Fuori dal contesto. La volontà di potenza nei personaggi di De Andrè.

 

I personaggi delle canzoni di Fabrizio De André incarnano il concetto di Volontà di Potenza. Essi sono gli ultimi, i rinnegati, gli asociali, sono quelli al di fuori del contesto. Questo loro essere al di fuori del contesto fa si che abbiano accesso all’essenza più profonda dell’uomo: la creatività valoriale.

Gli animali di Zarathustra.

La Volontà di Potenza è un concetto che nella storia è stato fin troppo frainteso. De André fu uno dei suoi maggiori interpreti: attraverso le sue canzoni fu uno di coloro che ha tolto questo concetto dalle mani di barbariche teorie vitalistiche e apologetiche della violenza. Volontà di Potenza è stare fuori dal contesto, è stare in una dimensione di distanza per capire e comprendere la capacità umana di crearsi e rideterminarsi di continuo.

Volontà di Potenza

I personaggi delle canzoni di Fabrizio De Andrè esprimono in maniera straordinaria il concetto nietzschiano di Volontà di Potenza. Questa affermazione di primo acchito può sembrare abbastanza strana: infatti, i protagonisti delle canzoni di De Andrè sono gli umili, gli ultimi, gli esclusi dalla società. Come possono questi esprimere il nobile concetto di Volontà di Potenza? Ciò appare chiaro se ci si libera dagli innumerevoli pregiudizi  che riguardano i concetti di Volontà di Potenza e di Superuomo. E’ necessario capire che la Volontà di Potenza di cui parlava Nietzsche ha poco o nulla a che fare con la sopraffazione animalesca, l’espansione annientatrice di alterità, il trionfo della animalità e della vitalità sulla morale di d’annunziana memoria. Volontà di Potenza è consapevolezza della non assolutezza dei contesti valoriali, il capire che valori e istituzioni continuamente passano e si reistituiscono. Il superuomo incarnante la volontà di potenza è colui che sta sempre al di fuori del contesto alla luce di questa consapevolezza, colui che è sempre “Al di là del bene e del male“. Scrive Martin Heidegger: “Nella parola ‘superuomo’ dobbiamo anzitutto allontanare tutte le risonanze false e svianti che l’accompagnano nella mentalità comune. Con il termine ‘superuomo’ Nietzsche non indica per nulla un esemplare particolarmente perfetto dell’uomo attuale. Né intende una specie  di uomini che metta da parte ciò che è umano ed eriga a legge il puro arbitrio e a regola una sorta di furia titanica. Il superuomo è invece, prendendo il termine esattamente alla lettera, quell’uomo che va oltre l’uomo così come è stato e come è, soltanto per portare l’uomo attuale in quella sua essenza che ancora gli manca e stabilirlo in essa.” Il superuomo è colui che è consapevole del transitorio, consapevole che tutto passa, che i valori passano e ritornano di continuo. Il superuomo sa che gli uomini sono capaci di fare e rifare di continuo i propri contesti valoriali, è consapevole della fluidità per la quale si reistituiscono i valori umani: è in questo senso che Nietzsche parla di trasvalutazione di tutti i valori. In Così parlò Zarathustra Nietzsche parla di ‘redenzione dallo spirito di vendetta’:  lo spirito di vendetta è quella pretesa di dire no alla fluidità della volontà, a quella fluidità che permette di reistituire di continuo i contesti valoriali. La vendetta è quel voler trattenersi nella staticità valoriale negando il suo passare, ma la redenzione da essa “stacca la volontà avversa dal suo ‘no’ e la rende libera per un ‘sì’. Ma cosa afferma questo ‘sì’? Proprio ciò che l’avversione dello spirito di vendetta nega: cioè il tempo, il passare.” Non ci sono, dunque, valori o istituzioni che abbiano valore di assoluto, valori ai quali assoggettarsi ciecamente sempre e comunque: ciò che c’è di assoluto è la volontà, cioè la capacità di fare e rifare continuamente contesti valoriali, quella creatività che da sempre ha contraddistinto l’uomo, ql’unica arma a disposizione dell”animale malato’. I personaggi delle canzoni di De Andrè sono al di fuori del contesto, o, come direbbe Nietzsche, Al di là del bene e del male, proprio per il fatto di non prendere sul serio la pretesa assolutezza del proprio contesto valoriale. Proprio per questo, essi sono umiliati ed emarginati, per il loro rifiuto dei valori vigenti perché immersi e gettati (anche inconsapevolmente e contro la propria volontà) nella consapevolezza della fluidità valoriale, del passare che sommerge la staticità dei valori.

