Sherlock Holmes e la psicoanalisi: le analogie e le differenze con Sigmund Freud

Sherlock è il personaggio più iconico nel panorama dei romanzi gialli. Il suo modo di investigare, il suo carattere austero e a tratti borioso, hanno fatto di lui uno degli investigatori più amati nella storia della letteratura. Famoso già nella Londra dei primi del ‘900, è tutt’ora protagonista di moltissime serie TV e film. Tra le curiosità sorprendenti c’è il fatto che il detective londinese, nei libri originali del suo creatore, non ha mai pronunciato la famosa frase “Elementare, Watson!” la quale è apparsa per la prima volta in un film del 1907 dedicato all’investigatore di Baker Street.

Psicoanalisti e detectives non sono poi così diversi: entrambi studiano gli indizi, ricostruiscono le storie, cercano di trovare le cause per spiegare gli eventi. Non a caso la psicoanalisi ha avuto molta influenza su questo genere che va sotto il nome di giallo; iniziato da Poe e Conan Doyle questo panorama si è poi trasformato grazie agli apporti di Sigmund Freud e delle sue teorie. Lo studioso ha infatti citato più volte Sherlock Holmes, mostrando ammirazione e profondo interesse per il nuovo paradigma iniziato. I moderni critici, gli scrittori e i lettori sono sempre più curiosi di scoprire perché Conan Doyle ancora oggi gode di grande fama; che cosa si nasconde dietro il successo delle sue opere? Per rispondere a queste domande è necessario affrontare dei punti chiave.

Sherlock Holmes e la cocaina

Ci sono personaggi della fantasia che per qualche strana alchimia dell’immaginario hanno infranto i limiti della finzione, Holmes è uno di questi e cio che lo contraddistingue tra i suoi innumerevoli aspetti è l’uso di droghe nelle indagini.”Sherlock Holmes prese il flacone che era sulla mensola del camino, tolse la siringa dall’accurato astuccio di marocchino e con le dita lunghe e nervose preparò l’ago. Quindi si rimbocco la manica sinistra della camicia: per qualche attimo fissò affascinato la fitta rete di piccoli punti che le innumerevoli bucature avevano lasciato sul suo braccio pallido. Fissò l’ago nel punto desiderato, premette il piccolo pistone e finalmente si lasciò andare nella piccola poltrona di velluto, traendo un lungo sospiro soddisfatto. Tre volte al giorno, per molti mesi  avevo assistito a quella scena” (Watson, nell’incipit del segno dei quattro). L’immagine che ne scaturisce è quella di un uomo disturbato con comportamenti spesso squilibrati, il quale in alcuni casi mostrerebbe anche tendenze all’isteria e di cui Watson si prenderebbe cura come medico.Tuttavia, perche mai il pubblico dovrebbe innamorarsi di un isterico? Ce ne sono tanti di isterici…in realta Holmes è quell’eterno adolescente, che non vuole crescere, lo dimostra nel suo vivere le indagini come battute di caccia, nell’amicizia con Watson,un legame di cui le donne non fanno parte perché non sono ancora arrivate.  Il metodo sherlockiano e il metodo psicoanalitico a confronto: Holmes sostiene che basti osservare i piccoli particolari per risolvere un enigma con facilità; questo sembrerebbe essere un atteggiamento induttivista ingenuo, in quanto la scienza ha dimostrato successivamente come, se non si sa cosa osservare non si risolve un bel niente. Allora l’attenzione degli studiosi si è spostata sul metodo da lui utilizzato, che non è deduttivo, ma ipotetico generale, che pone gli eventi in una relazione non necessaria ma ipotetica. Dunque perché se Sherlock indovina le cose giuste, gli altri indovinano quelle sbagliate? Ecco io ritengo che, nonostante la creatività del detective, la psicoanalisi abbia un certo vantaggio sul metodo holmesiano. Quando Freud insegnava ai suoi allievi riusciva a capire e scorgere le loro difficolta. Nell’introdurre la sessualità infantile, il complesso di Edipo loro si chiudevano gli occhi non volendo vedere, allora ecco che il maestro diceva”Visto che io vi indico le cose e non volete vederle malgrado siano li, davanti ai vostri occhi, io vi addestro, vi faccio seguire a un processo di iniziazione, vi sottopongo ad un analisi”. Cosi gli analisti hanno imparato a vedere su se stessi le cose che vedeva il maestro e dunque allo stesso tempo hanno imparato a vederle  fuori da se. Sherlock invece non è mai stato un maestro, non ha mai tenuto conto delle resistenze di Watson nel vedere quello che lui vedeva, perchè entrava in un mondo in cui la realta perdeva i suoi rigidi confini, attraverso questo suo astrarsi, perdeva i contatti con la realta materiale, cedendo alla conoscenza e all’immaginazione.

Il lettore e Watson

Il lettore non sa mai più del dottor Watson, insieme a lui, anzi da lui, che è il narratore in prima persona, viene informato sul progresso delle indagini, ma non sa ciò che Sherlock intraprende quando all’improvviso gli viene un’ idea e parte per accertarsi della veridicità reale delle sue deduzioni e intuizioni. Il ruolo di Watson che ci rappresenta è molto importante nella struttura narrativa ed evita all’autore spiegazioni e chiarimenti: domanda, dubita, si stupisce, è incredulo, viene deriso dall’investigatore per le sue idee ingenue ma è anche quello che riceve una spiegazione sulle novità in corso.

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La visione

“pessimistica”della vita secondo Sherlock: In quest’ambito, infine, un’aspetto da non sottovalutare è la consapevolezza con cui il detective fa uso di sostanze. L’unico scopo della sua vita sembrerebbe far lavorare il cervello, in un mondo grigio, deprimente e inutile “A che serve possedere delle facoltà, dottore , se non si ha modo anche di esercitarle, il crimine è una banalita, l’esistenza è una banalita“. Dunque Sherlock non sembra essere destinato a un* finale da fiaba, ma nel suo cielo c’è ancora un pò di speranza. Speranza che lui condivide, sebbene a volte, vorrebbe abbandonarsi al cinismo più totale: essa si trova nelle persone belle come Watson. Ecco perché Sherlock è disposto a commettere un omicidio pur di salvaguardare la felicita dell’amico, lo fa per John, certo, ma anche per se stesso, poiché ha bisogno di avere accanto e proteggere persone come John Hamish Watson. Inoltre non si può negare che proprio perché drogato, il nostro paladino della giustizia risulti sì estremamente brillante ma anche umano, come il pubblico che lo sostiene facendolo innamorare ancora di più del suo personaggio

Elvisa Pinto

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