Hooks Il trionfalismo del mercato e la crisi della morale: secondo Becker oggi tutto ha un prezzo – Il Superuovo

Gary Becker, economista dell’Università di Chicago e vincitore del Nobel per l’economia nel 1992, scrisse nel 1976 un’opera destinata a influenzare profondamente qualsiasi forma di teoria sociologica, antropologica e filosofica a lui successiva. Ne “L’approccio economico al comportamento umano”, infatti, Becker rifiuta la nozione antiquata secondo cui l’economia è “lo studio dell’allocazione di beni materiali”, visione tradizionale e persistente dovuta alla riluttanza “a sottomettere certi tipi di comportamento umano ai gelidi calcoli dell’economia”. Secondo Becker le persone, in qualsivoglia circostanza, agiscono per massimizzare il proprio benessere, secondo una logica economica applicabile a prescindere da quali beni siano in gioco. Si applica alla scelta di un barattolo di vernice, come a quella di un amico o di una marca di caffè: ogni azione e relazione può essere spiegata e prevista come calcolo razionale di costi e benefici. La famiglia è una “piccola impresa”, il matrimonio, l’allocazione del tempo, la democrazia, l’altruismo sono calcoli economici: numeri e segni. “L’ economia è l’arte di ottenere il massimo dalla vita“. Oggi quest’opera è più che mai attuale. Negli ultimi decenni, i valori del mercato sono riusciti a soppiantare le logiche non-di-mercato in quasi ogni ambito della vita: la medicina, l’educazione, il governo, la legge, l’arte, gli sport, persino la vita familiare e le relazioni personali. Il tema della commercializzazione e dell’attribuzione di un valore economico a cose e comportamenti che di fatto presentano molti aspetti morali (la tutela della salute, l’appartenenza a una religione, il volere o meno un figlio, …) o comunque non monetizzabili (come il pregio, l’autorità, …) è divenuto orizzonte di analisi ormai non più solo economiche. Viviamo in un’epoca in cui quasi tutto può essere comprato e venduto. Con la fine della guerra fredda, i mercati e la logica di mercato godettero di un prestigio incontrastato. Nessun altro meccanismo di organizzazione della produzione e distribuzione dei beni si dimostrò così efficace nel generare ricchezza e prosperità. La progressiva scomparsa in politica di discussioni sulla vita buona (lontanissimo eco del mondo greco) ha spianato la strada al trionfalismo della logica di mercato, svuotando pian piano di argomentazioni morali anche la vita pubblica. I mercati, d’altronde, non giudicano le preferenze che soddisfano. Occorre chiederci se esiste qualcosa che il denaro non può comprare.

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Il tempo è (più che mai) denaro

