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Dal filologo a Sherlock Holmes: secondo Carlo Ginzburg “siamo tutti un po’ filologi”

Un saggio di Carlo Ginzburg spiega come la filologia rifletta un’insita propensione umana alla ricerca ‘indiziaria’.

Fonte: Menti Sommerse

La filologia si occupa di ricostruire la storia di un’opera letteraria. Si tratta una disciplina complessa, a tratti molto tecnica e che può apparire ostica… Eppure c’è qualcosa di profondamente umano nei processi che ne costituiscono le fondamenta, come spiega Carlo Ginzburg in un viaggio che parte dagli antichi cacciatori, passa per una favola antichissima e dopo numerose tappe approda a Sherlock Holmes.

La opere e la loro storia

Le vie percorse dalle opere letterarie nella storia sono raramente linee rette che vanno dallo scrittoio dell’autore al libro compiuto: prima dell’invenzione della stampa la diffusione dei manoscritti era affidata ai copisti, amanuensi che per mestiere o passione si occupavano di ricopiare i testi. Per quanto il contributo di queste figure sia stato essenziale nella conservazione del patrimonio letterario, si trattava di uomini e non di fotocopiatrici: un attimo di distrazione, un po’ di ignoranza o un eccesso di fantasia potevano corrompere un testo con errori di ogni tipo. Queste sviste venivano poi riportate anche nelle copie successive, a loro volta suscettibili di nuovi errori, in una serie di accumuli a danno del testo di partenza. Capita, poi, soprattutto con opere particolarmente antiche, che l’autografo (il manoscritto di pugno dell’autore) o in genere il testo originale sia andato perduto (è il caso di Dante, ad esempio), e quindi non ci sia possibilità di conoscere la prima forma dell’opera tramandata. Se non si volessero addossare, poi, tutte le colpe ai poveri copisti, spesso anche gli stessi autori rendono il lavoro di ricostruzione difficile: riscritture, correzioni, appunti… Anche dopo l’invenzione della stampa la situazione non è molto cambiata, e nonostante i problemi si presentino in modalità diverse, la domanda resta la stessa: qual è l’opera originale?

Fonte: ManuSilenti

Cosa fa il filologo

Quando si parla di tutte le deviazioni in cui può incappare un’opera letteraria, entra in gioco il filologo, che ha l’obiettivo di riportare il testo sulla ‘retta via’. In filologia il punto di approdo è, infatti, un testo critico, cioè un’edizione dell’opera che renda conto delle fasi che questa ha attraversato nella sua storia. Il filologo, dunque, decide quale mettere a testo tra le diverse varianti (le versioni discordanti che riportano i vari testimoni in uno stesso luogo testuale), scartando quelle che più probabilmente non appartenevano all’originale. Le varianti scartate vengono inserite in un ‘apparato critico‘, di solito visivamente staccato dal testo vero e proprio, di modo che il lettore abbia la possibilità di conoscere le alternative al testo proposto. Il risultato è un’edizione quanto più possibile ‘trasparente’, in cui la lettura sia scorrevole, ma tutto sia visibile. Un esempio: fingiamo di possedere tre testimoni di un’opera che nella stessa frase riportino tre diverse parole: ‘creduto’, ‘ceduto’ e ‘cresciuto’, e che tutte e tre assumano un senso in quel luogo. Il filologo, dopo aver studiato i testi e con varie tecniche stabilito quale sia il più affidabile tra i tre, sceglie di mettere a testo ‘creduto’. Il lettore troverà, dunque, ‘creduto’ nel testo e potrà proseguire nella lettura senza porsi domande, oppure potrà controllare l’apparato critico e trovare lì che ‘ceduto’ e ‘cresciuto’ erano altre due possibili scelte.

Gli indizi e la ‘serendipity’

La filologia potrebbe sembrare una disciplina piena di tecnicismi, risultato del feticismo di qualche topo da biblioteca, ma così non è: Carlo Ginzburg, nel saggio Spie. Radici di un paradigma indiziario, fa notare come alla base di questa materia stia una propensione umana alla ricerca per indizi. Questa predisposizione ha origini antichissime: quando la sopravvivenza era legata ancora alla caccia, i dettagli – una foglia calpestata, un ramo spezzato, un’orma sul sentiero – potevano fare la differenza tra la vita e la morte. Riconoscere le tracce era essenziale e questo ‘sapere venatorio’ ha condotto, con le parole dello stesso Ginzburg, alla ‘capacità compiere operazioni mentali complesse con rapidità fulminea‘. Un concetto che è espresso dal termine inglese ‘serendipity‘, la cui etimologia è legata ad un’antica fiaba orientale: tre fratelli (figli del re di ‘Serendippo’, appunto) incontrano un uomo che ha perso un cammello (in certe versioni un cavallo). Alla sua richiesta d’aiuto glielo descrivono in tutte le sue caratteristiche… Subito dopo, però, affermano di non averlo visto. Vengono accusati del furto ma, nel processo, dimostrano come, attraverso piccoli indizi, siano riusciti a ricostruire l’aspetto dell’animale senza mai incontrato… I tre fratelli della fiaba condividono, dunque, con gli antichi cacciatori l’abilità di trarre conclusioni a partire da minime prove. Non è, però, necessario allontanarsi tanto dai tempi moderni per trovare altri simili esempi: si pensi a Sherlock Holmes, protagonista dei racconti di Arthur Conan Doyle, celebre per essere l’investigatore del dettaglio. Ginzburg stesso cita un brano dal racconto ‘L’avventura della scatola di cartone‘ (1892) di Doyle, in cui Holmes intuisce una parentela tra la vittima e un altro personaggio della storia osservandone la forma delle orecchie.

Fonte: Conhecimento Cientifico

Il filologo: investigatore dell’opera letteraria

Tracce sui sentieri, il lobo di un orecchio, un errore in un manoscritto… Diversi gli ambiti di ricerca, diverso il fine, ma identico il procedimento. Il progresso e la civiltà hanno certo cambiato le esigenze (procacciarsi il cibo non è più lo scopo primo di ogni procedimento indiziario), ma all’uomo è rimasto intatto il primordiale istinto di guardare ai minimi segni per individuare un sentiero da seguire. Questo ‘paradigma indiziario’ è stato trasposto ai diversi ambiti del sapere, ed è utilizzato come mezzo per nuove scoperte ancora ora. Il filologo cos’altro è, quindi, se non un investigatore dell’opera letteraria? Dall’errore, dalla lacuna o la perdita, con lo studio e l’intuito, deduce per supposizione, armandosi di quella stessa ‘serendipity’ che ha dato cibo al cacciatore, una via di fuga ai tre fratelli della fiaba e la soluzione di casi altrimenti irrisolvibili a Sherlock Holmes.

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