Il Superuovo

Essere individualisti o prendere la via del collettivismo? De Andrè paragona Stirner e Bakunin

Essere individualisti o prendere la via del collettivismo? De Andrè paragona Stirner e Bakunin

Il primi pensatori anarchici sono stati Max Stirner e Bakunin. Nell’album ‘Storia di un impiegato’  Fabrizio De André coniuga le due riflessioni in una sintesi del fenomeno del Sessantotto. 

 

Copertina di ‘Storia di un impiegato’ (fabriziodeandre.it)

 

Il protagonista di ‘Storia di un Impiegato’  decide di uscire dalla sua vita noiosa e sempre uguale  per ribaltare lo status quo. All’inizio crede che la rivolta individuale sia la via migliore ma, una volta in carcere, comprende l’importanza del collettivismo.

 

Max Stirner, (pensieroefilosofia.blogspot.com)

Il clima culturale di ‘Storia di un impiegato’

De André incide questo disco nel 1973, un periodo di grande fermento culturale. Si tratta del suo terzo concept album, dopo la ‘Buona novella’ (1969) e ‘Non al denaro non all’amore né al cielo’ (1971). A differenza dei precedenti, in cui la critica politica è velata dallo stile poetico, in ‘Storia di un impiegato’  Fabrizio decide di esprimere il suo sentimento anarchico in modo chiaro, diretto e a tratti duro. La trama che lega le canzoni di questo LP racconta di un impiegato statale, definito “trentenne disperato”, appartenente alla classe borghese, che riviene a contatto con gli avvenimenti del maggio francese. Ricorda che nel Sessantotto non ha appoggiato quelle rivolte preferendo mantenere il posto fisso. Nella monotonia di una vita al servizio dello Stato, matura la convinzione che i Sessantottini abbiano commesso un grande errore: combattere collettivamente. Così sogna di portare a termine la sua rivolta individuale il cui culmine dovrebbe essere un attentato al parlamento. L’ordigno viene posizionato come prevede il piano ma, sul più bello, scivola lungo una discesa e fa esplodere “un chiosco di giornali”. L’impiegato finisce in prigione dove comprende l’importanza, fino ad allora negata, del collettivismo. Questa parabola da individualismo a collettivismo, delinea un ritratto del fenomeno del Sessantotto e il percorso tra le due dottrine anarchiche: l’Unico di Max Stirner e la rivolta collettiva di Bakunin.

Bakunin (Wikipedia.org)

L’individualismo e l’Unico stirneriano

Max Stirner è un filosofo tedesco considerato il padre dell’anarchia. Fabrizio De André entra a contatto con i circoli anarchici durante gli anni universitari. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta è cosa comune che i figli della borghesia si avvicinino a teorie progressiste perché stanchi dell’ipocrisia del conservatorismo in cui sono cresciuti.  Nei circoli anarchici di Genova De André conosce la filosofia di Stirner e, in particolare, la sua opera principale: ‘L’Unico e la sua proprietà’ (1844). In essa il filosofo tedesco espone la sua concezione dell’uomo come Unico. Questo Unico è dominato da concetti illusori (religione, nazionalismo, socialismo, ecc…) e in quanto tale, obbligato a rispettarli e a servirli senza alcun interesse. In quest’ottica la sola via che l’Unico ha per conquistarsi la libertà è riuscire da solo a raggiungere il suo potere senza che gli venga concesso dall’esterno. Questo porta Stirner a concludere che anche le relazioni umane siano nocive all’Unico poiché in esse sacrifica parte della propria libertà; le relazioni risultano utili solo se volte al miglioramento dell’ego. Quindi, la sola via alla libertà risulta la rivolta, guidata dalla proprietà dell’Unico: l’egoismo inteso come ego mensura.

Egoistico è non attribuire a nessuna cosa un valore proprio o ‘assoluto’, ma cercare sempre in me il suo valore.

‘Nella mia ora di libertà’ e la transizione al collettivismo bakuniano

Bakunin, filosofo russo del XIX secolo, è noto per il suo conflitto ideologico con Marx nella Prima Internazionale. Egli auspica una rivolta collettiva dalla quale possa scaturire un società divisa in comunità autogestite, libere da ogni vincolo legale e tenute insieme da scopi e nemici comuni. De André ne immagina una ‘Nella mia ora di libertà’ in cui racconta l’ora d’aria dell’impiegato. Nelle ultime tre strofe è descritto il passaggio al collettivismo. Nella terzultima afferma che

bisogna farne di strada/da una ginnastica d’obbedienza/fino ad un gesto molto più umano/che ti dia il senso della violenza./Però bisogna farne altrettanta/per diventare così coglioni/da non riuscire più a capire/che non ci sono poteri buoni.

Ecco quindi definita la totale assenza di poteri al di sopra degli individui. Più avanti l’impiegato nota di trovarsi “in mezzo agli altri vestiti uguali” cioè, in una comunità egualitaria come quella auspicata da Bakunin. La canzone finisce con l’imprigionamento dei secondini da parte di tutti i prigionieri. Le contestazioni del Sessantotto vogliono difendere l’individualità attraverso la collettività. Questa strategia è l’incontro tra Stirner e Bakunin: il bisogno di rivolta individuale contro un nemico, riconosciuto identico nei propri coetanei, crea una comunità in cui l’Unico si realizza nel collettivo.

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