Fabrizio De André

Bocca di rosa, Via del campo e Il cantico dei drogati

Tra i personaggi deandreiani più celebri vi sono emarginati come prostitute e drogati: forse questi sono coloro che più patiscono l’emarginazione perché ritenuti dai benpensanti i più abbietti elementi della società, o peggio, quelli per cui provare la più grande pena e compassione. Bocca di Rosa è l’esempio più lampante di personaggio fuori dal contesto: essa, andando oltre il buon costume e il buonsenso dei valori del suo contesto sociale, sceglie di fare la prostituta non per mestiere ma per passione: “C‘è chi l’amore lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione, Bocca di Rosa né l’una né l’altra: lei lo faceva per passione.” Non esiste personaggio più fuori dal contesto di Bocca di Rosa, davanti al quale si rimane interdetti: essa è al di là di ogni adesione ad una scelta responsabile, non vuole aderire in alcun modo al contesto tanto da scegliere non di ‘fare’ la prostituta, ma di ‘essere’ una prostituta, cosa che alla ragione sociale fa accapponare la pelle. Ciò, infatti, non può essere tollerato dal potere costituito che subito provvede a riportare Bocca di Rosa con i piedi per terra, facendole capire che il suo atteggiamento non è contemplato: “o smetti di essere una prostituta e ti trovi un lavoro, oppure fai la prostituta come mestiere.” Infatti:“Così una vecchia mai stata moglie, senza mai figli, senza più voglie, si prese la briga e di certo il gusto di dare a tutte il consiglio giusto. E rivolgendosi alle cornute le apostrofò con parole argute: ‘il furto d’amore sarà punito’ disse’ dall’ordine costituito.” Così i gendarmi arrivano e a malincuore (essi devono aderire e far aderire per forza di cose al contesto valoriale) e portano Bocca di Rosa alla stazione per farle prendere il primo treno ristabilendo la tranquillità che la prostituta aveva turbato: “Ed arrivarono quattro gendarmi con i pennacchi, con i pennacchi ed arrivarono quattro gendarmi con i pennacchi e con le armi: il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri, ma quella volta a prendere il treno la accompagnaron malvolentieri”. Si veda come lo spirito di vendetta di cui parla Nietzsche cerchi sempre di imporsi contro ciò che tenta di andare al di là dell’immediatezza del contesto valoriale, al di là dei valori dell’oggi che esso pretende di cristallizzare: “Noi vogliamo esercitare la vendetta e l’oltraggio contro tutti coloro che non sono uguali a noi. E ‘volontà di eguaglianza-questo ha da diventare d’ora in poi persino il nome per virtù; e noi vogliamo elevare il nostro stridio contro tutto quanto ha potenza!” Per quanto riguarda la protagonista di Via del campo ,essa è una prostituta di mestiere che ha passione per il suo mestiere. Ad essa si presenta la possibilità di sposarsi con un cliente innamorato di lei: “Via del campo ci va un illuso a pregarla di maritare, a vederla salir le scale, fino a quando il balcone è chiuso.” Ha dunque la possibilità di aderire appieno al suo contesto, può divenire una donna sposata e con una famiglia, condurre una vita da donna rispettabile che si prende cura dei figli e