Le parole di Andreotti e Sciacia possono dirci ancora oggi qualcosa sul caso Moro

Il caso Moro entrò nella vita degli italiani con lacrime rabbia. Di chi è stata la colpa? Si poteva trattare? Tutti hanno una risposta, nessuno gli ha salvato la vita.

Non è un semplice resoconto di fatti e di dati, il caso Moro è un vero e proprio dramma di Stato che tutti hanno vissuto sulla propria pelle. Quel 9 maggio non abbiamo perso un semplice parlamentare, 42 anni fa morì la speranza in un’Italia unita e forte, così come la voleva Moro. Tutto il Paese andava verso un’unica direzione: salvare l’amico del popolo.

Il compromesso storico

L’Italia viveva nel tempo del PCI e della DC, due partiti che insieme rappresentavano il 73% dell’elettorato, una cifra incredibile. Nel febbraio del 78 la DC (39%) doveva decidere se accettare di governare fianco a fianco con il PCI (34%), per creare e costruire un’Italia forte, una svolta storica. Aldo Moro (presidente della Democrazia Cristiana)  era l’uomo che in questa svolta ci credeva, era il mediatore tra i due fuochi, era l’uomo giusto al momento giusto, l’unico che poteva riuscire nell’impresa chiamata da tutti compromesso storico. Berlinguer, il segretario del Partito Comunista Italiano, era lì con Moro e con Zaccagnini (segretario della DC) perché convinti di fare la scelta migliore per il Paese. Due fazioni però non erano d’accordo: la parte destra della DC con in prima linea da Andreotti e la parte più estrema dei comunisti. Proprio gli estremisti di sinistra con le Brigate Rosse come soldati, fecero il passo decisivo, forse più lungo della gamba. Bisognava colpire la DC, bisognava solo scegliere chi tra Andreotti e Moro, fu scelto il secondo perché uomo cardine del periodo.

Un infernale risveglio

Erano le 9:25 di giovedì 16 marzo del 1978, arrivò l’annuncio del rapimento dell’Onorevole Aldo Moro e della sparatoria che avrebbe fatto perdere la vita a tutti e cinque gli uomini della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Franco Zizzi. L’inferno vissuto dal presidente della Democrazia Cristiana e dal Paese iniziò alle 9:00 in via Fani e finì 55 giorni dopo, il 9 maggio, in via Caetani, all’interno di quella fatidica Renault 4 Rossa. Il 16 marzo fu un giorno assordante, la musica smise di fare compagnia alle radio così come i programmi alle televisioni, i bambini furono immediatamente fatti uscire dalle scuole. Un giorno di guerra, un giorno carico di ansia come se fosse stato rapito un nostro parente, un nostro amico. Il 18 marzo, due giorni dopo, fu trovato il primo dei 9 comunicati delle Brigate Rosse. Di seguito il testo:

«Giovedì 16 marzo, un nucleo armato delle Brigate rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati corpi speciali, è stata completamente annientata. Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino a oggi il gerarca più autorevole, il teorico e lo stratega indiscusso di questo regime democristiano che da trenta anni opprime il popolo italiano. Ogni tappa che ha scandito la controrivoluzione imperialista di cui la Dc è stata artefice nel nostro Paese – dalle politiche sanguinarie degli anni Cinquanta alla svolta del centrosinistra fino ai giorni nostri con l’accordo a sei – ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste.» 

La trattativa di Andreotti

Le Brigate Rosse proposero al governo, in quel momento con a capo Giulio Andreotti, di scambiare la vita di Moro con la libertà di alcuni brigadisti, o anche di solo un terrorista in carcere, pur di avere la possibilità di trattare. Il Parlamento si divise così in due fazioni: gli irremovibili (la DC di Andreotti e il PR di La Malfa) e i possibilisti (uomini come Craxi e Sciascia). La maggioranza era però composta dai contrari alla trattativa: la scarcerazione di alcuni brigatisti avrebbe costituito una resa da parte dello Stato, un precedente, la “morte della Repubblica” come commentò il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini. Vinse quindi la decisione di non prendere la strada della trattativa, una presa di posizione drastica che avrebbe portato a una conseguenza di egual dimensioni.

Il comunicato numero 9 diceva:

«Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici perché venisse sospesa la condanna e Aldo Moro venisse rilasciato, dobbiamo soltanto registrare il chiaro rifiuto della DC. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato.»

Il 9 maggio, dopo 55 giorni nel carcere del popolo, Moro fu assassinato per mano di Mario Moretti. Il corpo fu ritrovato, sotto indicazione delle Brigate Rosse, in una Renault 4 rossa in Via Caetani, tra la sede della DC e quella del PCI, nel pieno centro di Roma. Francesco Cossiga, allora Ministro dell’Interno, appena scoperto il corpo, consegnò le sue dimissioni con le parole “abbiamo fallito”.

Le lettere di Aldo Moro in prigione erano un inno alla vita, Moro chiedeva aiuto esplicitamente ai suoi compagni di partito e di vita, a quelli che lui riteneva amici. Andreotti, Zaccagnini, Cossiga, tutta la Democrazia Cristiana era la seconda famiglia di Moro, quella famiglia che decise di mettere il dovere al primo posto. 

L’ “Affaire” di Sciascia

Leonardo Sciascia fu tra quelli che nella trattativa ci vedeva la vita, non la sottomissione. Lo stesso anno degli avvenimenti, nel 1978, scrisse a caldo “L’Affaire Moro”. Non volle aspettare le indagini, i processi, i colpevoli, Sciascia i colpevoli li aveva avuti a fianco per tutti i 55 giorni. Una nobile gara di codardia, tra politici e giornalisti, per chi trovava più incongruenze nelle lettere di Moro fu forse vinta da Sciascia che leggendo scrupolosamente le lettere riuscì a estraniare i pensieri e la paura che Aldo Moro voleva far trasparire. Moro doveva essere salvato. La democrazia, il non cedere, la libertà, sono solo parole. 

L’innumerevole quantità di critiche rivolte a Sciascia non lo fecero cadere, lui difese i suoi diritti di parola, critica, giudizio e opinione fino alla morte. Presentando il libro nella sua ultima edizione (1983), Sciascia scriveva opportunamente: 

«questo libro potrebbe anche esser letto come “opera letteraria”. Ma l’autore – come membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla “affaire” – ha continuato a viverlo come “opera di verità” e perciò lo si ripubblica (non più col rischio delle polemiche, ma del silenzio) con l’aggiunta della relazione di minoranza (di assoluta minoranza) presentata in Commissione e al Parlamento. Una relazione che l’autore ha voluto al possibile stringare, nella speranza abbia la sorte di esser largamente letta: qual di solito non hanno le voluminosissime relazioni che vengono fuori dalle inchieste parlamentari»

Il libro più crudo, inquietante e soprattutto sincero dello scrittore siciliano; un libro vissuto e sentito come un diario d’infanzia.

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