Il Superuovo

Giovanni Brusca è stato scarcerato: vediamo come si è mossa la giustizia italiana

Giovanni Brusca è stato scarcerato: vediamo come si è mossa la giustizia italiana

Lo ‘scannacristiani’ ha finito la sua pena in carcere. Tanta è l’indignazione, quanto lo scetticismo per questa notizia dalla indubbia valenza giuridica. 

La mafia può dichiararsi “assolta” per una volta. L’uomo che l’Italia intera ha considerato come un feroce assassino è ora libero. Brusca è ora un cittadino come noi, con i suoi limiti. Ed ecco perché non ci stanno errori giudiziari nel suo proscioglimento.

Quando il carnefice può diventare anche un salvatore

Innanzitutto, dobbiamo considerare che Giovanni Brusca è stato sì un personaggio chiave di Cosa Nostra. Stiamo pur sempre parlando dell’omicida di Giovanni Falcone e del piccolo Giuseppe di Matteo. Nonché di essere l’esecutore di più di 150 omicidi che lui stesso dirà “di aver compiuto con le sue mani”. U verru, come è soprannominato in siciliano. Un maiale appunto, che ora vive sotto protezione.
Ma Brusca è anche un collaboratore di giustizia. Grazie a lui si scoprirono verso la fine degli anni 90, processi che caratterizzarono la trattativa stato-mafia. In particolare, fu lui ad accusare Andreotti di essere parte integrante di quel sistema mafioso, scatenando quello che all’epoca fu ‘il processo del secolo’. Senza neanche a dirlo, i permessi premio fioccarono come regali di Natale. Questo grazie ad una legge voluta dallo stesso Giovanni Falcone, dove si incentiva la collaborazione con la giustizia italiana. Quindi ancora una volta, il ‘problema’ sembra trovarsi alla radice. E incolpare la magistratura, non è di certo la soluzione.

La controparte: perché Brusca non avrebbe potuto meritarsi la libertà?

Se da un lato però la legge italiana si trova ancora a fare da paciere, dall’altra parte sembra promuovere la stessa solfa populista della giustizia inefficiente. Ma se in realtà provassimo a far valere quest’ultima teoria, utilizzando degli esempi rilevanti?
Come abbiamo già affermato in precedenza, Brusca è stato sia mandante che esecutore di centinaia di omicidi. Il punto è: possono tutte queste vite valere solo 25 anni di galera? La risposta risulterebbe piuttosto scontata, se la si guarda da un punto di vista soggettiva. “Brusca dovrebbe marcire in galera”, “Brusca deve morire”… Ed ecco che la questione più spinosa si trasforma in una chiacchera da bar dello sport! In realtà, l’ordinamento italiano prevede tutt’altro.
La legge 15/1980 fu la prima che concesse uno sconto di pena, ma solo ai terroristi politici. Quella voluta da Giovanni Falcone invece – la legge 82/1991 – introdusse la figura del “collaboratore di giustizia” e i suoi diritti. Tra questi, vi è appunto, la sua protezione sotto scorta, e l’estorsione delle sue dichiarazioni a fine cooperativo. Il mafioso diventa in quel caso alla pari di una figura istituzionale. Gli anni di galera di conseguenza diminuiscono e si iniziano ad avere più sconti per buona condotta. Un esempio di come il crimine non paghi.

Ma allora perché c’è così tanta indignazione in giro?

La scarcerazione di Giovanni Brusca non può giustamente essere vista come un evento positivo. Specie se immaginiamo che è stato lui ad azionare il telecomando che portò alla strage di Capaci. E soprattutto, colui che sciolse personalmente Giuseppe di Matteo nell’acido, dopo averlo strangolato. Il perché della sua liberazione adesso è oggetto di speculazione politica, sia a destra che a sinistra. Già i titoloni dei post di Salvini e Meloni ne sono un esempio. La scarsa conoscenza della legge vigente, tuttavia, non sempre è sinonimo di ignoranza. Magari Brusca doveva davvero farsi più anni di carcere. Magari la legge 82/1991 rappresenterebbe una delusione per i familiari delle vittime. Insomma, in parole povere, “tutto può fare brodo”. Ma è grazie ai collaboratori che oggi possiamo avere più informazioni riguardo Cosa Nostra. Senza Brusca ad esempio, la mafia ha perso un pezzo importante. Lo ‘scannacristiani’ divenne fondamentale per i giudici e le forze dell’ordine nella trattativa stato-mafia. Pensiamo anche che le parole di Brusca, in un certo senso, siano state come una manna dal cielo. Ciò non rendono giustizia alle vittime, certamente. Ma di sicuro, rappresentano un aiuto allo Stato e a chi combatte la mafia nel territorio.

Il post del senatore Pietro Grasso su Facebook

Non c’è nessuna forma di buonismo o perdono da parte mia nei confronti di Giovanni Brusca: oltre a tutto ciò che sapete, agli omicidi e alle stragi in cui ho perso colleghi e amici, avrei anche motivi strettamente personali per serbare rancore. Lui e altri collaboratori hanno raccontato, tra gli altri, due episodi che mi riguardarono direttamente: l’organizzazione di un attentato nell’autunno del 1993 che doveva farmi saltare in aria mentre andavo a trovare mia suocera a Monreale e la pianificazione del rapimento di mio figlio. Il dolore e la rabbia delle vittime e dei loro familiari lo comprendo e lo rispetto nel profondo. Eppure non vedo scandalo nella notizia di ieri, peraltro nota e attesa da molti anni. Con Brusca, infatti, lo Stato ha vinto non una ma tre volte. La prima quando lo ha arrestato, perché era e resta uno dei peggiori criminali della nostra storia per numero di reati e ferocia. La seconda quando lo ha convinto a collaborare: le sue dichiarazioni hanno reso possibili processi e condanne e hanno fatto emergere pezzi di verità fondamentali sugli anni in cui Cosa nostra ha attaccato frontalmente lo Stato. La terza ieri, quando ne ha disposto la liberazione dopo 25 anni di carcere, rispettando l’impegno preso con lui e mandando un segnale potentissimo a tutti i mafiosi che sono rinchiusi in cella e la libertà, se non collaborano, non la vedranno mai. Ora lo Stato dovrà proteggere Brusca: è un dovere perché è importante che Brusca resti vivo e possa andare a testimoniare nei processi. Oltre al punto morale c’è un interesse specifico, quasi egoistico, affinché le sue parole possano essere ripetute nelle aule di giustizia dove servono per condannare mandanti ed esecutori di omicidi e stragi.

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