Vivere e soffrire: da Lucrezio a Marracash per comprendere il dolore

Il dolore è parte integrante della natura umana, eppure non esiste un rimedio definitivo a questo stato. Dai filosofi ai cantanti, nessuno smette di cercarlo.

Marracash durante l’intervista a Noisey

Il dolore è un’esperienza comune a tutti, nella vita è un passaggio necessario, eppure non è un tema facile da affrontare. Il rapper Marracash (pseudonimo di Fabio Bartolo Rizzo) nel suo ultimo album, uscito il 31 ottobre di quest’anno, prendendo spunto dalla sua esperienza personale, riesce ad analizzare l’argomento nel profondo e a parlarcene con semplicità.

L’esperienza del rapper

Dopo tre anni di silenzio discografico, il rapper Marracash è ufficialmente ricomparso sulle scene con l’album “Persona”: un lavoro molto diverso dai suoi precedenti, caratterizzato da un pluristilismo melodico e da una notevole quantità dei temi affrontati, che non cadono mai nel banale. Il cantante riesce in questo album a raccontarsi sotto ogni suo aspetto, a parlare di questioni difficili riguardanti l’interiorità con una chiarezza tale che anche noi possiamo riconoscere le nostre emozioni tra le strofe, metterci nei panni dell’autore. Un tema di importanza centrale in “Persona” è quello della sofferenza: l’autore ha dichiarato in alcune interviste che, negli anni della sua assenza dal mondo della musica (ma anche precedentemente), ha dovuto affrontare diversi problemi personali, quali periodi di crisi, la depressione, una relazione tossica che lo ha segnato nel profondo e che il cantante ha cercato di superare con la psicoterapia. Marracash sembra essere uscito da questo difficile momento e ha scelto di spiegarci con la sua musica come ha potuto farlo.

Le canzoni dell’album, ognuna associata ad una parte del corpo

Il racconto tra le strofe

“Evitare la sofferenza è una sofferenza. Negare un fallimento è di per sè un fallimento. Nascondere la vergogna è una forma di vergogna.” Con queste tre brevi frasi si apre “G.O.A.T”, dodicesima traccia dell’album: il rapper sembra quasi suggerirci un percorso da seguire per affrontare il dolore, un’emozione che non dobbiamo reprimere e nascondere, ma riconoscere e accettare. Questo atteggiamento va mantenuto anche per quanto riguarda i fallimenti personali, che se nascosti non fanno altro che accrescere il malessere interiore: essi devono essere invece ammessi a testa alta perchè si possa andare oltre. In pochi versi l’autore ribadisce quindi il carattere fondamentale dell’autoconsapevolezza, esortandoci a guardare avanti e a non desistere davanti agli insuccessi e alle fatiche, come poi dirà esplicitamente nel ritornello. In una strofa successiva ci dà un altro suggerimento: quello di aver sempre fiducia in sè. “L’ansia  ti frega, chi vuoi che creda, se anche tu non credi in te?” Noi stessi siamo i nostri  principali sostenitori, se è la nostra mente a bloccarci non riusciremo di certo ad andare avanti con il solo aiuto degli altri.

La stessa esortazione ad evitare di celare le proprie emozioni è presente anche nell’intro di “Qualcosa in cui credere”, dove una voce femminile ci sussurra:“butta fuori i tuoi pensieri, o finiranno per ucciderti” . Ed esprimere i propri pensieri è proprio ciò che il cantante fa in questo pezzo, dove stavolta parla della sofferenza provata quando ogni certezza sembra venir meno, ricordandoci però che c’è sempre qualcosa su cui puntare: il nostro stesso io. A questa conclusione giunge in modo definitivo nel brano “Bravi a cadere”, dove dichiara ciò che proprio grazie alle difficoltà ha imparato: “ma ora so che in fondo vivere è convivere con te stesso”.

Il filosofo romano Tito Lucrezio Caro

Lucrezio e il taedium vitae

Spostandoci nel tempo di un paio di millenni, incontriamo un filosofo che era giunto ad una conclusione molto simile a quella del rapper: si tratta di Lucrezio, seguace dell’epicureismo e autore del “De rerum natura”. Nel terzo libro di quest’opera egli parla proprio della condizione che accompagna costantemente l’essere umano: si tratta del senso di insoddisfazione perenne, uno stato d’animo triste e sofferente a cui non sembra esserci soluzione, e che viene definito taedium vitae . Tale condizione è descritta da Lucrezio come una vera e propria malattia, non manifestata però da tutti: l’uomo vuole infatti evitarla in ogni modo, e per fare ciò spesso scappa da se stesso, cercando distrazioni momentanee. Ma il filosofo afferma che rifiutare la propria condizione esistenziale non è possibile, scrivendo: “Così ciascuno fugge sé stesso, ma, a quel suo ‘io’, naturalmente,
come accade, non potendo sfuggire, malvolentieri gli resta attaccato,
e lo odia, perché è malato e non comprende la causa del male”.
La soluzione è piuttosto il contrario, non scappare dalla propria interiorità, ma rivolgere lo sguardo verso di essa ed analizzarla. Unico a poter superare il taedium vitae è, non a caso, il saggio, colui che ricerca la conoscenza, in primo luogo di se stesso. Comprendere in profondità il proprio animo è fondamentale per affrontare ciò che lo affligge e lo rende sofferente. Per superare il dolore ed ottenere la serenità non possiamo affidarci all’esterno o agli altri: il punto di partenza siamo noi stessi.

Comprendersi per superare il dolore: questo il messaggio che ci trasmettono due persone molto lontane nel tempo, che niente sembrano avere in comune, ma che hanno avuto la stessa capacità di osservare l’animo umano e di scoprirlo.

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.