“Il 3 maggio 1808” è sicuramente uno dei dipinti più celebri e rappresentativi di Francisco Goya. Realizzato nel 1814, il tema del quadro è la fucilazione di alcuni prigionieri spagnoli, in seguito ad un tentativo di rivolta popolare, ad opera delle truppe francesi. L’opera infatti si riferisce, come sfondo storico, alla discesa di Napoleone in Spagna. Nel momento prossimo alla sua composizione, il dipinto di Goya non ottenne però un grande successo, anzi fu osteggiato dall’allora re di Spagna Ferdinando VII. Un duplice motivo accompagna questo iniziale rifiuto. Il primo risiede nella tecnica compositiva dell’opera, molto distante dal neoclassicismo vigente in quell’epoca. Il secondo nel nucleo della composizione, ovvero le rivolte popolari, poco gradite dai regnanti spagnoli. La genesi e la storia di questo capolavoro offrono quindi un ottimo spunto di riflessione su quale sia il significato dell’arte e delle produzioni artistiche.

Nelson Goodman ( 7 agosto 1906 – 25 novembre 1998)

Goodman e i linguaggi dell’arte

Nel 1968 Nelson Goodman pubblica l’opera “I linguaggi dell’arte”, nel quale espone le tematiche centrali della sua concezione sull’arte. L’arte infatti, secondo il filosofo americano, non deve essere intesa come una copia del mondo reale. L’arte non deve essere pura imitazione. Il suo valore infatti risiede nella sua forma semiotico-rappresentazionale. Un quadro quindi deve imporsi come rappresentazione di un oggetto, come suo simbolo. Come dice lo stesso Goodman “un quadro che rappresenta (…) un oggetto si riferisce ad esso e più precisamente lo denota”. L’autore di un dipinto dunque, nel rappresentare il suo tema, espone la sua percezione del mondo, che non è né unica né vincolante, ma legata alle sue osservazioni e conoscenze. Il prodotto artistico dunque, sintesi di percezioni e cognizioni, non si presenta come imitazione del fatto reale, ma come rappresentazione simbolica di esso densa di significato.

Richard Wollheim (5 Maggio 1923 – 4 Novembre 2003)

Wolleheim e l’intenzionalismo

Richard Wolleheim, facendo riferimento alle tesi di Goodman, definisce una concezione dell’estetica concentrata sul valore cognitivo dell’opera d’arte. Egli infatti sostiene che ogni opera d’arte abbia il suo significato nelle “realizzate intenzioni dell’artista”. Il prodotto artistico ha quindi un valore semantico, derivato dal suo essere un simbolo che ha significato, ricondotto pero al ‘principio dell’intenzionalismo’. L’artista infatti, tramite le sue intenzioni, intese come credenze, desideri, emozioni ‘consce, preconsce ed inconsce’, definisce il significato della sua opera. Tale opera dunque non può che avere un unico significato, ed esso deve essere corrispondente a tali intenzioni del suo produttore. L’opera d’arte dunque altro non è che un ponte necessario per una relazione fra cognizioni ed intenzioni. Lo spettatore allora, facendo cognizione dei contenuti dell’opera, percepisce le intenzioni dell’autore e dunque il significato del suo lavoro.

 

Alfred Gell (12 giugno 1945 – 28 gennaio 1997)

Gell e l’arte come prodotto sociale

In opposizione alle tesi di Goodman si schiera invece Alfred Gell. Egli infatti sostiene che l’arte non sia un veicolo di rappresentazioni ma una ‘forma di agentività’. L’arte dunque deve essere considerata come un modo di agire produttivo capace di condizionare l’ambiente e la società. Nel suo testo più importante “Art and agency”, apparso nel 1998,insiste sulla necessità di abbandonare una concezione semiotico-rappresentazionale dell’arte. Il prodotto artistico si configura così come oggetto sociale, come forma derivata dalla volontà di modificare e condizionare la struttura stessa della società. L’opera d’arte dunque gode di un intenzionalismo interno a se stessa. Nel suo valore sociale si esauriscono e risolvono quindi il contenuto dell’opera stessa e le intenzioni del suo autore.

Dario Montano

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