Il Superuovo

Giustizia è quasi fatta per Taranto: la sentenza di “Ambiente svenduto” ha dato i frutti

Giustizia è quasi fatta per Taranto: la sentenza di “Ambiente svenduto” ha dato i frutti

Il 31 maggio 2021 è una data che difficilmente la città di Taranto dimenticherà. La sentenza di “Ambiente svenduto” ha, finalmente, dato i suoi frutti. 

La Corte d’Assise di Taranto ha condannato a 22 e 20 anni di reclusione Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’Ilva, tra i 47 imputati (44 persone e tre società) nel processo chiamato Ambiente Svenduto sull’inquinamento ambientale prodotto dallo stabilimento siderurgico. Rispondono di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Ma per interpretare al meglio questa sentenza è necessario scomodare gli articoli 8 e 13 della Convenzione Europea dei Diritti Umani e la sentenza della Corte Edu del gennaio 2019.

Cosa aveva decretato la Corte EDU

Il 24 gennaio 2019 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso la sentenza che condanna lo Stato italiano per i fatti riguardanti il caso Ilva. Il nostro paese è stato dunque riconosciuto colpevole della violazione degli articoli 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e 13 (diritto a un ricorso effettivo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). All’origine del provvedimento giudiziario vi è la domanda di 180 richiedenti che, per lungo tempo, hanno subito danni alla loro salute e all’ambiente causati dalle emissioni dell’acciaieria Ilva. La condotta omissiva dell’Italia, la quale non avrebbe adottato misure idonee e necessarie per proteggere la salute e l’ambiente della comunità locale, è stata al centro delle loro doglianze. Proprio su tali basi, il 31 marzo del 2011 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea aveva già condannato l’Italia in virtù del mancato rispetto della direttiva 2008/1/CE, riguardante la prevenzione e riduzione dell’inquinamento. I richiedenti hanno posto a fondamento delle loro doglianze gli articoli 2, 8 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Le accuse rivolte allo stato italiano sono di non aver adottato le misure giuridiche e regolamentari necessarie per proteggere la loro salute e l’ambiente, e d’aver omesso di fornire le informazioni riguardanti l’inquinamento e i rischi correlati per la loro salute. Per quanto riguarda l’articolo 2, i richiedenti avevano contestato il rispetto del loro diritto alla vita. Sul punto, la Corte EDU ha scelto di non pronunciarsi, ritenendo più appropriato esaminare le doglianze unicamente sotto il profilo dell’articolo 8. Nella pronuncia, la Corte di Strasburgo ha innanzitutto constatato come non vi sia alcuna disposizione posta a garanzia di una protezione generale dell’ambiente all’interno della Convenzione. Pertanto elemento cruciale del caso era rilevare dai pregiudizi ambientali ne fosse derivata una violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare. Ed infatti, secondo la giurisprudenza della Corte, gravi danni all’ambiente possono incidere sul benessere delle persone privandole del godimento del loro domicilio in maniera tale da nuocere alla loro vita privata. Il dovere di proteggere i diritti dell’individuo e quindi, nel caso di specie, adottare delle misure adeguate per far fronte ai rischi legati all’attività industriale è un’obbligazione positiva dello Stato. Tuttavia, i diversi tentativi delle autorità nazionali di risanare i siti inquinati si sono rivelati completamente inadeguati e inefficaci. La Corte constata che le autorità nazionali abbiano omesso di prendere tutte le misure necessarie per assicurare la protezione effettiva del diritto degli interessati al rispetto della loro vita privata e, pertanto, dichiara la violazione dell’art. 8 CEDU. Per quanto riguarda invece il diritto a un ricorso effettivo, la Corte EDU conclude che, considerata la doglianza relativa all’impossibilità di poter ottenere delle misure atte a garantire la bonifica delle zone inquinate interessate attraverso delle vie effettive di ricorso interno, sia ravvisabile anche la violazione dell’articolo 13 della Convenzione.

