Le nostre scelte hanno il potere di autodefinirci? Lo dicono Kierkegaard e The Stanley Parable

Com’è possibile che le scelte e le decisioni che quotidianamente prendiamo definiscano ciò che realmente siamo? Questo è un argomento trattato da secoli da vari filosofi e scrittori, e oggi ci tufferemo alla ricerca di una risposta

 

Pensiamo a quante volte durante una semplice giornata quotidiana siamo chiamati a scegliere. Sin dal primo minuto in cui apriamo gli occhi, siamo obbligati a prendere decisioni. Ovviamente, ci sono scelte e scelte, che vanno da quelle più semplici, come quali vestiti mettersi, oppure con quale penna scrivere, blu o nera? a quelle invece più complesse, come la scelta dei propri studi futuri, oppure se chiedere alla persona che amiamo di maritarci. Insomma la nostra esistenza è composta da scelte. E questo l’aveva già intuito e poi teorizzato un grande filosofo ottocentesco, Søren  Kierkegaard, di cui oggi tratteremo, in particolar modo del tema della scelta, collegandoci al videogioco The Stanley Parable, per capire meglio come le nostre decisioni influenzino il nostro essere, oppure, come direbbe l’amato Albus Silente:” Sono le scelte che facciamo che dimostrano quel che siamo veramente”

Kierkegaard e la vita come scelta

Esaminando il suo pensiero, dobbiamo affermare innanzitutto che Kierkegaard pone la singolarità dell’esistenza umana al centro della propria riflessione filosofica (in contrapposizione al pensiero Hegeliano, il quale poneva la totalità e quindi l’intero genere umano, piuttosto che il singolo). Ma ciò che più ci interessa riguardo alla sua contemplazione filosofica  è come quest’ultimo affronti il tema della scelta, o meglio, dell’impossibilità della scelta. Questo argomento è stato approfondito e affrontato da numerosi filosofi e scrittori, da Aristotele a Heidegger. Ognuno di loro ha riportato nelle proprie riflessioni quanto l’uomo sia definito dalla possibilità di scegliere. Per Aristotele, ad esempio, la scelta è un mezzo per realizzare il bene, per Heidegger è una condizione esistenziale che coinvolge tutti. Lo stesso Kierkegaard visse sulla propria pelle la difficoltà di compiere delle scelte (l’episodio del matrimonio non andato a buon fine con Regina Olsen ad esempio), tanto da portarlo a scrivere in Aut-Aut (la sua opera principale) un pensiero lacerante:

“Sposati, te ne pentirai; non sposarti, te ne pentirai anche; o che ti sposi o che non ti sposi, ti penti d’entrambe le cose… Questa, miei signori, è la somma della scienza della vita!”

L’esistenza per Kierkegaard deve essere intesa come possibilità di scelta tra varie vite, e proprio questa  possibilità è un ciclone che possiede l’uomo. Di fronte alla scelta ci sentiamo spesso paralizzati perché abbiamo paura delle conseguenze che quest’ultima determinerà. L’eventualità di sbagliare tiene l’uomo in bilico tra lo scegliere e il non farlo, tra inquietudine e consapevolezza. Il filosofo danese ci illustra quanto sia difficile scegliere o non scegliere e quanto l’uomo resti relegato al suo fallimento. C’è sempre qualcosa che lo tormenta, una scelta che implica un’immensità di mondi potenziali che non saranno mai attuali e da tale tormento deriva un’angoscia che determina l’esistenza stessa.  Scegliere tra due possibilità comporta sempre una rinuncia, come accade nei tre stadi dell’esistenza, teorizzati dal filosofo stesso: vita esteticavita etica e vita religiosa. Lo stadio estetico è lo stadio che si incarna nella figura del seduttore, o del Don Giovanni, ovvero colui che vive la vita cercando di renderne unico e irripetibile ogni suo attimo, vive solo il presente e insegue il piacere immediato. E’ la vita  dello scegliere di non scegliere, del vivere la propria vita come un’opera d’arte. Questo tentativo di vivere costantemente l’attimo, porta però l’esteta alla disperazione e alla noia, derivanti dalla consapevolezza che il suo non scegliere porta inevitabilmente a rinunciare ad una propria identità e ad avvertire il vuoto della propria esistenza. Lo stadio etico è lo stadio riconducibile alla figura del marito, opposto al Don giovanni. Egli sceglie ciò che vuole essere e si impone una disciplina necessaria alla realizzazione del suo progetto. La vita diventa così costruzione, dovere e se la disperazione dell’uomo estetico può farlo convertire ad una vita etica ( il matrimonio è l’espressione massima dell’eticità), anche questa eccessiva disciplina e rigidezza può portare ad un tipo di vita fredda e asettica, in quanto il marito non può fare a meno di riconoscere la sua condizione di essere finito e imperfetto e quindi di “pentirsi”. Infine, lo stadio religioso, culmine del percorso individuale, incarnato dalla figura di Abramo, è lo stadio in cui l’uomo si avvicina a Dio e vive la propria religiosità in modo assolutamente personale. L’uomo si può avvicinare  al significato ultimo dell’esistenza  andando al di là della limitatezza della vita etica, riuscendo a vincere l’angoscia e la disperazione che lo costituiscono come uomo. Queste vite però sono tra loro incompatibili, in quanto si escludono reciprocamente. Tra di loro vi è infatti un abisso, non esiste un passaggio che va da uno stadio ad un altro, ma un salto nel buio che porta l’uomo da una condizione all’altra e questo passaggio comporta sempre una rottura o un rischio, accompagnato da un cambiamento radicale di mentalità. La metafora del salto pone in luce la difficoltà che accompagna ogni nostra scelta, caratterizzata sempre dal rischio che deriva dalle sue conseguenze ignote.  Ed è per questo motivo che l’uomo è destinato a vivere nell’angoscia, in quanto una volta scelta una vita, si rinuncia alla possibilità di vivere l’altra

