Epicuro e De André: l’anarchia esistenziale della filosofia epicurea e del suonatore Jones

La filosofia di Epicuro e Il suonatore Jones di De André si pongono in una prospettiva di continuità, predicando la leggerezza, l’aspirazione e l’adesione completa alla vita.

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La vita è una cosa semplice: Epicuro e la filosofia del tetrafarmaco

La filosofia epicurea si basa sulle teorie dell’atomismo e sull’edonismo che ha come precetto, a sua volta, la ricerca del piacere. Epicuro riprende la teoria degli atomi traendone conclusioni di tipo etico, atte a svincolare l’uomo delle sue paure primordiali, come quella della morte o quella della divinità. Il criterio della verità è la conoscenza sensibile poiché i sensi, proiettati sulla realtà, sono veri e infallibili, insieme all’esperienza e, in sede etica, le emozioni. Grazie alle impronte che le cose sensibili lasciano nell’anima, l’uomo è in grado di formulare dei concetti, o anticipazioni, in quanto il possesso di un concetto permette l’anticipazione di eventuali sensazioni future. Epicuro e i suoi seguaci vedono nella filosofia la via d’accesso alla felicità, associandola al concetto di atarassia, intesa come liberazione dalle paure e dai turbamenti, come imperturbabilità, contingentemente al raggiungimento del piacere. La filosofia, quindi, ha uno scopo pratico nella vita degli uomini. Partendo da questi presupposti, la ricerca scientifica di Epicuro, atta all’investigazione delle cause del mondo naturale, ha lo stesso fine della filosofia. Essa si articola in quattro punti fondamentali, ognuno dei quali affronta una delle paure più grandi dell’uomo, scardinandone la consistenza e proponendo una soluzione logica, ridimensionandone la portata. Egli intende liberare gli uomini dal timore degli dèi che, per la loro natura perfetta, non si curano delle faccende degli uomini, imperfetti per natura. Vuole dimostrare l’inconsistenza della paura della morte, dimostrando che essa non è nulla per l’uomo dal momento che quando egli c’è, non vi è invece la morte e quando c’è la morte non c’è lui, per cui la morte non è mai un’esperienza umana. Epicuro vuole, ancora, dimostrare l’accessibilità del limite del piacere, ossia la facile raggiungibilità del piacere stesso, che, se stabile, coincide con la felicità assoluta. Infine, intende constatare la lontananza del limite del male, cioè la provvisorietà e la brevità del dolore, che o è sordo, per cui si è abituati a conviverci, o è acuto, pertanto passa in fretta. Se invece il dolore è grave, si ritorna al problema della morte e si ripropone la medesima soluzione, se non lo è, è invece effimero. Con una logica tanto semplice, quanto incisiva, Epicuro racchiude in pochi precetti una guida al vivere bene, al vivere in maniera leggera, ma mai frivola. L’attualità della filosofia epicurea risiede nelle stesse tematiche affrontate, soprattutto per quanto riguarda la paura della morte, ancora oggi percepito come l’evento più inaccettabile per l’essere umano, oggetto di rimozione da parte del senso comune, di indagine e d’interpretazione da parte dei pensatori contemporanei, con cui il filosofo condivide la stessa battaglia contro le superstizioni e le paure, in nome di una conoscenza razionale della realtà e delle leggi dell’equilibrio universale, in nome della ricerca del piacere, con cui, ancora, condivide la stessa fiducia nella ragione e nella forza rigeneratrice della natura, la stessa visione materialistica e scientifica. Il timore sublimato come intrattenimento culturale, magico, mitologico, tragico, si è psicopatizzato e si è trasformato in un terrore irrazionale, facilmente manipolabile da qualsiasi tipo di potere in grado di aggiogare le menti. Perché provare paura nel passare dalla coscienza all’incoscienza, se questo passaggio non è altro che un mutamento di stato della materia? Non si è ancora dato un senso alla morte. Non la si è ancora umanizzata e razionalizzata e, come sosteneva Epicuro, non ci riguarda. Ogni fenomeno sconosciuto intimorisce l’essere vivente, appesantendone l’esistenza, ed è facile e allettante manipolare col timore, sfruttando l’ignoranza e la superstizione da cui esso deriva. La paura, che riguardi qualsiasi aspetto della vita umana, è la peggiore nemica della leggerezza e dell’espressione, e l’uomo comincia a vivere solo quando ne è totalmente scevro.

