Polànski esaspera la comunicazione con “Carnage”: quanto contano davvero le misure?

Esistono delle leggi non scritte che regolano la nostra comunicazione. “Carnage” ci offre un’esasperazione di come possiamo esserne condizionati.

 

Fin dall’antichità l’uomo ha perseguito l’obiettivo fondamentale di comunicare: comunicare tra simili e comunicare al prossimo. Ma sviluppatosi il linguaggio in tempi recenti, come possiamo pensare che esaurisca quasi completamente un atto comunicativo?

La proposta di Polànski

Un arduo compito quello del regista polacco Roman Polànski, che riprende l’opera teatrale “Il dio del massacro” producendo una pellicola che si dispiega interamente all’interno di un piccolo appartamento. Tutto nasce da un litigio tra bambini finito con un colpo di bastone al volto da parte di uno dei due ai danni dell’altro. I coniugi Longstreet, genitori del bambino aggredito, decidono di incontrarsi con i Cowan, genitori del secondo bambino, per discutere dell’accaduto e porre fine a questa storia in maniera civile. Purtroppo, quest’ultimo proposito non riuscirà ad essere rispettato. L’incontro inizia tranquillamente, ma dopo pochi minuti inizia a degenerare portando le due coppie a toni più accesi e battibecchi tanto ridicoli quanto velenosi. Essi, oltre il voler chiarire il litigio dei figli, hanno poco in comune sono molto distanti l’una dall’altra in un appartamento che diventa una vera e propria morsa volta ad aumentare esponenzialmente la tensione ad ogni tentativo di dialogo. La trama circolare propone ad ogni discussione un momento di calma, in cui i coniugi Cowan muovono verso l’uscio. Al posto di lasciare l’appartamento però, si ritrovano trattenuti da un nuovo scambio di parole con relativo aumento di tensione. Il tema dei diverbi non è più il litigio dei figli così risulta difficile identificare un inizio e una fine della situazione. Al termine del lungometraggio i Cowan tornano finalmente al loro appartamento e l’ultima scena inquadra i due bambini mentre giocano e che, a differenza dei genitori, sono riusciti a lasciarsi alle spalle l’accaduto.

Dove le parole non arrivano

Un interessante spunto dal punto di vista psicologico quello dato da “Carnage” riguardo la comunicazione, o per meglio dire la non-comunicazione. Essa infatti può essere definita per la sua componente verbale e per la sua componente non-verbale. Un forte aspetto della componente non-verbale è quello dell’intenzione comunicativa. Quando comunichiamo stiamo inconsciamente a delle regole non scritte che ci permettono di svolgere ed esaurire una conversazione. Un modello di intenzione comunicativa è  il modello ostensivo-inferenziale, caratterizzato dalla variabile della pertinenza. Vediamone un esempio: se A chiede “Che ore sono?” e P risponde “È appena passato il lattaio.“, P ostende il fatto che A conosca l’ora a cui passa il lattaio, in modo tale che possa capire che ore sono. I protagonisti del film però, perdono le staffe e finiscono per trasgredire regole che stanno alla base del fenomeno della “we-intention“: una complementarietà nelle azioni da parte del parlante e dell’ascoltatore al fine di una buona comunicazione. La “we-intention” può essere infatti espressa attraverso una formula secondo l’espressione “Noi intendiamo fare l’atto X (comunicare). Io intendo fare y (parlare) come parte del nostro fare l’atto X (comunicare). Tu intendi fare z (ascoltare) come parte del nostro fare l’atto X (comunicare).“. Quando queste regole non vengono seguite, il dialogo può generare pericolose incomprensioni tra gli interlocutori.

Le misure della comunicazione

Abbiamo quindi iniziato a vedere quali componenti non-verbali possono caratterizzare e influenzare una conversazione. Un altro forte elemento distintivo di questa è rappresentato dalla prossemica. Essa viene definita come “lo studio di come l’uomo struttura inconsciamente i microspazi, le distanze tra gli uomini mentre conducono le transazioni quotidiane […]” e definisce come l’uomo regoli i suoi rapporti interpersonali in relazione alla “bolla” che lo avvolge. Nella cultura occidentale le dimensioni di questa “bolla” si estendono di circa 70 cm fino a raggiungere 1 m di distanza in tutte le direzioni partendo da centro del corpo. Situazioni come quelle descritte in “Carnage” possono essere fonte di stress e frustrazione portandoci ad essere più insofferenti e intolleranti rispetto al normale.

La prossemica identifica quattro dimensioni spaziali:

  • La distanza intima: da 0 cm a 45 cm;
  • La distanza personale: da 45 cm a 70 cm – 1 m;
  • La distanza sociale: da 120 cm a 2 m;
  • La distanza pubblica: attorno ai 3 m.

La situazione è tanto più stressante quanto ci si avvicina alla distanza di intimità, dai 45 cm fino a raggiungere il contatto. È infatti la sfera più delicata, all’interno della quale siamo in grado di percepire le emozioni, l’odore e il calore dell’altro. I Longstreet e i Cowan si sono quindi trovati catapultati in condizioni di vicinanza forzata a causa delle dimensioni dell’appartamento e la comunicazione si è rotta contro i loro muri di difesa come un’onda s’infrange contro uno scoglio. La domanda a questo punto sorge spontanea: quanto contano davvero le misure?

“Carnage” oggi?

Contrariamente a ciò che viene rappresentato in “Carnage”, noi oggi siamo vittima dell’effetto contrario. La rapida diffusione del COVID-19, che tutti conosciamo sotto il nome di coronavirus, ha portato a misure di sicurezza che impediscono quasi completamente di uscire dalle proprie case, se non per motivazioni lavorative o urgenze. Le dimensioni spaziali identificate dalla prossemica sono ora solo numeri. Fortunatamente la tecnologia ci dà la possibilità di avere degli strumenti in grado di “accorciare” queste distanze, di mantenerci in contatto con quello che mi piace definire “il mondo esterno”. Non posso però non pensare che siamo tutti potenziali protagonisti di un “Carnage 2“: non ci resta che aspettare e vedere cosa succederà.

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