The Stanley Parable

Concentriamoci adesso su questo gioco favoloso. Il tema della natura delle scelte all’interno dei videogiochi è stato ripreso numerose volte ed è diventato oggetto di opere di grande importanza e valore, come in Spec Ops: The Line, ma mai nessuno aveva tentato la strada imboccata dagli autori di The Stanley Parable. All’inizio del gioco sappiamo solo che Stanley è nel suo ufficio, davanti al monitor del computer con cui lavora da anni. Ma c’è qualcosa di strano, perché improvvisamente non sta ricevendo più ordini. Il povero Stanley, per la prima volta nella sua vita, è costretto ad alzare la testa dalla sua postazione e a guardarsi intorno. Scopertosi solo, dovrà esplorare gli uffici dell’azienda per cui lavora per scoprire cos’è successo ai suoi colleghi. Ad accompagnarlo durante questa indagine c’è soltanto una  voce narrante, che descrive con puntiglio e professionalità la sua situazione e gli dice di volta in volta come deve comportarsi. La situazione però cambia fin dal primo bivio. Stanley si trova davanti a due porte e deve scegliere (o, meglio, il videogiocatore deve scegliere per lui), se passare per quella di sinistra, e far proseguire quindi il flusso regolare della storia, come chiede la voce narrante, oppure andare a destra per vedere cosa cambia violando le regole. Ben presto il giocatore è costretto a capire che per quanto possa faticare nel decidere, all’interno del gioco non esiste una scelta giusta da compiere e si possono solo seguire una serie di percorsi prestabiliti, che spesso portano a situazioni spiazzanti e inattese. Ogni bivio conduce alla rivelazione di un pezzo del puzzle, senza mai mostrarlo nella sua interezza. Non ci sono scelte giuste o scelte sbagliate e non è possibile alcuna ribellione, tranne il rifiuto del gioco, ossia tornare al desktop, come tematizzato in uno dei percorsi. Come dice la stessa descrizione del titolo, ”si seguirà una storia, e non si seguirà una storia. Si avrà una scelta, e non si avrà una scelta. Il gioco finirà, e il gioco non finirà”. Dal titolo ci rendiamo subito conto che questo videogioco non è altro che una incredibile riflessione sul potere della scelta, sulle sue ripercussioni che quest’ultime comportano e sulle esperienze quotidiane. E’ qui che il videogioco ferma la sua classica funzione ludica e comincia a guardare dentro di noi. Sarà la voce narrante a giudicare i nostri pro e i nostri contro, a rinfacciarci le nostre scelte, sempre pronta a schernire il povero Stanley e a mostrare la sua (presunta) superiorità in quanto ogni porta, ogni sentiero, conduce ad un’esperienza diversa e a un punto di vista differente 

Le nostre scelte definiscono ciò che siamo

Durante tutto questo discorso, abbiamo trattato inconsciamente di come le scelte che prendiamo plasmino la nostra Etica. Provate a pensare, proprio come nel film Matrix quando Morpheus pone a Neo la fatidica domanda: “Pillola rossa o pillola blu?“, anche noi siamo sempre chiamati a scegliere tra ciò che a noi sembra giusto fare in una determinata situazione, oppure ciò che sarebbe meglio non fare. E’ giusto che gran parte della popolazione mondiale rischi di morire di fame, mentre una piccola parte si comporta come se nulla fosse? Viviamo nella scelta, nella possibilità e sta a noi scegliere come agire per creare il futuro in cui vogliamo vivere. In un mondo come il nostro abitato da infinite possibilità, nessuno può insegnarci quale sia la scelta migliore per noi stessi. La crisi del mondo contemporaneo ci porta sempre più verso uno spaesamento, a una condizione in cui non si hanno certezze assolute. L’uomo, come singolo, vive la propria libertà di scelta con terrore. Egli è infatti la diretta conseguenza delle proprie scelte e crea arbitrariamente la sua etica, diventando responsabile di ciò che compie. La libertà dell’uomo è un’arma ambivalente, essendo l’unica cosa che può riscattarlo dalla società massificante della modernità ma al tempo stesso è il suo dramma permanente. Ci rendiamo allora conto che il pensiero di Kierkegaard assume una connotazione ancora più inquietante e struggente nell’ epoca frenetica in cui viviamo. Davanti all’ infinità di possibilità, stimoli, passioni e doveri che affrontiamo quotidianamente ci sentiamo spesso soli e sperduti, schiavi del timore di fallire e incapaci di percorrere una strada chiara e univoca. Ma non disperiamoci, perché sia il pensiero di Kierkegaard sia l’esperienza di The Stanley Parable, ci offrono una maniera nuova di scegliere come affrontare le situazioni. Siamo coscienti del fatto che scegliere può essere drammatico e doloroso, può spaesarci, e talvolta renderci soli o allontanarci dal resto del mondo, ma è l’unico modo, l’unica strada che ci porta a diventare quel che siamo, quello che vorremmo essere, o quello che siamo destinati ad essere

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