Il razzismo nella letteratura latina: le differenze fra Tacito e Giovenale

Alla luce della recente accusa di Anpi a CasaPound e Forza Nuova per apologia del fascismo, ecco un salto nel passato per analizzare i primi esempi razzisti.

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“Razzismo” è un termine al giorno d’oggi utilizzato in maniera dilagante, quasi abusato. D’altra parte, l’utilizzo di tale parola può portare benefici non indifferenti: quando si sente è come se scattasse un campanello d’allarme all’interno delle nostre menti. Quindi, probabilmente, qualora ce ne fosse bisogno, sarebbe opportuno utilizzarlo in maniera tale da porre all’attenzione di tutti questo problema così dibattuto.

Il razzismo nell’antichità

A differenza di quanto si possa pensare, il “razzismo” non è figlio dei nostri giorni. Difatti, già nella letteratura latina, a cavallo fra il I ed il II secolo d.C., troviamo un esempio di quello che può essere definito, anacronisticamente, ma senza ombra di dubbio, razzismo. Si tratta delle Satire di Giovenale, in particolare la terza e la quindicesima, nelle quali il poeta latino si dichiara, senza troppi fronzoli, ostile alla cultura straniera. Al fine di avvalorare la sua tesi, Giovenale (nella quindicesima satira) effettua una minuziosa descrizione delle abominevoli pratiche religiose e alimentari degli Egiziani. Il poeta di satira si scaglia contro il loro cannibalismo e li descrive come indemoniati e spinti da un’ingiustificabile rabies. La condizione umana è declassata a quella di bestia feroce. Il quadro descrittoci sembra esser stato volutamente esagerato, probabilmente per suscitare nei lettori abominio e disgusto nei confronti dello straniero.

Questa tesi pare guadagnar campo tanto più se affiancata da un’attenta analisi della terza satira. La voce del poeta è affidata a Umbricio, un Romano che si lamenta di esser costretto a lasciare la città per colpa degli stranieri. Roma è sovraffollata di stranieri pronti a svolgere le più riprovevoli mansioni (e perciò ben pagate), a mendicare, disturbando, per le strade, o ancora, a fare gli adulatori. Le osservazioni di Giovenale sfociano ancor di più nel razzismo per il fatto che egli non si curi della corruzione romana. Anzi, pare che la ritenga una “naturale” conseguenza dell’invasione straniera. La società romana descrittaci dal poeta si presenta come una struttura provvista di confini ben marcati. L’altro è visto come un nemico che voglia violarne le mura senza alcun permesso. Capite bene, è un punto di vista molto distante dalla massima terenziana “homo sum: humani nihil a me alienum puto”

 

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La strumentalizzazione della “Germania”

Diverso, è invece, il discorso per un altro poeta latino accusato di “razzismo”: Tacito. In realtà, la Germania di Tacito è stata utilizzata in maniera impropria durante il periodo nazista. L’intento dell’autore non era certo quello di esaltare quel popolo, bensì di studiarne le caratteristiche, mosso da curiosità etnografica, e mettere in allerta i Romani da un possibile pericolo.  Lo storico si è avvalso del modello etnografico greco e latino del determinismo geografico, secondo cui le caratteristiche ambientali condizionano inevitabilmente gli aspetti fisici e psichici. Questa, però, è cosa ben diversa dal dare la preminenza all’informazione genetica, come è stato fatto dall’ideologia nazista per sostenere la supremazia della razza ariana. Ecco perché l’autore latino non può essere definito “razzista”. Per di più, a sua discolpa, dobbiamo ricordare che in Tacito l’ammirazione nei confronti dei costumi e del coraggio germanico soverchia qualsiasi tono di disprezzo che si possa percepire.

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Questi excursus storici sono importanti per riflettere su un tema così delicato, tornato alla ribalta anche negli ultimi giorni con la denuncia dell’Anpi ai partiti Forza Nuova e CasaPound per apologia del fascismo. 

Mattia Vitale

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