Il Professore de “La Casa di Carta” è forse lo stereotipo del moderno Ulisse?

Per vincere una guerra non è necessaria la sola spada, ma una strategia valida. Il professore de LCDP fa dell’astuto Ulisse il suo modello preferito. 

Immagina per un attimo di occupare uno dei banchi della classe nella villa di Toledo, il Professore è il tuo insegnante, Denver, Nairobi, Tokyo, Berlino e Rio solo alcuni dei tuoi compagni di banda. Prendi appunti perché oggi Sergio darà una lezione di epica greca, ma anche latina, e ti spiegherà come piazzare un cavallo di Troia nella Zecca di Stato spagnola. Intercorrono più di tre millenni da quando lo stratega Acheo Ulisse, dopo 10 anni di guerra contro i Troiani, mise in funzione l’ingranaggio sbloccante per la fine delle ostilità. Chi non conosce questo celebre episodio epico? E chi non conosce le nefaste sorti della città di Troia e dei suoi abitanti?

Parte 1 episodio 5

La casa di carta, o meglio La casa de papel, è la serie spagnola da cui Netflix ha, senza dubbio, ricavato più incassi; un successo acclamato, un fenomeno mediatico, c’è chi parla di un’apoteosi strategica, e chi mente. Dopo un rapido excursus (P1:E5) che vede l’esoso Arturito vittima della luce verde data dall’ispettore Raquel ai tiratori scelti, si tirano i dadi per le sorti del direttore della zecca, arrivando al compromesso dell’introduzione di sanitari nel locus amoenus della banda. La serie è sempre incentrata su un gioco di ambiguità, dove una mossa considerata scellerata dallo spettatore medio, in realtà può rivelarsi vantaggiosa per il piano super studiato del Professore. Non c’è nessuno infatti che possa dire di non aver temuto, almeno per un attimo, l’ingresso del vice ispettore Rubio nella zecca. La cera pallida del Professore ha alimentato le nostre incertezze. Dopo uno zoom sul primo piano di Rubio, il composto Sergio esulta, come ha fatto poche volte in tutto il corso della serie. La digressione di un flashback ci tratteggia il piano de “l’inganno del cavallo di Troia”.

“Entreranno…una cosa è certa, proveranno in tutti i modi a far infiltrare qualcuno, e quella sarà la nostra opportunità per provare a piazzare un cavallo di Troia. Sapete cos’è? (…) I Greci erano in guerra contro i Troiani. Un giorno i Troiani trovarono alle porte della città un cavallo di legno, un enorme cavallo di legno, e accecati dalla loro vanità, pensavano che fosse un dono di resa da parte dei Greci. Così aprirono le porte e lo portarono dentro. Ma ignoravano che quel cavallo era cavo e che era pieno di guerrieri Greci. Quella notte i Troiani persero la guerra. Noi faremo esattamente come i Greci, quando cercheranno di entrare, e penseranno di aver vinto la battaglia.”

Qual è quindi il cavallo di Troia piazzato dai Dalì?  Il professore intima a Berlino, il leader della banda, di eseguire un lavoro di estrema precisione: Helsinki piazza negli occhiali di Rubio una microspia. Il professore esulta di nuovo: adesso può spiare la tenda della polizia, sabotare qualsiasi loro manovra e addirittura spingere Raquel fino al punto di farla dubitare della lealtà del suo amico e collega, che gli costerà il suo posto di lavoro e quasi la sua stessa vita. Troia è caduta!

 L’inganno del cavallo di Troia

Siamo abituati a pensare a “l’inganno del cavallo di Troia” come un episodio che inerisce perfettamente al poema epico di Omero, l’Iliade. Proveremo ad eseguire un’inversione di tendenza facendo raccontare lo stesso episodio a Virgilio, autore latino, che nel suo masterpiece, l’Eneide, parla per bocca del pio Enea. Il quadro virgiliano circa il protagonista lo dipinge come eroe troiano, figlio della dea Venere e Anchise, progenitore di Romolo e capostipite della gens Iulia, cui appartengono lo stesso Giulio Cesare e Ottaviano Augusto. Lo scopo del poema è infatti l’esaltazione della grandezza di Roma, ma è anche vero che Enea è un personaggio del ciclo troiano, e chi meglio di lui, “testimone e protagonista”, può fornirci una versione attendibile dell’accaduto? Enea possiede la qualità predominante nei costumi greci, la pietas, ovvero la sottomissione e la devozione agli dei, alla patria e alla famiglia. Così per volere dell’Olimpo, lascia la sua terra natia, sua moglie Creusa e suo figlio Iulo, per sperimentare una serie di vicissitudini che lo faranno approdare nelle coste del Lazio, dove, secondo la stessa profezia di sua moglie, lo attenderà una donna nobile, Lavinia. Il libro I si apre con l’ira di Giunone. Anche Virgilio disconosce il motivo della rabbia della dea, tanto da porlo come interrogativo nel Proemio della sua opera in esametri (metro preferito latino). Ira che colpisce con una furiosa tempesta Enea e i suoi compagni, facendoli approdare nelle coste africane di Cartagine, dove la regina Didone sfoggia un’altrettanta alta qualità, quella dell’ospitalità. Durante un banchetto la regina invita Enea a raccontare i fatti antecedenti alla caduta di Troia. L’espediente per la narrazione della vicenda occupa i libri II e III e racconta proprio “l’inganno del cavallo di Troia”.

