Disuguaglianze tra bianchi e neri negli USA: tra George Floyd, 12 Anni Schiavo e la tratta atlantica

George e Philonise Floyd, Black Lives Matter e Questa è l’America, lo schiavismo africano e la tratta atlantica. Infine, l’ultimo successo cinematografico di Steve McQueen: 12 Anni Schiavo. Cosa lega, abbraccia e tiene unito tutto questo? Scopriamolo insieme.

Murale di George Floyd vicino al luogo della sua morte

Minneapolis, sud-est del Minnesota. 25 maggio 2020. Viene perpetrato l’ennesimo omicidio ai danni di un nero. L’ultimo, negli USA, di una lingua serie. A pagarne il prezzo, questa volta, un uomo afroamericano, di mezz’età: George Perry Floyd. L’assassino? Un poliziotto, un tale Derek Chauvin. I video incriminanti mostrano l’ufficiale  pigiare il proprio ginocchio sul collo di Floyd, lasciandolo, dopo qualche minuto (precisamente 8), senza fiato. A nulla valgono le suppliche del pover’uomo. Morirà poco dopo.

Memoriale a George Floyd a Minneapolis, Minnesota

Le conseguenze: tra proteste e dichiarazioni pubbliche

La notizia della morte fa rapidamente il giro del mondo e, in poco tempo, scatena una grave ondata di proteste, che, dall’America, si diffondono anche in altri paesi. Queste si svolgono in maniera generalmente pacifica, ma non mancano casi di violenza, saccheggi, scontri e addirittura morti. A dominare la scena c’è Black Lives Matter, movimento attivista nato in seno alla comunità afroamericana (d’America) nel 2013 e impegnato nella lotta contro la discriminazione razziale. Ed è a questo che si richiamano i molti manifestanti che, ormai da qualche giorno, riempiono (e hanno riempito) le piazze delle principali città europee, da Londra a Roma. Tra i molti che, a livello mediatico, hanno fatto sentire la propria voce, spicca l’intervento che Philonise Floyd, fratello della vittima, ha fatto il 10 giugno davanti alla Commissione Giustizia del Congresso Americano. Come riporta l’articolo di Repubblica, pubblicato lo stesso giorno, Philonise, visibilmente toccato dalla vicenda, dichiara: “non posso descrivere il tipo di dolore che provi quando vedi il tuo fratellone, quello a cui ti sei ispirato per tutta la vita morire chiedendo aiuto alla mamma. Si è rivolto ai poliziotti chiamandoli ‘signore’, ha avuto un atteggiamento mite, non ha reagito. […] George è morto per una discussione su 20 dollari. E’ questo che vale un afroamericano nel 2020?” (Usa, il fratello di Floyd al Congresso: “George morto per 20 dollari, questo vale un afroamericano?”, in Repubblica, 10 giugno 2020). Sono sicuramente parole forti, che fanno riflettere. Vediamo se queste possono dirci qualcosa del contesto in cui si è consumata la tragedia.

Philonise Floyd (Erin Schaff/The New York Times)

L’America, oggi

Ciò che, in maniera sventurata, è capitato a George Floyd, non è di certo un caso isolato. Da anni infatti, negli Stati Uniti, vengono denunciati casi di maltrattamenti e omicidi di neri da parte di poliziotti. Inoltre, nonostante i neri compongano circa il 13% della popolazione totale americana, costituiscono più del 38% dei detenuti totali, portando alla luce uno squilibrio tanto chiarificatore quanto inquietante. Del resto, come è ben scritto nel libro di Francesco Costa Questa è l’America, “non esiste [in America] un solo tipo di reato che non veda ancora una gigantesca sproporzione di pene e condanne a svantaggio dei neri; e il progressivo irrigidimento delle norme ha permesso di condannare all’ergastolo anche ragazzini di tredici anni che avevano commesso reati non violenti. Quasi tutti neri […].” (Da dove vengono le rivolte americane, in Post, 31 maggio 2020). Appare dunque evidente che, lungi da un effettivo sradicamento delle disuguaglianze tra bianchi e neri, queste siano ancora pienamente imperanti e presenti, pur prescindendo dai faticosi (e straordinari) passi avanti fatti negli ultimi decenni. Parliamo comunque di una nazione che “ha solo trecento anni di vita e ne ha passati duecentocinquanta a sottomettere i neri con tutta la forza dello Stato” (Da dove vengono le rivolte americane, in Post, 31 maggio 2020), ed è quasi inevitabile che cinquanta non bastino per appianare completamente tali divisioni. L’America ha ancora molta strada da fare.

 

Manifestazioni a Filadelfia, 1 giugno 2020

Lo schiavismo americano e la tratta atlantica

Ma da dove ha origine questo fenomeno plurisecolare? Certamente è difficile dirlo. Del resto, accade sovente quando si vuole risalire al nucleo fondativo di un qualsivoglia problema, specie se questo è di così complessa risoluzione. Di certo, quando pensiamo alla disuguaglianza tra bianchi e neri la nostra mente ci porta indietro di circa due secoli, quando, in America, era in pieno corso di svolgimento uno dei più gravi e terribili eventi che hanno puntellato la sanguinosa storia del genere umano. Parliamo dello schiavismo. Questo ha origine agli inizi del XVII secolo, quando in Virginia, prima colonia americana, sbarca la White Lion, una fregata olandese con a bordo venti schiavi africani. E’ qui, con tale simbolico atto, che ha inizio la famosa quanto spietata tratta atlantica. Con tale termine si suole indicare il commercio degli schiavi africani che, costretti a lasciare le proprie terre natie, venivano deportati in America, dove poi venivano impiegati come lavoratori nelle piantagioni. Fenomeno di ampio respiro storico, questo abbraccia circa tre secoli e coinvolge, oltre all’America, i principali paesi europei, tra cui Gran Bretagna, Olanda, Francia, Spagna e Portogallo.