Ad esempio, negli ultimi anni il fatto di vendere il diritto di passare davanti agli altri è diventata una pratica comune. Chiunque abbia viaggiato in aereo sa che le code ai controlli di sicurezza rendono spesso ogni viaggio un’odissea. Ma oggi (se hai i soldi per poterlo fare!) esiste una soluzione che ti farà imbarcare sul volo in un attimo. Infatti, chi acquista biglietti in prima classe (sono in vertiginoso aumento le compagnie a offrire tale servizio) può usufruire delle corsie prioritarie che portano direttamente all’inizio della coda: sono le cosiddette “fast Track”. Tralasciando il fatto che le verifiche sulla sicurezza dovrebbero essere una questione di difesa nazionale e non un confort, pagare per saltare la fila confligge con una sensazione diffusa di equità, ovvero l’aspettare il proprio turno. Coloro che difendono “l’etica della coda” sostengono che la diffusione del sistema delle corsie preferenziali accresca i vantaggi dell’essere ricchi e releghi i poveri nelle retrovie. Altri, molto spesso ricchi, non sono d’accordo e sostengono che non ci sia niente di male nel far pagare per un servizio più veloce: d’altronde si sa, il tempo è denaro. Sta poi prendendo forma, perlopiù negli States, un piccolo impiego: persone che si offrono di fare la fila per chi fosse disposto a pagare lautamente tale servizio. I “line-standers” (letteralmente “coloro che stanno in fila”) in cambio dell’attesa arrivano a chiedere anche 125 dollari per i loro servizi. Fare la coda a pagamento è diventato un business anche negli ospedali di Pechino. Alcuni malati comprano le prenotazioni per visite specialistiche dai bagarini. Questi ultimi ingaggiano persone che facciano la fila per le prenotazioni e poi le rivendono per centinaia di dollari. La questione solleva una domanda: un’attesa minore in coda per l’assistenza sanitaria può essere oggetto di mercato? Si può comprare? L’etica della coda (“primo arrivato primo servito”) sta per essere sostituita dalla logica di mercato (“ottieni ciò per cui paghi”). Ma c’è davvero qualcosa di sbagliato nel pagare persone per stare in fila o per il bagarinaggio? La maggior parte degli economisti risponderebbe “no”. Secondo un’argomentazione libertaria le persone dovrebbero essere libere di vendere e comprare qualsiasi cosa fintanto che non violino i diritti degli altri. Utilitaristicamente parlando poi gli scambi di mercato avvantaggiano compratori e venditori allo stesso modo, migliorando il benessere e l’utilità sociale. Se l’argomentazione del libero mercato fosse corretta, i “line-standers” così come i bagarini non dovrebbero essere denigrati ma elogiati perché aumentano l’utilità sociale. I sostenitori dell’etica della coda mettono invece in luce l’effetto degradante della valutazione di mercato e dello scambio su certi beni o pratiche: certi beni morali e civici vengono sminuiti o corrotti se comprati o venduti. Per il fedelissimo del mercato, invece, commercializzare un’attività non la modifica. In base a questo assunto, il denaro non ha mai alcun effetto corruttore e le relazioni di mercato non allontanano mai le norme non-di-mercato. Non si fa alcun danno rendendo commerciabile un bene che prima non lo era. Coloro che desiderano comprarlo e vederlo possono farlo, mentre quelli che considerano senza prezzo il bene possono astenersi dal commercializzarlo: pecunia non olet.

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La “Skyboxificazione”

Ma i mercati non sono semplici meccanismi. Essi inglobano certi valori oscurando talvolta norme non-di-mercato meritevoli di considerazione. Tendiamo così a sottovalutare quello che viene chiamato “effetto di commercializzazione”, ovvero l’effetto che si esercita sulle caratteristiche di un prodotto qualora questo venga offerto in termini commerciali anziché su qualche altra base (come per esempio semplice scambio informale o altruistico). Sempre coloro che sostengono la bontà dell’etica della coda sono convinti che oggi i mercati lascino ovunque il proprio segno: il product placement rovina l’integrità dei libri e corrompe la relazione tra autore e lettore. Le pubblicità tatuate sul corpo umiliano le persone, quelle nelle aule scolastiche corrompono la finalità didattica delle scuole. Appare dunque chiaro, sia al sostenitore che al detrattore del mercato, che riflettere apertamente e pubblicamente sul significato dei beni e delle pratiche sociali a cui diamo un prezzo è più che mai doveroso. Oltre al danno che procura a certi beni, lo spirito commerciale erode la comunanza. Più sono le cose che il denaro può comprare, meno occasioni ci sono perché le persone provenienti da diverse esperienze di vita si incontrino. In un’epoca di crescente diseguaglianza la mercatizzazione di qualsiasi cosa comporta che le persone abbienti e quelle dai mezzi più modesti abbiano vite sempre più separate. Si può chiamare processo di “skyboxificazione”. Non so se ci sia ancora qualcosa di non comprabile o vendibile, ma di sicuro “per tutto il resto c’è Mastercard”.

Tommaso Ropelato

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