Il Superuovo

Tywin Lannister e il “Gioco del Trono”: il fallimento dell’istanza machiavelliana

Tywin Lannister e il “Gioco del Trono”: il fallimento dell’istanza machiavelliana

“E chiunque dica “Io sono il re”, non è affatto un vero re”, Tywin Lannister a Joffrey Baratheon

Abilissimo stratega politico e valoroso comandante militare, Tywin Lannister è stato a lungo uno dei più temibili giocatori che hanno partecipato alla sanguinosa partita del “Gioco del Trono”. Il suo potere, intessuto di pericolosi silenzi e di un equilibrio calcolatore, è ottenuto grazie alla sagacia di un uomo temprato dagli insegnamenti dell’esperienza. Spietato con i traditori e magnanimo con i sudditi, sa infatti fronteggiare i rovesci della sorte con fredda astuzia, capace di generosità o efferatezza a seconda di quanto richiesto dalla situazione. “The old lion”, personaggio tra i più invisi al pubblico di GoT, è in realtà un homo politicus sotto il comando del quale il regno ha vissuto i suoi anni più prosperi e pacifici. Così il leone, scelto da George Martin come emblema della casata Lannister, rappresenta il cuore pulsante del personaggio: simbolo di saggezza, orgoglio e coraggio, tuttavia cela nel suo stesso prestigio l’insidia della tirannia e del dispotismo. Nella figura di Tywin Lannister il suo creatore mette compiutamente in gioco l’azione dell’ironia tragica, che lo vede vittima dell’istanza più significativa della sua vita: la famiglia. Posta ossessivamente al centro di ogni suo disegno in quanto oggetto del suo amore più sconfinato, essa è però corrotta dal rapporto incestuoso dei suoi figli e dall’odio provato da Tywin verso il terzogenito Tyrion e comincia a vacillare disgregandosi, degradata a mero strumento politico. George Martin, con avveduta sensibilità e raffinatezza politica, plasma quindi la rappresentazione più completa del principe machiavelliano, mostrandone la naturale ed inevitabile decadenza.

L’homo politicus di Machiavelli: l’amoralità del potere

“La fortuna è donna ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla”, Machiavelli, Il Principe cap. XXV

Il Principe” di Machiavelli è un trattato politico pubblicato nel 1532 suscitando l’ostilità della società rinascimentale italiana, attraversata dagli ideali del cattolicesimo. L’uomo politico propugnato da Machiavelli, concreto e aderente alla realtà del tempo, è estremamente lontano dalle figure ideali, docili e indulgenti, fino ad allora proposte dagli intellettuali sul modello degli specula principium medievali. Lungi dal presentare uno sterile manuale di virtù, Machiavelli crea un figura politica del tutto inedita alla filosofia e alla letteratura coeve. Al di là dei concetti di “giusto” e “sbagliato”, clemente ma all’occorrenza violento nonché astuto simulatore o dissimulatore, il principe sacrifica l’etica al successo politico, identificato da Machiavelli con il conseguimento del bene pubblico. A lungo etichettato come personaggio immorale e spregiudicato, il principe si pone piuttosto come individuo a-morale: nell’ottica machiavelliana la politica è, infatti, disciplina del tutto differente e scissa rispetto alla religione e alla filosofia e, per questo, lontana dalle categorie di “moralità” e “peccato”. Compito del politico è fondere l’uomo con la bestia che giace dentro di esso: ora scaltro come la “golpe” (volpe) o spietato come il “lione” (leone) deve essere audace e feroce per non cedere ai colpi della sorte. In Machiavelli emerge, infatti, la viva tensione tra fortuna e virtù che è alla base del pessimismo della sua visione. La casualità dell’esistenza non può essere domata dalla ristrettezza delle possibilità umane, tuttavia può essere arginata grazie alla ferocia e alla lungimiranza del politico.

Tywin Lannister e la degradazione dell’istanza machiavelliana

Attraverso il personaggio di Tywin Lannister Geroge Martin dà vita all’uomo politico machiavelliano nella sua forma più compiuta e riuscita, mostrandone al contempo l’inevitabile processo di degradazione e decadenza. Nel Vecchio Leone, infatti, accanto all’egoismo individualistico esiste una lacerante tensione che complica i precari e fragili equilibri tra affetti personali e politica, che finiscono inevitabilmente per contaminarsi l’un l’altro.

L’inflessibilità dello stratega e il suo freddo distacco vengono pericolosamente scalfiti in occasione del rapimento del figlio prediletto, Jaimie. Allo stesso tempo, però, l’amore paterno soccombe alle superiori necessità delle alleanze politiche e  Tywin costringe l’adorata figlia Cercei a un secondo matrimonio, sebbene da lei tenacemente rifiutato. Ma la vera minaccia al suo potere e all’unità della casata Lannister è rappresentata dal suo rancore verso il terzogenito Tyrion alla cui nascita, complicata dalle malformazioni fisiche del figlio, imputa la morte dell’amata moglie Joanna Lannister. L’odio verso il bambino deforme lo consuma e lo logora, portando Tywin a sottovalutare la pur riconosciuta intelligenza di Tyrion, unico dei suoi tre figli ad essere effettivamente capace di dare frutto ai suoi insegnamenti ma che mai conquisterà il tanto agognato affetto paterno. È così che la dimensione tragica di Tywin Lannister vive prepotentemente nella sua incapacità di scindere la sete di potere dall’ambito famigliare e, anzi, vive proprio nel suo rimescolarle continuamente avvelenandole con l’odio verso Tyrion e la negazione del suo valore. La perfezione ideale dell’homo politicus perisce di fronte ai limiti dell’umano, conducendolo all’indegna morte, nello scenario poco edificante di una latrina, per mano del figlio tanto detestato.

Maria Chiara Litterio

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