La cosiddetta tratta atlantica

Tra libertà, uguaglianza e… cesura storica

Introdotto, seppur in modo breve, coinciso e perciò superficiale, l’argomento, apprestiamoci a considerare come questo goda di un attenzione particolare all’interno della nostra cultura occidentale e di conseguenza mondiale. Ora, se è incontrovertibilmente vero che, ancora oggi, l’uomo si renda protagonista di atti folli, condannabili e probabilmente razzisti è parimenti vero che, in linea generale, la maggior parte degli individui è intrisa di valori quali libertà, uguaglianza e solidarietà, che, assieme, costituiscono l’orizzonte all’interno del quale oggi la civiltà occidentale si posiziona. Ciò, però, ci espone potenzialmente davanti un problema, che si è gravemente rivelato a noi negli ultimi giorni. Negli USA, da ormai qualche settimana, alcuni gruppi di dimostranti hanno avuto la brillante idea di abbattere, decapitare e imbrattare alcune statue di celebri personaggi del passato, quali Cristoforo Colombo e Juan Ponce de Leon (oltre che alcuni membri storici della Confederazione), colpevoli, secondo loro, di aver dato il via alla colonizzazione europea del continente. Tale tentativo (ahimè riuscito) di cesura storica, trova la sua origine nella volontà di frapporre tra sé e il passato proprio quei valori sopra richiamati, esponendo al grave rischio di giudicare in maniera del tutto de-contestualizzante quest’ultimo. Insomma, non dobbiamo mai dimenticarci che costoro erano, come banalmente si dice, figli del loro tempo. Dobbiamo, forse, essere più cauti nei giudizi e non (dobbiamo), dall’alto della nostra presunta superiorità, permetterci di sradicare le stesse radici su cui noi stessi poggiamo. D’altro canto, non è proprio la presunta superiorità di cui i bianchi si fregiavano nei confronti dei neri ad esser da noi condannata?

Una statua di Cristoforo Colombo decapitata, a Boston. (Tim Bradbury/Getty Images)

La storia di Solomon Northup

Sono di certo molti i prodotti televisivi e, più in generale, dell’attuale cultura pop che hanno trattato di questo complesso fenomeno. Uno di quelli che certamente ha più colto nel segno è un film del 2013, diretto da Steve McQueen: 12 Anni Schiavo. Tratto da un libro, questo racconta di Solomon Northup, un afroamericano residente a Saratoga Springs (vicino New York) che, nell’aprile del 1841, perdendo il suo status di uomo libero, divenne uno schiavo. Viene ingannato da due trafficanti di schiavi che, con la scusa di un’offerta di lavoro all’interno di un circo, lo drogano e lo vendono per 650 dollari a un certo James Birch, anch’esso nel giro. Quando il protagonista riprende conoscenza capisce di essere stato ingannato e prende consapevolezza della gravità della situazione. E’ completamente solo, senza nessuno che possa garantire per la sua libertà. Da quel momento lui non è più un contadino, un musicista, un padre di tre figli, ma uno schiavo fuggiasco proveniente dalla Georgia. Non è più  Solomon, ma Platt. Nome che gli affibbia il suo nuovo padrone. Il film prosegue mostrandoci le toccanti, quanto crude esperienze che il protagonista è costretto a vivere, sulla propria pelle e non. Vede uomini, donne, bambini, trattati alla mercé di oggetti e venduti per pochi soldi; assiste a torture, mutilazioni, frustrate e omicidi, senza poter  far nulla per evitare tutto ciò; viene incaricato, talvolta, di procedere lui stesso al lavoro sporco, senza la possibilità di tirarsi indietro. In quei dodici anni Solomon, o meglio, Platt, cambierà ben due padroni. Il primo si dimostrerà tollerante, gentile e ben disposto nei suoi confronti, il secondo crudele, spietato e senza scrupoli, sia verso di lui che verso i suoi compagni. Alla fine, dopo dodici anni di angherie e sopportazioni, dopo aver mandato giù bocconi eccessivamente amari, e dopo, infine, aver tollerato quel brutto scherzo che, in quel fatidico giorno di aprile, il destino aveva preparato per lui, senza arrendersi, ma sempre sperando, arriva, sopraggiunge, inaspettato, il miracolo. Solomon conosce un carpentiere, di nome Samuel Bass, al quale racconta tutta la sua storia e lo convince a scrivere e a spedire delle lettere (a suo nome) a degli amici, residenti a Saratoga Springs. Queste, contenendo le informazioni sulla località in cui il protagonista si trova, permettono di rintracciarlo e, con l’aiuto di un fido avvocato, riescono finalmente a liberarlo. E così, dopo ben dodici anni, Solomon, da uomo libero, torna a riabbracciare i propri figli, decidendo di immortalare la propria esperienza all’interno di un racconto che in poco tempo diverrà un bestseller. Il film è tratto proprio da questo.

Una scena del film 12 Anni Schiavo

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