del marito da consolare dopo la lunga giornata di lavoro, le si prospetta una magnifica e tranquilla vita da piccolo-borghese. Essa rifiuterà questa prospettiva: la donna si trova a proprio agio ai margini della società, il suo mestiere è un mestiere che la fa permanere in una condizione al di là del bene e del male: ogni cliente nuovo rappresenta una possibilità nuova, una esperienza nuova, una nuova declinazione della realtà, il suo mestiere le permette di non incancrenire nella staticità dell’adesso, nella presunta assolutezza dei valori dell’adesso, non poteva esserci migliore metafora della consapevolezza dell’eterno ritorno, la puttana di Via del campo incarna questa consapevolezza: “Bene e male, ricco e povero, ed elevato e meschino, e tutti i nomi dei valori: armi debbono essere, segni dal metallico suono: del fatto che la vita non può se non continuamente superare se stessa!” Essa dunque appartiene a quella dimensione del non definitivo che è quella fluidità che permette agli uomini di reistituire di continuo la propria realtà, i significati dei propri contesti, essa è perennemente nel fluido che non accetta la cristalizzazione dei valori come un qualcosa di definitivo. A tale dimensione appartiene anche il tossicodipendente: egli si estranea dal contesto forse nella maniera più violenta e brutale annullandosi fisicamente e psichicamente, l’estraneità dal contesto valoriale, l’esprimere la non adesione all’assolutezza del contesto valoriale dell’oggi è praticato in una maniera violentemente estrema contro se stessi. Si veda l’incipit de “Il cantico dei drogati”: “Ho licenziato Dio, gettato via un amore, per costruirmi il vuoto nell’anima e nel cuore: le parole che dico non han più forma né accento, si trasformano i suoni in un sordo lamento.” Si veda come è violentemente chiaro questo completo svuotarsi che estromette pesantemente dal contesto il protagonista per trasferirlo in un dimensione fluida e terrificante e terrificante proprio perché incontrollabilmente fluida. Come questa dimensione disperatamente e terribilmente fluida fa venire in mente il contenuto del seguente aforisma nietzschiano! Che neanche a farlo a posta si chiama “Nell’orizzonte dell’infinito” rimandando a un verso presente nella canzone: “Ebbene, navicella, guardati innanzi! Ai tuoi fianchi c’è l’oceano: è vero, non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e fantastica visione di bontà. Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c’è niente di più spaventevole dell’infinito.”  Il protagonista della canzone è chiuso in se stesso, nel suo infinito e indefinito al di là che lo proietta all’infuori del contesto, all’infuori dei valori cristallizzati dell’ordine costituito. La conclusione della canzone ribadisce lo status del protagonista, il quale non sa vivere altrimenti che in questo suo mondo spaventosamente fluido ed alienato, nel suo mondo di “vigliaccheria”, da qui l’invocazione finale ad un interlocutore ignoto dal quale non pretende di avere alcuna risposta, perché soluzione o risposta non ci sono: “Tu che mi ascolti insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria .”

