Marinoff, docente canadese, attualmente al City College di New York. Marinoff sostiene l’importanza di applicare la filosofia al business già dal 2000: “Questa è una generazione di pionieri filosofi, se volete di filosofi imprenditori”, dice, “che oltre a porsi le eterne domande sulla vita e sulla morte, cercano di prendere in considerazione domande più pratiche quali: cosa dovrebbe creare la mia startup?”.

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Un “Neo-umanesimo digitale”

Mark Cuban, multimilionario americano nonché proprietario dei Dallas Mavericks (squadra di NBA), ha recentemente dichiarato in un’intervista alla tv ABC: “Farò una previsione, tra dieci anni la laurea in filosofia varrà molto di più di una laurea in informatica”. Perché? Perché in tempi in cui le intelligenze artificiali e la nascente era robotica rischiano di relegare l’essere umano alla periferia del mondo (si pensa che il 50% dei lavori non esisteranno più nel 2028), i manager (a partire da quelli più influenti al mondo, cioè quelli della Silicon Valley) hanno compreso l’importanza di mettere al centro dello sviluppo di un’impresa gli individui, nel tentativo di creare un “neo-umanesimo digitale” in cui le tecnologie sono al servizio dell’essere umano e non viceversa. Oggi il mondo del lavoro ha bisogno di “filosofi esecutivi” perché essi permettono la diffusione del bene più raro e prezioso del nostro tempo, il pensiero. Di qui, dunque, l’altra grande missione dei nuovi “filosofi manager”: la ricerca di nuovi media. Il problema che si pone alle imprese con ideali da proporre al mercato è quello di essere ascoltate. Risulta però difficile o quantomeno complesso in questo rumoroso e distorto scenario che è la comunicazione nel ventunesimo secolo. La tendenza potrebbe essere dunque quella di una nuova (anche se si tratta più di un ritorno) stagione della comunicazione che mette al centro le idee e la loro narrazione: formare, comunicare, persuadere, manipolare. Amazon Echo, Google Home e Apple HomePod non fanno che testimoniare l’immediato futuro che ci attende: la voce è l’anfiteatro del nostro tempo e coloro che domineranno l’arena del mercato saranno manager armati di pensiero.

Tommaso Ropelato

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