“Eri più bella come ipotesi”: la filosofia kantiana del “come se” spiegata dallo Stato Sociale

Nel 2017 la band bolognese Lo Stato Sociale ha pubblicato l’album “Amore, lavoro e altri miti da sfatare”, la cui quinta traccia, forse meno conosciuta di altre, è intitolata “Eri più bella come ipotesi”.

La canzone rispecchia perfettamente lo stile del cantante Lodo Guenzi: il testo, come tanti altri suoi testi, e come la gran parte delle caption delle sue foto instagram, esalta una vita un po’ disastrata, non priva di sofferenze, ma che nel complesso, proprio perché imperfetta, è felice.

Eri più bella come ipotesi

Dal testo della canzone è chiaro che il protagonista inizi a vedere la ragazza che ha davanti in modo diverso:

“E sei davvero stanca e hai perso gli occhi in una banca

E hai un contratto nuovo come protesi

Eri più bella quando non eri di nessuno

Eri più bella quando eri gratis

Eri più bella quando rischiavi, eri più bella

Eri più bella come ipotesi

Il ragazzo rimpiange la spensieratezza, l’ingenuità della ragazza, la preferiva quando non era ancora piegata all’abitudine, quando viveva sul filo del rasoio, quando non aveva certezze e viveva alla giornata.

La filosofia del “come se”

Nel 1911 Hans Vaihinger pubblicò uno studio su Kant intitolato “Die Philosophie des Als Ob” che lo rese l’iniziatore del Finzionalismo. Grazie a questa pubblicazione si combattè uno dei più grandi fraintendimenti della filosofia kantiana, che si iniziò finalmente a intendere come una filosofia della parvenza, della finzione.

Kant distingueva il noumeno (la cosa in sè), dal fenomeno (la cosa come la percepiamo attraverso i sensi), affermando che fosse assolutamente impossibile per l’uomo conoscere la cosa in sè. L’essere umano, infatti vede solo una prospettiva della realtà, plasmata dalle sue forme a priori: spazio, tempo e le 12 categorie.

La conoscenza, dovendo necessariamente partire da un dato empirico, non puó dunque essere altro che fenomenica. Quelle che chiamiamo “scienze esatte” sarebbero piuttosto “scienze fenomeniche”, sempre esatte, ma non relativamente alla cosa in sè, solo al nostro modo di conoscere.

Non solo la gnoseologia kantiana è considerata una filosofia della finzione, ma anche e soprattutto la sua filosofia pratica. Nella Critica della Ragion Pratica, Kant scrive quella che diventerà la frase più famosa della sua filosofia, nonché l’epitaffio sulla sua tomba:

«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me

La morale dentro di me

Il “cielo stellato sopra di me” mi serve per comprendere la mia irrilevanza, il mio essere nulla davanti alla grandezza della natura, ma “la legge morale dentro di me” è ció che è capace di innalzarmi oltre la natura per rivelarmi una vita indipendente dalla bestia che altrimenti mi comanderebbe.

La ragione è dunque ció che ci distingue dagli animali, che ci permette di agire consapevolmente. Secondo Kant la legge morale è un “fatto di ragione”, è incorporata nell’essenza di ogni essere umano. Questo è per il filosofo un fatto innegabile, in quanto ognuno sa, in cuor suo, se i proprio comportamenti sono conformi alla legge morale.

Purtroppo la ragione deve sempre combattere contro l’istinto, e questo rende possibili i comportamenti immorali. Su questo fondamento sono nate le religioni. Affermare l’esistenza di un essere creatore ultrapotente pronto a punirci nel giorno del giudizio ha spesso reso più semplice raggiungere l’obiettvo: tramite la paura è stato più facile ottenere pace e moralità.

Ne “I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij, è evidente quanto nei secoli la moralità sia diventata un tutt’uno con la religione, distaccandosi completamente dalla volontà individuale di agire in modo giusto. Il protagonista arriva infatti ad affermare:

Se Dio e l’immortalità dell’anima non esistono tutto è possibile…se si distrugge nell’uomo la fede nell’immortalità subito si inaridirà in lui non solo l’amore ma ogni forza vitale. Allora niente sarà immorale, tutto sarà ammesso, persino l’antropofagia”

Proprio questo è il genere di affermazione che Kant respinge: nella dialettica trascendentale della Critica della Ragion Pura prova l’impossibilità umana di affermare tanto l’esistenza, quanto la non esistenza di Dio. Non è dunque per Lui che dovremmo agire, ma per la moralità stessa.

Kant riconosce i limiti della volontà umana, ed è consapevole del fatto che l’esistenza di Dio sia per molti una necessità morale, un diritto, che peró non deve mai diventare un dovere; per questo concede all’uomo di agire come se Dio esistesse.

Dio è una menzogna

Nell’aforisma 344 (In che senso siamo ancora devoti) de “La Gaia Scienza” Nietzsche afferma che Dio non puó essere neanche un’ipotesi:

Dio stesso si rivela la nostra più duratura menzogna”.

Nietzsche va oltre Kant, intende Dio come conoscenza completa, come noumeno, e mette in dubbio anche l’esistenza di questa concezione di Dio. Forse, dice, tutti questi anni abbiamo creduto che ci fosse un qualcosa di oggettivo da conoscere, da raggiungere, ma anche questa non è altro che un’ipotesi, anzi, probabilmente una vera e propria menzogna.

Davanti ad un universo che non ha più nulla di oggettivo la scienza risulta un’inutile fatica di Sisifo e si puó solo cadere nel prospettivismo e nel nichilismo.

Quindi, tornando alla canzone, forse è vero, era tutto più facile quando potevamo pensare Dio come ipotesi, quando pensavamo che almeno una possibilità su due fosse quella giusta, quando potevamo decidere di vedere il bicchiere mezzo pieno, quando eravamo ingenui e spensierati, fiduciosi, anche. Ora che sappiamo che Dio non è altro che una menzogna siamo annichiliti, immobilizzati, ma in verità, se continuiamo ad ascoltare Nietzsche, questo puó essere un nuovo inizio, la nostra nuova Aurora.

 

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