La ‘bomba in testa’

Un blasfemo e La bomba in testa

Uno degli aforismi più famosi di Nietzsche è quello dell’uomo folle  contenuto nella “Gaia scienza”, questo è l’aforisma in cui si parla della morte di Dio: “Dove se ne è andato Dio? Gridò, ‘Ve lo voglio dire’! L’abbiamo ucciso-voi e io! Siamo tutti i suoi assassini! […] Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? anche gli dei si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi si è dissanguato sotto i nostri coltelli. […] Non è troppo grande per noi la grandezza di questa azione? Non dobbiamo anche noi divenire dei, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu azione più grande.” Dire che Dio è morto significa affermare la fluidità dei valori, la loro non staticità, è affermare la prospettiva di riconfigurazione continua dei contesti umani senza assolutizzarne nessuno, è affermare che la verità è un qualcosa di non cristallizzato e cristallizzabile che si afferma e si riafferma di continuo nella storia. Questo è ciò che ha scoperto il Blasfemo, il quale viene arrestato e massacrato di botte proprio perché coglie il mistero del bene e del male, il mistero della mela proibita a cui l’uomo non doveva accedere: “Mi fermarono l’anima a forza di botte perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo, lo convinse a viaggiare una vita da scemo, nel giardino incantato lo costrinse a sognare, a ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male. Quando vide che l’uomo allungava le dita, a rubargli il mistero di una mela proibita, per paura che ormai non avesse padrone, lo fermò con la morte e inventò le stagioni.” La mela proibita rappresenta il segreto della vita valoriale umana, segreto che consiste nella fluidità che i valori hanno nella storia, rappresenta il fatto che i valori cambiano assieme ai contesti dunque non sono assoluti. Questa consapevolezza è Volontà di potenza. Ed un uomo con una tale consapevolezza non può essere tollerato, le società si sbarazzano volentieri degli uomini al di là del bene e del male, degli uomini che ammettono che l’ordine costituito sia soggetto al passare, al trascorrere, al superamento. Si veda il protagonista del brano “La bomba in testa”: egli è un impiegato completamente annullato dalla prestazione lavorativa, un lavoratore esemplare, nessuno più di lui adempie al proprio dovere, nessuno più di lui aderisce al contesto:”Ed io contavo i denti ai francobolli, dicevo grazie a Dio, buon Natale! Mi sentivo normale. Eppure i miei trent’anni erano pochi più dei loro, ma non importa adesso torno a lavoro”. Ad un certo puntò però il suo lavoro, la sua situazione comincia a stargli stretta, influenzato dai movimenti sessantottini decide di divenire un terrorista, di schierarsi contro il potere. Diviene un costruttore di bombe, con la bomba egli vuol far saltare in aria la stasi valoriale della sua epoca, tutti quei valori ormai vecchi e cristallizzati che non si decidono a passare (“Il benessere francese”). Lungi dall’essere un elogio al terrorismo, alla violenza e agli attentati questo brano e l’album in cui è contenuto, vogliono presentare come i valori nella storia siano tali in virtù del fatto che necessariamente debbano passare. La bomba serve a far saltare in aria quei valori che non vogliono passare,quella pretesa che la storia si staticizzi e cristallizzi. L’impiegato di De André è in un certo senso “maestro dell’eterno ritorno”. Scrive infatti Nietzsche nello Zarathustra: “Tutto va, tutto torna indietro; eternamente ruota la ruota dell’essere. Tutto muore, tutto torna a fiorire, eternamente corre l’anno dell’essere.”  Il ruotare eterno della ruota dell’essere è proprio ciò che l’impiegato con la sua bomba vuole permettere, egli vuole far saltare in aria la stasi valoriale per riabilitare la sua fluidità.

Illustrazione di Fabrizio De André. (www.satyrnet.it)

