“Don’t Look Back In Anger” e l’inconsistenza dei ricordi in Leopardi e Montale

‏‏Don’t Look Back In Anger è un singolo degli Oasis pubblicato nel 1996

Il brano musicale parla dell’impossibilità di preservare i ricordi che svaniscono nelle mani del tempo. La canzone invita a mantenere viva la tenue fiamma del passato e ad accettarne il suo peso inconsistente.

“Don’t Look Back In Anger”

In questo singolo si parla del passato come entità estranea all’uomo, come sabbia nelle sue pesanti mani. Nella prima parte del pezzo l’uomo scivola, cade involontariamente dentro l’occhio della sua mente e vede tutto sgretolarsi, la vita erosa dal tempo, l’inconsistenza di ciò che è stato ed ora è polvere. Nel guardare il passato non può che provare rabbia e disgusto, il vissuto non ha più i suoi stessi occhi, non gli appartiene. Inutili sono i suoi tentativi di farlo rivivere nel presente. Anche il ricordo muore e si veste da ombra, falsa copia del volto umano. Mentre il tempo passa le memorie svaniscono, diventano nebbia. L’uomo non riesce a trattenere il ricordo che scompare obliato nel pozzo della mente. Sally, la persona a cui questa canzone è rivolta, prova a reagire, seppur in modo vano, alla transitorietà della vita cercando di accettare la morte dei ricordi, la loro incapacità di essere uno scudo contro il tempo. Ad ogni passo verso il futuro si perde un pezzo del passato. Sally decide di fermarsi in un luogo senza giorno e senza notte, di aspettare mentre tutto il mondo evolve, mentre tutti continuano a camminare verso la fine rinchiusi nel loro delirio di immobilità, con la consapevolezza di non poter arrestare mai fino in fondo il tempo, fiume che scorre indipendentemente dalla volontà umana. Lei vuole preservare ricordi ed emozioni che scivolano sulla pelle di coloro che continuano a camminare. Sally invita a non guardare con rabbia il passato, ad accettarne la pesante inconsistenza che accresce al passare dei giorni, vivendo pienamente dentro i limiti della memoria.

L’illusione piacevole del ricordo in Leopardi

Secondo Leopardi più il tempo passa più il ricordo diventa indefinito, si separa dalla realtà ed entra in una dimensione illusoria e ingannevole. Il passato è come se vivesse sommerso in una valle di nebbia. Questa sensazione di indefinitezza provoca nell’uomo l’illusione del piacere. Nella poesia Alla luna mentre il poeta osserva la Luna che splende nel cielo e illumina il colle Tabor, gli sovviene alla memoria una situazione analoga che ha vissuto l’anno precedente. Anche allora guardava la Luna ma i suoi occhi erano velati di pianto e di angoscia. In realtà nulla è mutato da allora ma il ricordo del passato, anche se triste, racchiude in sé un fascino malinconico. Il tempo sfuma i contorni degli eventi e attenua l’intensità del dolore rendendo ogni cosa vaga, indeterminata. Il ricordo è un fiore reciso che conserva ancora in modo tenue la sua essenza. L’ossimorico contrasto del passato con il presente genera malinconia e rabbia nell’uomo. Egli è consapevole di non poter vivere dentro un’amara consolazione, dentro l’illusione del piacere. Leopardi vede il ricordo come un altrove, un castello dalle mura di carta, un’effimera difesa contro il non senso dell’esistere. La rabbia è generata dal piacere che non disseta, dal non riuscire a vivere dentro al passato, limbo posto tra realtà e finzione.

La morte dei ricordi in Montale, la rabbia nel non riuscire ad afferrarli

Per Montale la memoria non è in grado di preservare il passato e di costruire una difesa contro il passare del tempo, è impossibile fissare il ricordo degli aspetti più piacevoli dell’esistenza. La memoria è costituita dall’unione di ricordi che svaniscono nella nebbia della dimenticanza. Nella poesia Non recidere forbice quel volto il poeta chiede al tempo di non cancellare quel volto, di custodirlo nella memoria. La richiesta non viene ascoltata, cala il freddo, il guscio della cicala cade a terra. Quest’ultima ha cantato durante l’estate e quindi è assunta a oggettivazione di felicita, di vita, ma ormai è ridotta a guscio vuoto, simbolo della speranza inaridita e della morte dei ricordi. La cicala ora è uno scheletro come il volto che si sfolla nella memoria regalato all’oblio. Un colpo d’accetta fa crollare l’acacia ferita che getta quel guscio nel fango. I ricordi sono scheletri del passato, cenere muta di ciò che è stato ed ora è morto. In Cigola la carrucola del pozzo, il cigolio della carrucola riporta nel ricolmo secchio un ricordo dalle profondità del pozzo della memoria. Riaffiora un’immagine di un volto femminile che ride, ritorna l’illusione di un ricordo che trema. Il poeta si avvicina al pozzo e accosta il volto a evanescenti labbra, questo aggettivo indica l’inconsistenza di quell’immagine. Il passato si deforma, è vecchio, appartiene ad altri. Il tempo non solo sgretola il passato ma muta anche l’uomo, che diventa estraneo a se stesso. Il ricordo non è più capace di ricostruire un’identità perduta per sempre. La carrucola ineluttabilmente riscende nel pozzo con suoni striduli, atroci.

 

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