Ogni giorno, dal risveglio fino a poco prima di addormentarci, siamo immersi in una vorticosa corrente di informazioni e stimoli di ogni genere. La nostra attenzione, la capacità di “processare” ciò che registriamo dall’esterno, è però limitata. Da bravi nativi digitali, sappiamo benissimo che una quantità eccessiva di stimoli porta al blocco dell’intero sistema, vista l’impossibilità di gestirli tutti in contemporanea. Stessa cosa succede con l’attenzione, dando origine al fenomeno del sovraccarico cognitivo, presente sia nelle dinamiche macro-sociali che micro-sociali.

Coniato nel 1964 dal sociologo americano Betram Gross, con il temine “information overload“, o “sovraccarico cognitivo”, si indica quella condizione in cui non si riesce a focalizzare l’attenzione su un singolo argomento o a prendere una decisione per le troppe informazioni a disposizione del soggetto. Se già a metà degli anni ’60 si sentì il bisogno di identificare con precisione questo fenomeno, pensiamo alle dimensioni che può aver assunto nella società contemporanea.

Moltissimi stimoli cercano di catturare la nostra, già frammentata, attenzione (Fonte: Sociologicamente.it)

L’informazione è alla portata di tutti: basta avere uno smartphone, un tablet o un computer e una connessione Internet per avere accesso a centinaia di migliaia di fonti da cui attingere liberamente. Grazie alla possibilità offertaci da una tecnologia sempre più sofisticata cerchiamo di appagare costantemente il nostro bisogno di conoscenza. Spesso però ciò che otteniamo dalla nostra corsa forsennata da una pagina web all’altra sono dati, semplici informazioni, non conoscenze. Queste ultime infatti si ottengono mediante un processo di analisi e comprensione, per le quali è necessario un certo livello di attenzione. Ma fermarsi per qualche momento a riflettere, a pensare, è difficile, visto l’eccesso di stimoli, sia visivi che uditivi, ricevuti quotidianamente senza sosta. Ciò si traduce in una crescente difficoltà nel separare con efficacia l’utile da elementi che potrebbe benissimo essere dimenticati. La fatica mentale ci fa accettare passivamente il turbinio di nozioni, notizie e informazioni che affollano i nostri dispositivi. Tutto ciò riduce sensibilmente il nostro livello di attenzione: come riportato dall’Independent qualche anno fa, una ricerca condotta da Microsoft ha mostrato che la durata massima media dell’attenzione di una persona sia di circa 8 secondi, inferiore a quella di un pesce rosso, che invece resiste fino a 9. Le conseguenze sono 2, entrambe importanti: la prima riguarda le pagine on-line, sebbene le considerazioni possano essere estese anche ai giornali, e in maniera minore alla televisione; la seconda tocca direttamente noi, i fruitori dell’informazione, o forse è meglio dire i consumatori.

Lui probabilmente riuscirà ad arrivare alla fine di questo articolo (Fonte: Giuliano Guzzo)

Costretti a lottare con le unghie e con i denti per accaparrarsi l’attenzione delle persone, poiché ormai di un bene assai raro si tratta, moltissimi canali di informazione fanno ricorso ai sentimenti più viscerali dell’essere umano: rabbia e paura in primis. Queste vengono sfruttate nei titoli, elemento fondamentali per la buona diffusione di un articolo o di un pensiero che superi la lunghezza di un tweet. Abbiamo quindi frasi che stimolano e cavalcano i sentimenti sopra riportati per ottenere finalmente l’attenzione di un utente spesso distratto. In questo modo si tralascia però un passaggio fondamentale per ottenere una reale conoscenza degli argomenti: il controllo delle fonti. Nell’epoca delle fake-news, vere o presunte che siano, prendersi un momento per valutare chi ci sta presentando dei dati diventa importante più della nozione stessa che stiamo cercando. D’altra parte però anche noi lettori ci troviamo in una condizione di difficoltà: dal calo vertiginoso di attenzione consegue la difficoltà di capire cosa stiamo leggendo o di non saperlo usare adeguatamente, generando in noi una situazione di stress. La definizione di tale condizione è “Information Anxiety“, strettamente legata all’information overload , sebbene riguardi i problemi relativi all’accedere ai dati piuttosto che alla analisi e distinzione.

Un’ultima considerazione può essere fatta sugli algoritmi che regolano i comportamenti dei motori di ricerca, fornitori delle informazioni che cerchiamo. Il loro scopo è semplificarci il lavoro: nelle prime pagine ci presentano i risultati che, in base ai loro calcoli, sono migliori per noi. Fermandoci solamente a quelli, di fatto lasciamo che sia l’algoritmo a scegliere per noi, negando a noi stessi, ma anche facendoci negare, la possibilità di accedere a fonti alternative.

Giulio Bacciardi

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