                                 Ricostruzione del cavallo di Troia. L’archeologo navale Francesco Tiboni, ha accennato al fatto che potesse essere un’imbarcazione.

“Mi chiedi, o regina, di rinnovare un dolore indicibile”

Esordisce così Enea alla richiesta di Didone. L’espressione è destinata a diventare programmatica: Dante se ne avvarrà ad esempio due volte in Inferno V e XXXIII, sia Francesca che il conte Ugolino provano un certo disagio nel rimembrar le cose passate. Un Enea piangente ci riferisce che i Danai, ovvero i Greci, aiutati dal divino Pallade, costruirono un cavallo grande quanto un monte, con i fianchi costruiti con i legni di abete, simulando un regalo per il ritorno, si nascosero invece nella vicina isola con la loro flotta. Troia allora apre le sue porte e visita quello che ormai non c’era più dell’accampamento degli Achei, dove dimorava Achille, piuttosto che Agamennone. Il popolo comincia a dividersi: c’era chi ciecamente riteneva il cavallo di legno un dono, chi, navigato nelle acque dell’astuto Ulisse, lo riteneva un inganno. Il sacerdote Laocoonte era uno di quest’ultimi. Per fugare ogni traccia di dubbio, comunque, ora spezza una lancia nel ventre del cavallo che vibra, ora sacrifica un toro sull’altare del tempio della dea Minerva. Immediatamente due serpenti neri si intravedono all’orizzonte del mare, che subito raggiungono e divorano i figli del sacerdote, il quale, tentando di salvarli, è vittima lui stesso del veleno delle serpi. Episodio celebre conosciuto nel gruppo marmoreo di Laocoonte. L’interpretazione che i Troiani danno a questo tetro accaduto è da leggersi nelle righe di una dea Minerva offesa dal dubbio dei suoi fedeli. Nel frattempo sorprendono un giovane, che si fingerà traditore, rincarando la dose sulla partenza dei suoi. Così i Troiani, “incuranti e accecati dalla follia”, concordano di far entrare il cavallo dentro le mura, abbattendo parte di esse e tirando le funi con tutte le loro forze. Mentre tutti dormono il giovane traditore apre la bussola del cavallo di legno, e i soldati al loro interno, una volta usciti, aprono le porte della città per permettere ai loro alleati di entrare e dare una conclusione definitiva a questa guerra. Troia si risveglia nelle fiamme e nella paura. Enea vede in sogno Ettore, figlio del re Priamo, che gli intima di non combattere, ma di fuggire immediatamente perché era bel altro il volere degli dei per lui. Con tutti gli occhi puntati addosso e un silenzio imbarazzante, Enea chiarisce a Didone che avrebbe combattuto fino all’esalazione dell’ultimo respiro per la sua patria, se solo gli dei non gli avessero tracciato un altro sentiero. Questi, oltre che di Ettore, si servono di sua moglie Creusa, che appare ad Enea come un vento, un sogno, che con dolce affettuosità convince suo marito a non preoccuparsi di lei, a sottomettersi al volere divino e gli apre uno scorcio in cui l’eroe riesce a vedere parte del suo futuro. Enea allora fugge, ma Troia è caduta!

“Timeo Danaos et dona ferentes”

Col senno di poi si potrebbe riscrivere un’intera storia. I Troiani sperimentano per la prima volta le conseguenze disastrose della strategia dell’inganno. Il Professore invece si fa forte dell’esperienza altrui. C’è solo una cosa che non conosce esercizio: la noncuranza e la poca memoria di quel che è stato. Se solo Raquel avesse preso in considerazione l’espressione di Laocoonte divenuta proverbiale:

“Timeo Danaos et dona ferentes” (Temo i greci anche quando/se portano doni)

…avrebbe fuggito doni insperati o di provenienza sospetta, come quello di aver concesso l’accesso alla zecca a qualsivoglia individuo, senza che il Professore e la sua banda non l’avessero già messo in conto. Forse sarebbero stati loro ad avere la meglio. Ma i doni sono sempre molto attraenti, difficile resistere, e la storia non si riscrive, così Troia è caduta due volte!

 

 

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