To see the world, things dangerous to come to, to see behind walls, to draw closer, to find each other and to feel. That is the purpose of life.” (slogan della rivista Life)

Immaginazione: l’essenza di tutte le cose

Immaginare: cosa significa? Vediamoci grandi, come un musicista illustre, uno scienziato famoso, un attore. Abbiamo tredici anni, così giovani e potenti; poi trenta, venti; settanta, e stiamo invecchiando… ne abbiamo quindici, siamo innamorati… viviamo da qualche mese, e con stupore vediamo il mondo accoglierci. Esploriamo le possibilità della vita, viviamo ogni possibile identità. Saliamo verso l’alto: stiamo volando, sempre più in alto. 

Immaginare vuol dire innanzitutto abbandonarsi al sentimento, alle sensazioni, ai soprassalti dell’animo. Si dice che Caspar David Friedrich, il più grande, forse, pittore romantico tedesco, non dipingesse mai all’aperto, ma che lo facesse sempre al chiuso. Nell’intimità del suo atelier, si rifaceva soltanto all’immaginazione di un paesaggio della sua testa. È con il Romanticismo che, tra fine ‘700 e inizio ‘800, riaffiorano sentimento e irrazionalità, ricordo e nostalgia: Beethoven e Chopin tendono verso una musica nuova, evocatrice di sensazioni estreme, sempre venata di qualche nota di malinconica tristezza. William Turner, per assicurare massima veridicità a una propria opera, si lega all’albero maestro di una nave nel bel mezzo di una tempesta. I romantici ricercavano il massimo di sentimento, il sublime: l’estremo limite superiore della percezione del bello, lo smarrimento della mente di fronte all’incapacità di razionalmente concepire sensazioni così intense e assolute. Dove stia, realmente, il sentimento, dove lo si colga o vada ad afferrare, questo è il compito più importante e arduo dell’immaginazione. Immaginare finisce per essere una ricerca in se stesso, un’esplorazione nel proprio spirito. Direbbe, Giuseppe Ungaretti, uno scavo sino al proprio “porto sepolto”: la poesia è ‘viaggio archeologico’ in sé.

Vi arriva il poeta/ e poi torna alla luce con i suoi canti/ e li disperde

Di questa poesia/ mi resta/ quel nulla/ d’inesauribile segreto

Il poeta vi “arriva” poiché la natura del viaggio è il partire, l’arrivare è meta dei rari momenti di armonia. E dello scavo, non resta che un amaro in bocca, non resta che “nulla: “Il porto sepolto è ciò che di segreto rimane in noi indecifrabile. È l’incomunicabilità, in fondo, dell’esperienza poetica, della profondità e del vero sentimento. Perché “Rivelazione di sé a sé, ecco che cos’è la poesia” (G. Leopardi). Superfluo il nostro vano interpretare (e lo stiamo, lo sto, facendo tuttora), tentoni: parole, le nostre, che volano al vento. Ungaretti tratta di un topos ricorrente di tutta la letteratura: la ‘quête’ poetica: la ricerca, che diviene tentazione di ‘abisso’ tipica di Baudelaire e Nietzsche. “Quando io trovo/ in questo mio silenzio/ una parola/ scavata è nella mia vita/ come un abisso” (Baudelaire, “Le gouffre”) e “A voi, ebbri d’enigmi, amatori del crepuscolo, la cui anima come dal suono d’un flauto si sente attratta verso ingannevoli abissi” (Nietzsche, “Della visione e dell’enigma”, in “Così parlo Zarathustra”). 

Abbiamo, pertanto, finito per dire che l’immaginazione è non solo proiezione in altri mondi o identità, non solo un lasciarsi prendere dal sentimento, non solo un cercarlo, tale sentimento: l’immaginazione è persino ricerca dell’essenza. Perché immaginare vuol dire, sì, immergersi in se stesso, ma nel farlo, chi immagina, si estrania dalla realtà, la vede con occhi nuovi, e, da fuori, ne coglie l’impenetrabilità. Calandoci nella filosofia antica, filosofo vero è, per Eraclito, colui che abbandona l’illusorio mondo e modo di vedere ‘dei più’, che sa riflettere in solitudine, scandagliando con acume la propria anima, ritenuta “senza confini”: filosofo è colui che possiede una visione profonda. Parmenide, che con Eraclito non andava proprio molto d’accordo, nella ricerca dell’Aletheia (verità), dà vita all’ontologia: l’essere, da semplice forma verbale avente funzione di copula, diviene sostantivo neutro che si riferisce a un concetto astratto: forse, il ‘concetto dei concetti’. 

Walter Mitty: i sogni ad occhi aperti e l’immaginazione ‘malata’

Il sogno è presupposto fondamentale dell’immaginazione, tanto che Foucault la definisce come “sognarsi sognante”: dove tracciare la linea di confine?

