Il cinema muto esprime la nostra percezione del movimento? Kant e Berkeley a confronto

Il cinema, in quanto rappresentazione unitaria di spazio e tempo, è un ottimo esempio per comprendere la natura del movimento.

Buster Keaton nel film “Il cameraman” del 1928

Nel 1895 i fratelli Lumière riprendono “La sortie des usines Lumière”: la prima pellicola ad aver avuto un pubblico pagante, la cui prima proiezione, il 28 dicembre dello stesso anno, segnò la nascita della settima arte.

Perché Charlie Chaplin sembra sempre correre?

I primi film della storia del cinema erano muti, ma non mancava un esordio di colonna sonora: si era soliti accompagnare le proiezioni con musica dal vivo e questo determinava l’assoluta unicità dell’evento.

I fratelli Lumière iniziarono a girare con una velocità di 16fps (fotogrammi per secondo), questa scelta, che venne adottata per i due decenni successivi, era dovuta alle limitate capacità del mezzo di proiezione. I primi proiettori, infatti, erano “a manovella”, era dunque difficile per un uomo girarla troppo velocemente, e un numero maggiore di fotogrammi risultava necessariamente inutile. Purtroppo la scarsa tecnologia portava una visione “a scatti”, così, con l’automatismo dei proiettori, i proiezionisti iniziarono ad abituare gli spettatori ad una visione più veloce, ottenendo sequenze accelerate e buffe, oggi considerate tipiche del cinema muto.

Quanto “velocemente” vede l’occhio?

Solo con l’avvento del sonoro nel cinema è nata la necessità di studiare l’occhio umano, perché per riuscire a sincronizzare audio e immagine era necessario trovare la giusta proporzione di frame al secondo. L’uomo non vede più di 25 fotogrammi al secondo, risulta dunque inutile “scattarne” in numero maggiore. Il cinema moderno, seguendo questo rapporto, riesce a evitare il problema dei primi anni, e fornisce allo spettatore un prodotto che ricalca del tutto l’azione della vista.

Il moto in sé e per sé, però, non sembra essere descrivibile come un insieme di “frame”. La fisica moderna si interroga su queste questioni, ed è divisa tra due concezioni che già due filosofi del V secolo a.C. come Zenone e Democrito avevano sostenuto. Sembra giusto chiedersi quale dei due abbia ragione: Zenone, che sosteneva che, partendo dopo, Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga, poiché lo spazio che li separa è infinitamente divisibile, oppure Democrito, che con la teoria degli atomi accetta l’esistenza del vuoto e dunque della finitezza?

Fenomeno e noumeno

In sostanza esiste un numero massimo di frame scattabili al secondo, o ad un certo punto, se potessimo scattarne un numero infinito in un’unità determinata di tempo, incontreremmo il vuoto?

A Kant questa domanda non sarebbe interessata. Il filosofo del XVIII secolo, infatti, parlava di “fenomeno” e “noumeno”, con il primo intendeva l’esperienza che si ha di una cosa (i fotogrammi), mentre con il secondo la cosa in sé (il movimento).

Berkeley, filosofo inglese appena precedente, aveva una visione sconvolgente: se l’uomo può conoscere le cose solamente tramite l’esperienza sensibile, allora la “cosa” esiste solo nella misura in cui viene percepita nella rappresentazione. In parole kantiane, il “noumeno”, la cosa in sé, non esiste. Se così fosse, il movimento sarebbe composizione di 25 frame, non uno di più, non uno di meno.

Kant, al contrario, sosteneva l’esistenza del “noumeno”, semplicemente lo considera totalmente inconoscibile per l’uomo. L’unico mezzo conoscitivo, sosteneva, sono i sensi, ordinati tramite l’uso dell’intelletto. Tristemente i mezzi conoscitivi umani sono finiti: l’occhio non supera i 25 fotogrammi al secondo, come l’udito non esce dall’intervallo 20Hz-20kHz. L’unica cosa certa in natura è il nostro modo di leggerla.

Esiste dunque un mondo, là fuori, tanto più complesso di come ci è concesso percepirlo?

1 thought on “Il cinema muto esprime la nostra percezione del movimento? Kant e Berkeley a confronto

  1. Analogia molto stimolante tra cinema, filosofia e fisica. Il limite dei 25 (24 prima del digitale) era un limite inferiore dettato da esigenze di praticità, ma l’esistenza del movimento tra un frame e l’altro è chiara perché posso indagarla con un altro strumento: se traccio a penna una linea di 25 cm e riprendo il gesto con una cinepresa, nei fotogrammi vedrei la linea crescere a gradini di un cm alla volta, mentre osservando il foglio è chiaro che la linea si sviluppa con continuità, almeno fino ad un ingrandimento di livello quantistico. Appunto, questo è il limite inferiore fisico a partire dal quale non si procede più con continuità, ma a salti, di quanto in quanto. Forse. Forse perché noi, nel mondo quantistico, non ci siamo mai stati (ma Ant-man sí), anche se lo indaghiamo con acceleratori di particelle e altri strumenti, ma non ne abbiamo avuto esperienza diretta, nel senso che non abbiamo le dimensioni adeguate a misurarci con quel mondo. Se nel mondo quantistico ci fosse qualcuno, chissà che non trovi un altro limite ancora più inferiore, e chissà allora che la realtà non dipenda nemmeno dallo strumento con cui la si indaga, ma dall’abitudine con la quale la si percepisce.

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