La morte si sconta vivendo 

“La morte si sconta vivendo” così termina una delle poesie più famose di Giuseppe Ungaretti, classe 1888, scritta nel 1917 nel bel mezzo delle trincee della Prima Guerra Mondiale. Sì perchè Ungaretti, oltre ad essere stato uno dei letterati più importanti d’Italia, è stato anche un soldato arruolatosi volontariamente quasi cent’anni fa per combattere quella guerra, tanto agognata quanto sofferta, di cui questa settimana ricorre il centenario.Cent’anni, cent’anni sono passati dal quel lontano 1915 quando una marea di soldati, chi per volontà chi perchè chiamato alle armi, furono mandati al Fronte Italiano situato prevalentemente sull’altopiano del Carso (Friuli Venezia-Giulia) per conquistare le tanto anelate terre irredente (Trieste e Trento). Sulla Prima Guerra Mondiale sono state scritte valli di parole, generazioni e generazioni di studenti l’hanno studiata, portata come argomento d’esame e recitato a menadito le date di quelle battaglie che hanno segnato la storia del nostro paese. Eppure, eppure ancora oggi c’è qualcosa che bisognerebbe inserire nei nostri libri di storia: la verità. Partiamo dal quello che fu il risultato di un indagine voluta dall’allora Presidente del Consiglio, Antonio Salandra, che rivela quanto la maggior parte della popolazione italiana non volesse la guerra. Un risultato per niente sconvolgente se consideriamo che l’Esercito Italiano fu principalmente costituito da contadini, fornai, ragazzi, ragazzini, gente del tutto comune. Gente che veniva spesso obbligata a lasciare il proprio paese natio, la propria terra per recarsi ai confini italiani e rischiare la propria vita nelle orribili trincee.

La vita in trincea 

La vita in trincea era, spesso, spettacolo di atroci sofferenze per i soldati italiani, si parla di chilometri di reticolati scavati nel terreno o, nel caso dell’altopiano carsico, nella roccia. Combattere il nemico significava prendere parte all’assurda guerra di trincea che consisteva nell’abbandonare la propria linea e cercare di correre a più non posso fino al raggiungimento di quella nemica. Inutile dire quanti soldati cadessero nell’abbandonare le proprie trincee, quanti morivano per pochi centimetri di terra e quanti restavano feriti nel fango, tra altri corpi in spazi piccolissimi che difficilmente potevano essere raggiunti dai soccorsi. Centimetri di terreno che all’indomani, forse, sarebbero stati persi eppure, nonostante ciò, tornare indietro era impensabile. Le condizioni dei nostri soldati, si sa, erano probabilmente le peggiori in Europa, lo Stato Italiano non disponeva delle risorse necessarie per mantenere un intero esercito, non si avevano i fondi, le cibarie, i soccorsi, uniforme o stivali resistenti. I soldati sempre più stremati dal freddo, dalla fame, dalle atrocità di una guerra che sul finire diventava sempre più ostile, più violenta.

Le condizioni dei prigionieri di guerra 

Nelle trincee la vita era dura, seguivano ammutinamenti ed esecuzioni sommarie, il numero più alto tra tutte le potenze alleate. I soldati colpiti dal “bombshell”, I soldati iniziarono a manifestare traumi e malattie mentali solo per confrontarsi all’indifferenza e profonda incomprensione di generali tra cui soprattutto il Capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna. Nelle trincee, purtroppo, per evitare episodi di “mancata disciplina” mostrata dai fanti, si arrivò ad installare veri e propri plotoni di esecuzioni pronti a sparare coloro che si fossero rifiutati di raggiungere le linee nemiche. La ragione di tanta violenza era quella di distogliere i soldati a seguire qualsiasi tipo di esempio che avrebbe potuto ledere alle sorti delle missioni italiane. Purtroppo i risultati furono l’esatto contrario se si considera il numero di suicidi o di auto mutilazioni commessi nel disperato tentativo di abbandonare le trincee.
Ben peggiori erano, però, le condizioni dei prigionieri di guerra ospitati nei paesi nemici in veri e propri campi di concentramento. Uno tra tutti fu il campo di prigionia di Milovice nella Boemia Centrale (Repubblica Ceca) dove la stragrande maggioranza dei prigionieri italiani vi entrava per non uscirne più. Le condizioni erano a dir poco disumane, non solo per la barbaria nemica ma anche per la dimenticanza dello Stato Italiano che trattava i propri prigionieri al pari di traditori. Soli, dimenticati è spaventati, i soldati non ricevevano alcun tipo di supporto n’è per quanto riguarda cibo, ne medicine, ne tanto meno servizi postali che venivano totalmente interrotti. Solo le famiglie potevano inviare pacchi di viveri ai propri cari seppur questi, o per ritardi o perché la famiglia non aveva la possibilità di inviare alcun tipo di aiuto, non arrivavano quasi mai. Il campo era costruito a mo’ di baracche di legno dove, ovviamente, dilagavano malattia come il tifo o la spagnola. Ammassati l’uno all’altro, obbligati al lavoro coatto e con la sola possibilità di usufruire delle minime porzioni offerte dalla mensa del nemico (parliamo di 200 calorie al giorno ossia l’equivalente di due banane) i soldati cadevano come birilli. Alcune indagini riportano che il numero di italiani era pari a 700, altri parlano di 2000 soldati caduti, un numero comunque esorbitante se si conta che la principale causa di morte era l’inedia ossia la forma più grave di malnutrizione che porta il corpo a mangiarsi dall’interno. Per anni si è cercato di occultare questa verità riportando sui documenti officiali una parola Oedem priva di alcun tipo di significato. Solo molto anno dopo la guerra è stato eretto un monumento in memoria di tutti coloro i cui resti furono deposti in fosse comuni al posto di nomi, una valle di croci nere come il loro supplizio.

“Passiamo accanto ad un cimitero, un abbandonato cimitero, senza monumenti, senza recinto. Molte croci di legno, tutte eguali [..] Tutte quelle croci si sono
conficcate nel nostro cuore. E una tristezza ci accompagna, mentre le braccia delle croci affiorano dalla neve, chiedendo pietà. Forse morremo anche noi in
questo esilio, lontani da tutti, dalla Patria, dalla mamma. Con questi dolorosi pensieri, con questo stato d’animo, così angosciato, entriamo nel recinto del
campo di concentramento che è enorme. Sul cancello si legge: “K.u.K Kriegsgefangenenlager Milowitz”. Una immensità di baracche. Nere. Come il nostro
umore.”

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