Sommo sognatore è Walter Mitty, protagonista de “I sogni segreti di Walter Mitty”, nonché caporeparto dell’archivio negativi della rivista Life. Walter guarda il mondo con gli sguardi dei moltissimi fotografi i cui negativi sono passati dalle sue mani, e, senza mai uscire dalla propria città, compie regolarmente dei viaggi mentali lontano dalla sua uggiosa esistenza, infilandosi in un mondo di fantasie e di eroismo, appassionate relazioni amorose e onori. Il suo sognare ad occhi aperti pare tanto un disturbo dovuto alla sua inettitudine a vivere e al suo timore dei rapporti sociali, i quali lo hanno portato, anche per vicende familiari (la morte del padre quando aveva diciassette anni), a vivere un’esistenza grigia e monotona, in cui si è limitato a fare un “buon lavoro”, ma niente di più. Mai ha vissuto realmente il sentimento, sia che si tratti di amore che di viaggi ‘con’ la natura. Causa scatenante della rivoluzione d’animo del protagonista sarà il negativo 25, inviatogli dal fotografo di punta della rivista, Sean O’Connell, perché possa essere la copertina dell’ultima versione cartacea della rivista. Walter, incapace di trovarlo, parte alla ricerca di Sean, giungendo in Groenlandia, Islanda e, infine, Afghanistan. Parallelamente, vedrà concretizzarsi il suo sogno di instaurare una relazione con Cheryl, di cui era innamorato già da tempo. Ad accomunare i paesaggi estasianti dei veri, e non mentali, viaggi di Walter, e l’amore per Cheryl, è il sentimento, quello stesso sentimento tipico del romanticismo.

“Certe volte non scatto, se mi piace il momento, piace a me, a me soltanto. Non amo avere la distrazione dell’obbiettivo, voglio solo restarci, dentro”

È l’unica (o quasi), la precedente, frase che esce dalla bocca di Sean O’Connell, quando, nel finale, Walter lo incontra mentre è intento a fotografare un leopardo delle nevi. E questo contrasta nettamente con l’odierna apprensione di condividere tutto, di mostrare il proprio vissuto e di sentirsi, in questo, appagati. C’è chi viaggia non per viaggiare, ma per dire di esserci stato.

Pertanto, al tema centrale della contrapposizione tra sogno e realtà, immaginazione e vita, si affianca quello dell’odierna massificazione della società. Fenomeno sempre più radicato è, oggi, quello per cui le persone, per opera dei media, dell’industria e dei governi, tendono a sostituire i veri rapporti con quelli online. Basti pensare ai social networks e ai siti di incontri. Siamo, sembra, legittimati a scegliere il prodotto di donna o uomo ‘migliore sul mercato’. E questo tipo di estraniazione è una ‘immaginazione malata’, non spontanea, ma imposta prepotentemente dall’esterno con una scarica di immagini obbligate, la stessa di cui parla Marcuse: “L’Immaginazione non è rimasta immune al processo di reificazione. Noi siamo posseduti dalle nostre immagini, soffriamo delle nostre proprie immagini.”

Il sonno e la veglia: luce e oscurità: finzione o realtà?

“I sogni segreti di Walter Mitty”, oltre che essere un racconto di formazione, è una commedia. Ed è l’espediente comico principe del film a suggerirci un concetto importante, un dubbio fondamentale: realtà e sogno sono distinguibili? Nel corso del film assistiamo, ogni volta che Walter inizia uno dei propri sogni ad occhi aperti, a scene progressivamente sempre più demenziali. Ognuna di queste è inserita nel flusso del film, senza nessuna apparente connessione con esso, ed è proprio questa separazione che conferisce loro grande comicità e, paradossalmente, senso. Non ci accorgiamo della ‘falsità’ della scena, finché non assume tratti estremi. O anzi, se non fosse per il fatto che, in anticipo, abbiamo assistito a uno di questi sogni ad occhi aperti, non lo avremmo potuto capire. Certo, direte, è un film: è per questo che poteva essere vero. Tuttavia, la realtà non è affatto differente.

Se ci sia differenza tra sonno e veglia, se l’era già chiesto Platone, il quale avverte come il sogno, per chi lo consideri senza uscire dal suo ambito, non sia meno reale della veglia: 

“Nulla vieta di credere che i discorsi che ora facciamo siano tenuti in sogno, e quando in sogno crediamo di raccontare un sogno, la somiglianza delle sensazioni nel sogno e nella veglia è addirittura meravigliosa”.

Se tu, quelle sensazioni, le stai vivendo, non conta, forse, la condizione che siano ‘reali’. La vera differenza, supposto che il sogno sia una dimensione interna alla ‘realtà’ della vita, è la separazione delle immagini sognate dalla sensazione che le ha prodotte. Perciò, quando l’anima si chiude alle sensazioni esterne, si producono delle connessioni libere dell’immaginazione, legate a sensazioni precedenti e non attuali. E potremmo chiederci, ancora: ‘c’è differenza tra sogni durante la veglia e sogni durante il sonno… tra sogni ad occhi aperti e sogni ad occhi chiusi?’ 

Ebbene, chiudiamo gli occhi. Nel pensare alla luce, ci convinciamo della sua grandissima leggerezza. Ci diciamo che luce e oscurità non hanno nulla a che fare e che se, per uno strabiliante imprevisto, il mondo si spegnesse, e ci fosse solo buio, diverrebbe tutto una grande illusione.
Ma, e il punto è questo, siamo sicuri che sia l’oscurità ad illuderci, siamo veramente certi che non sia la luce a darci immagini distorte? Che chissà, se chiudessimo gli occhi, non vivremmo un sogno, ma che la vita stessa fosse un sogno.
È come se la luce ci mostrasse solo ciò che vuole farci vedere. E che forse, è quel momento in cui l’occhio si chiude e il sogno prende il sopravvento, ciò che è vero.

Giovanni Lorenzetti

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