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Epicuro (Samo, 341 AC – Atene, 270 AC)

Fabrizio De André e Il suonatore Jones: la ricerca di una libertà immateriale

Il suonatore Jones è un brano di Fabrizio De André del 1971, appartenente all’album Non al denaro non all’amore né al cielo, di seguito il testo:

In un vortice di polvere

Gli altri vedevan siccità

A me ricordava

La gonna di Jenny

In un ballo di tanti anni fa

Sentivo la mia terra

Vibrare di suoni, era il mio cuore

E allora perché coltivarla ancora

Come pensarla migliore

Libertà l’ho vista dormire

Nei campi coltivati

A cielo e denaro

A cielo ed amore

Protetta da un filo spinato

Libertà l’ho vista svegliarsi

Ogni volta che ho suonato

Per un fruscio di ragazze

A un ballo

Per un compagno ubriaco

E poi se la gente sa

E la gente lo sa che sai suonare

Suonare ti tocca

Per tutta la vita

E ti piace lasciarti ascoltare

Finii con i campi alle ortiche

Finii con un flauto spezzato

E un ridere rauco

E ricordi tanti

E nemmeno un rimpianto

Il suonatore Jones incarna la capacità di assumere su di sé, di rielaborare e trasfigurare i problemi e le angosce del proprio mondo, di riprendere e ribaltare di segno le prerogative di chi gli sta attorno. Mentre tutti in un vortice di polvere vedono solo un segno della siccità, Jones gode di un surplus di vedere, riesce a valicare la banalità delle sensazioni offerte dalla vista, per cui coglie un particolare fantastico e personale, vede materializzarsi il ricordo delle balze della gonna di Jenny che si agitano. Per lui la musica non rappresenta una semplice fuga dal lavoro dei campi, ma una rinuncia di cuore, una trasfigurazione positiva delle fatiche e delle difficoltà di un mondo che soccombe al sudore delle proprie non-scelte: l’evasione non è mancato adempimento delle responsabilità, ma ricerca di una libertà artistica e spirituale che supera il filo spinato delle convenzioni, della mera materialità, dell’essere solo per poter avere. Jones fa una scelta assolutamente contro corrente, sceglie di essere per dare: accetta le aspettative della gente, gli tocca suonare per tutta la vita, ma è un ruolo sociale che coincide con il suo modo d’essere. A Jones, infatti, piace lasciarsi ascoltare. La libertà è l’ideale imprescindibile da cui prende le mosse sia il testo che l’esistenza di Jones, ma si tratta di una libertà immateriale, che sopravvive oltre le implicazioni emotive e il tornaconto economico. Basti pensare alle parole chiave del titolo dell’album in cui il brano è inserito: cielo, denaro e amore identificano, per antitesi, la limitazione, la precarietà e il terreno fertile su cui maturano incoerenza e dolore, per cui solo la spensieratezza e la purezza della musica possono alleviare il peso della disillusione e seppellire i drammi quotidiani. Per Jones, quindi, suonare è una vera e propria missione, un impegno a cui non può sottrarsi, il suo talento non può restare inascoltato. La musica non è un mestiere, né un dovere in senso stretto, poiché se la intendessimo in questa accezione, seppelliremmo la libertà di cui Jones si fa garante. De André affida alla conclusione il messaggio del testo: l’unico modo di dare senso ad un’esistenza che rivela la sua precarietà ideale è quello di essere disponibile alla vita, dedicandola alla ricerca di una libertà intesa come libera volontà di essere, nascosta là dove i pensieri e i gesti non sono protetti da nessun filo spinato, ma si sviluppano nella condizione della possibilità infinita dell’esistenza. Solo in questo modo la vita è lieve e pura, come un ballo in campagna, richiamando l’idillio bucolico, come un ricordo di giovinezza, mentre tutte le attività umane, così come anche i sentimenti, gli ideali, le relazioni, portano dolore e limitazioni. Jones muore così come ha vissuto, suonando, libero da qualsiasi rimpianto, così che nella morte l’assenza di rimorsi si carichi di rinvigorita autenticità, poiché Jones incarna il coraggio di una scelta, quella di inseguire le proprie aspirazioni e le proprie vocazioni, senza barattarle con facili surrogati di gioie terrene.

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Non al denaro non all’amore né al cielo (1971)

Valeria Parisi

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