Il Testamento di Tito e Smisurata preghiera

Il testamento di Tito è la canzone che spiega più chiaramente il concetto di Volontà di Potenza. Tito è uno dei dei ladroni crocifissi assieme a Gesù, anch’egli emarginato e vilipeso come Cristo, anch’egli è uno che è andato contro il buon senso della ragione sociale,è un uomo al di là del bene e del male. Sulla croce, Tito inizia ad elencare tutti i comandamenti della legge e ad uno ad uno li confuta. Nulla come questa canzone chiarisce cosa sia la Volontà di Potenza: Tito, uomo al di là del bene e del male, è consapevole della transitorietà dei valori umani, è consapevole di quel passare, di quel dover trapassare dei contesti valoriali: “Tutto quanto è dell’oggi-cade, decade e chi può aver voglia di trattenerlo! Ma io-io voglio dargli una spinta! Conoscete la voluttà che fa rotolare le pietre in ripide profondità? -Questi uomini d’oggi: ma guardate, come rotolano nelle mie profondità! […] E a chi non insegnate a volare, insegnate, vi prego- a precipitare più in fretta! Tito, morente sulla croce, sta dando quella spinta, quella spinta che consente il passare di valori vecchi e cristallizzati, è portavoce di quella fluidità dei contesti che è la storia, portavoce di quella capacità dell’uomo di determinare e rideterminare il proprio mondo. Il mondo degli uomini è un continuo fluire, un continuo trapassare di valori e contesti, come direbbe Heidegger è un continuo pervenire dall’esser-nascosto al non-esser-nascosto per poi tornare nell’esser-nascosto, è continua vittoria contro la resistenza che il cristallizzarsi della situazione dell’oggi pone contro la fluidità dell’essente, infatti, la realtà dell’essente è la Volontà. Tito è portavoce di questa fluidità forse più di tutti gli altri personaggi dell’opera deandreiana, è l’eroe che maggiormente incarna la Volontà di Potenza. Il sentimento del passare si avverte grandemente nell’ultima strofa in cui Tito ammette che vi è solo un valore supremo ed assoluto a dispetto di tutti gli altri: questo è l’amore, che oltre all’accezione di coinvolgimento empatico con l’alterità, è da intendersi anche come quella energia motrice della storia e della creatività umana, quella energia che permette all’uomo di esprimersi e di significarsi di continuo a dispetto di ogni staticizzazione e pretesa di assolutismo valoriale: “Ma adesso che viene la sera ed il buio, mi toglie il dolore dagli occhi. E scivola il sole al di là delle dune a violentare altre notti. Io nel vedere quest uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’Amore.” Per concludere è doveroso parlare del brano che è la ‘summa’ dell’opera di De André cioè Smisurata Preghiera. Questa è una invocazione ad una entità parentale, ad una sorta di entità divina a cui rivolgersi quando le speranze sembrano non esserci più. Con questa preghiera viene chiesta una sorta di protezione, uno sguardo di pietà e compassione nei confronti dei rifiutati dalle maggioranze. Il Dio che si invoca è una sorta di protettore dei derelitti al di fuori del contesto, di quelli che vivono la vita al di là del bene e del male, continuamente vessati e umiliati dalle maggioranze: cioè da quei gruppi formati da grandi numeri che incarnano l’assolutezza dei valori dell’oggi e che pretendono che questi non passino mai: “Alta sui naufragi dai belvedere delle torri, china e distante sugli elementi del disastro, dalle cose che accadono al di sopra delle parole celebrative del nulla lungo un facile vento di sazietà, di impunità. Sullo scandalo metallico di armi in uso e in disuso, a guidare la colonna di dolore e di fumo che lascia le infinite battaglie al calar della sera la maggioranza sta recitando un rosario di ambizioni meschine, di millenarie paure, di inesauribili astuzie, coltivando tranquilla l’orribile varietà delle proprie superbie la maggioranza sta come una malattia, come una sfortuna, come una anestesia, come una abitudine.” Anestesia e abitudine indicano le caratteristiche dei propugnatori di valori statici,assoluti, che non vogliono passare. Le maggioranze poggiano se stesse sulla illusione che il reale permanga statico così come è, sull’illusione che non possa esserci nulla di nuovo, nessun nuovo modo di declinazione e significazione del reale: sono le negatrici della creatività umana, le negatrici della Volontà di Potenza. La supplica a questo Dio è un grido per opporsi alla folle pretesa delle maggioranze di concepire tutto statico e sclerotizzato, questa supplica è un appello agli emarginati e agli esclusi dalle maggioranze perché provvedano all’andare avanti della storia,essendo essi i latori e i portatori della Volontà di Potenza, di quella fluidità che rende uomo l’uomo, di quella sua capacità creativa che è tratto distintivo dell’animale malato: “Ricorda, Signore, questi servi disobbedienti alle leggi del branco! Non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare…è appena giusto che la fortuna li aiuti come una svista, come una anomalia, come una distrazione…come un dovere.”

Francesco Cristarella Orestano

 

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