Rispetto della vita privata e familiare e caso Ilva

Secondo l’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti Umani e delle Libertà fondamentali, Ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza. In ambito europeo occorre affermare che non esiste una norma specifica che tutela l’ambiente. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ricorre all’art. 8 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali confermando, in diverse pronunce, che la norma in esame garantisce il diritto ad un ambiente salubre. I danni che possono essere causati da un inquinamento ambientale ( come ad esempio l’ inquinamento acustico) possono nuocere alla vita privata e familiare dell’individuo influendo negativamente sul suo benessere fisico e psichico. In particolare, ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza. L’ ingerenza di una autorità pubblica nell’ esercizio di tale diritto può essere tollerata solo per motivi di pubblica sicurezza, prevenzione dei reati, protezione della salute o dei diritti e delle libertà altrui. Ai fini della tutela dell’ambiente la Corte di Strasburgo ricorre sovente ad una interpretazione estensiva dell’art. 8 CEDU applicandolo a tutte le ipotesi in cui il diritto del singolo individuo sia minacciato da qualsiasi forma di inquinamento ambientale che renda impossibile il pacifico godimento della propria vita privata e familiare e ne metta a rischio il benessere e la salute. In tale contesto ai fini dell’applicazione dell’art. 8 CEDU in materia di ambiente, l’inquinamento deve essere direttamente causato dallo Stato o lo stesso derivi dalla mancanza di una regolamentazione specifica, da parte dello Stato, delle attività dei privati. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nell’applicazione delle disposizioni della Convenzione deve, comunque, garantire il giusto equilibrio tra gli interessi dell’individuo e quello della comunità nel suo complesso. Gli Stati devono pertanto garantire questo equilibrio ovvero devono attuare tutte le misure necessarie ai fini del bilanciamento degli interessi, sovente a carattere economico, della collettività di riferimento con quelli del singolo individuo.

Il diritto ad un ricorso effettivo e il caso Ilva

Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto ad un ricorso effettivo davanti ad un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali. L’articolo 13 della Convenzione garantisce l’esistenza nel diritto interno di un ricorso che permetta all’autorità nazionale competente di esaminare il contenuto di una “doglianza difendibile” fondata sulla Convenzione: lo scopo di tale articolo è fornire un mezzo attraverso il quale le persone sottoposte alla giustizia possono ottenere, a livello nazionale, la riparazione delle violazioni dei loro diritti sanciti dalla Convenzione, prima di dover mettere in atto il meccanismo internazionale di ricorso dinanzi alla Corte. Sulla base delle conclusioni alle quali è giunta la Corte circa l’esistenza di vie di ricorso utili ed effettive che permettano di sollevare, dinanzi alle autorità nazionali, delle doglianze relative all’impossibilità di ottenere misure che garantiscano il disinquinamento delle aree interessate da emissioni nocive dello stabilimento Ilva, la Corte conclude che vi è stata violazione dell’articolo 13. La Corte rammenta che una sentenza che constata una violazione della Convenzione comporta per lo Stato convenuto l’obbligo giuridico non soltanto di versare agli interessati le somme riconosciute a titolo di equa soddisfazione, ma anche di scegliere, sotto il controllo del Comitato dei Ministri, le misure generali da adottare nel suo ordinamento giuridico interno per porre fine alla violazione constatata dalla Corte ed eliminarne per quanto possibile le conseguenze. È in primo luogo lo Stato in causa a dover scegliere, fatto salvo il controllo da parte del Comitato dei Ministri, i mezzi da utilizzare nel proprio ordinamento giuridico interno per adempiere ai propri obblighi previsti dall’articolo 46 della Convenzione. Tuttavia, per aiutare lo Stato convenuto ad adempiere ai propri obblighi previsti dall’articolo 46, la Corte può cercare di indicargli il tipo di misure generali che potrebbe adottare per porre fine alla situazione constatata. Non spetta infatti alla Corte rivolgere al Governo delle raccomandazioni dettagliate e a contenuto prescrittivo, come quelle indicate dai ricorrenti. Spetta al Comitato dei Ministri, che agisce ai sensi dell’articolo 46 della Convenzione, indicare al governo convenuto le misure che, in termini pratici, devono essere adottate da quest’ultimo per assicurare l’esecuzione di questa sentenza. I lavori di risanamento della fabbrica e del territorio colpito dall’inquinamento ambientale sono, secondo la Corte, di primaria importanza e urgenti, perciò, il piano ambientale approvato dalle autorità nazionali e recante l’indicazione delle misure e delle azioni necessarie ad assicurare la protezione ambientale e sanitaria della popolazione, dovrà essere messo in esecuzione nel più breve tempo possibile.

 

 

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