Il vibratore cura l’isteria: l’invenzione di un’epoca senza tabù

Il vibratore cura l’isteria: l’invenzione di un’epoca senza tabù

5 Aprile 2019 0 Di Francesca Morelli

Uno sguardo al passato

Un medico inglese, scrive che circa il 75% delle donne soffriva in epoca vittoriana di isteria, una malattia i cui sintomi variavano da mal di testa a episodi epilettici a sbotti verbali. Le donne erano considerate inferiori agli uomini sul piano fisico ed emotivo, più deboli e disposte alla malattia. La differenza fisica tra uomini e donne divenne il punto cardine di questa malattia, il cui problema era localizzato nei genitali e nell’utero. La cura adatta all’epoca divenne nota come “massaggio pelvico“. A quell’epoca si pensava che le donne non potessero in alcun modo provare desiderio sessuale quindi il massaggio perse inizialmente qualsiasi connotazione erotica.  I crampi e i dolori muscolari dei medici legati alle numerose pazienti portarono a trovare una soluzione alternativa. 

Isteria come malattia o capriccio femminile

L’origine del termine “isteria” è riconducibile alla parola che nella Grecia antica indicava l’utero, Hustéra. Nel corso dei secoli diagnosi e cure hanno continuato a intrecciarsi con ipotesi e credenze religiose. Fu Freud, medico interessato alla neurofisiopatologia, a ipotizzare una malattia neurologica curabile con l’ipnosi poiché legata a ricordi passati e a particolari eventi dolorosi come le delusioni d’amore. Secondo questa ipotesi anche gli uomini potevano manifestare questa malattia e l’idea di una “malattia rosa” non stava più in piedi. Le diagnosi di isteria vennero rimosse dalla psicoanalisi e sostituite con interpretazioni più dettagliate legate a stati di depressione o crisi psicologiche, con conseguenti terapie. Siamo nel 1952, quando l’American Psychiatric Association dichiara che l’isteria non è una patologia, ma un mito. Un mito così potente da portare all’invenzione di uno strumento utilizzato ancora oggi in tutto il mondo.

Il vibratore è sempre stato immorale?

Il primo oggetto vibrante non riscosse molto successo per il difficile funzionamento. Nel 1869 George Taylor, fisico americano, inventò il “manipulator”, il primo vibratore a vapore la cui alternativa era data da getti d’acqua chiamati “docce pelviche”. Possiamo parlare di un vero e proprio oggetto a batteria solo nel 1899 per mano di Granville, e venduto al pubblico come elettrodomestico dal 1902. Dato lo scopo medico iniziale non tardò ad entrare nelle case di gran parte della popolazione.Molto diceva sulle priorità dei consumatori poiché era associato a pubblicità mediche o fisioterapiche. Il suo utilizzo venne vietato e ritenuto “impuro” dalla morale comune quando venne utilizzato per scopi pornografici. Dopo la scomparsa sul mercato, tornò a grande ribalta nel 1968 il vibratore senza fili che oggi conosciamo come simbolo dell’emancipazione sessuale della donna riconosciuto universalmente come simbolo del piacere femminile. 

Le nuove frontiere del piacere femminile

A partire dagli anni novanta, packaging e modelli si sono adattati al mondo femminile. Il vibratore torna sul grande schermo spogliato da tutti i tabù e le false credenze di cui è sempre stato circondato. Basterebbe considerare i benefici che le donne hanno praticando l’autoerotismo, per abbandonare definitamente gli stereotipi più radicati. Esso infatti riduce lo stress, induce il rilassamento, migliora la qualità del sonno ed il rilascio di dopamina e ossitocina solleva l’umore. Una novità in grado di incuriosire e stimolare le fantasie anche all’interno delle coppie salvandole dalle crisi. La sessualità è una dimensione estremamente soggettiva e variegata, può essere immaginata come un percorso, un viaggio verso una meta mai definita e ogni persona deve poter affrontare questo viaggio come meglio preferisce. Tutto questo le donne vittoriane lo avevano già capito.

Francesca Morelli