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Il ruolo giocato dalle maschere: dal teatro plautino a “La casa di carta”

Non è la prima volta che le maschere giocano un ruolo fondamentale in una messa in scena, creiamo un confronto con il teatro plautino.

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La Casa di Carta è una serie TV spagnola che ha ormai, tramite Netflix, conquistato il pubblico mondiale. Come ci è riuscita? Attraverso alcuni elementi chiave portati avanti da Álex Pina che l’hanno resa unica nel suo genere, considerando che non è certamente la prima volta che viene dato in pasto al grande pubblico uno storytelling di una rapina. Primo fra tutti è proprio lo storytelling, l’abilità degli sceneggiatori di raccontare le vicende con l’ausilio di tecniche narrative che non danno modo di interrompere la visione allo spettatore. Poi la collaborazione tra due aspetti fondamentali della serie, la razionalità del professore e l’irrazionalità dei rapinatori, prima tra tutti Tokyo. Infine, un aspetto da non sottovalutare che resta impresso nelle menti di chi guarda la serie è l’uso di maschere molto particolari.

Il simbolismo delle maschere

I protagonisti vogliono entrare nella Zecca di Stato per stampare 2.400 milioni di euro. Per nascondere le loro identità usano una maschera che è niente di meno che la maschera del volto del pittore Salvador Dalí. Ma perché proprio il pittore spagnolo? Per chi ha visto la serie saprà bene che le scelte del professore non sono mai lasciate al caso, si potrebbe parlare di ideologia politica del pittore o della sua sbalorditiva creatività, ma in questo caso parliamo di relatività del tempo. Infatti gli autori hanno portato i cinque giorni ad essere molti di più, giocando con La persistenza della memoria di Dalì.

Tra le altre cose, il piano del professore prevede anche la nascita di una microsocietà nella zecca, durante i giorni della rapina. Una struttura abbastanza funzionale, adattabile anche ad altri contesti. Questa società porta a pensare alla figura del professore e al suo ruolo, come fosse un deus ex machina: gestisce tutto da fuori e interviene al momento del bisogno. La frase latina significa letteralmente divinità (che scende) dalla macchina. Originariamente, indicava un personaggio della tragedia greca, ovvero una divinità che compariva sulla scena per dare una risoluzione ad una trama ormai irrisolvibile secondo i classici principi di causa ed effetto. Tutto questo per dire che nel ruolo che il professore assume sono di fondamentale importanza le maschere accomunate ai nomi di città che egli consegna ai rapinatori, che diventano quasi degli stereotipi (i loro difetti a volte sono quasi portati all’esasperazione, proprio questa è un’altra di quelle tecniche di cui abbiamo parlato prima che hanno portato questa serie a scalare le classifiche mondiali) che fuggono dalla loro vera identità. Un esempio di maschere utilizzate per un fine molto simile lo troviamo nel teatro romano arcaico.

Le maschere nel teatro plautino

Non sappiamo se Plauto una cittadinanza romana l’abbia mai avuta e anche il nome intero del poeta è tra i dati incerti, così come la data di nascita. L’unica cosa certa è il successo che il suo teatro è riuscito a raggiungere nel corso del tempo, in particolare le sue commedie. Un aspetto fondamentale della messa in scena delle commedie di Plauto era costituito dall’uso di maschere. Erano fisse per determinati tipi di personaggi, che ritornavano in ogni trama: il vecchio, il giovane innamorato, il soldato, il servo e così via. La loro funzione era di far riconoscere, sin dall’inizio dell’azione scenica, quale fosse il tipo del singolo personaggio. Plauto spesso lavora su tipi stereotipati, proprio per rivolgere tutta la sua attenzione alla comicità delle singole situazioni, al contrario invece di Terenzio che cercava di approfondire la psicologia dei suoi personaggi. Un attore, cambiando maschera e costume, poteva recitare più di una parte e tra essi esistevano gerarchie di specializzazione.

Così come per Plauto le maschere sono segni di riconoscimento, lo sono anche nella Casa di Carta. Da ormai un paio di anni a questa parte la maschera di Salvador Dalì è diventata una sorta di simbolo della serie. Un emblema che porta subito ad un’unica immagine visiva nella mente dei sostenitori della serie spagnola o di chi almeno una volta ne ha sentito parlare: Tokyo e il resto del gruppo dei rapinatori.

Gianmarco Marino

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