Vertigo nella sua complessità psicologica: tra paura di cadere, sensi di colpa e dipendenza affettiva

Che i misteri e le fragilità della psiche affascinassero Hichcock, al punto che un personaggio sano di mente sia creatura rara nei suoi film, non è una novità. Quali questioni psicologiche affronta “La donna che visse due volte”?

L’ex-poliziotto Scottie Ferguson non riesce a superare l’incidente che l’ha condotto alla pensione, cambiandogli la vita per sempre. Mentre sta ancora imparando a convivere con la sua paura di cadere nel vuoto e con i sensi di colpa, un vecchio amico dei tempi del college gli propone una missione: pedinare la moglie e proteggerla dagli istinti suicidi che lo spirito della sua bisnonna ha insinuato in lei. Accettando l’incarico, Scottie non sa che sarà proprio questa donna la cura dei suoi tormenti e la grande condanna della sua vita.

Acrofobia figlia di un trauma

Il flash-back iniziale ci immerge nell’evento traumatico che ha posto fine alla carriera del poliziotto. Nel bel mezzo di un inseguimento in cima ai tetti dello skyline di San Francisco, Scottie scivola su un pendio e si aggrappa ad una grondaia per evitare la fine del famoso maiale che cadendo da un grattacielo… speck. Un collega che ha assistito alla scena cerca di aiutarlo, lo invita ad afferrargli la mano e mentre si sporge per salvarlo finisce per precipitare lui stesso nel vuoto e morire in un tragico atterraggio letale. Da quel momento, il sopravvissuto agente Ferguson si dimette dalla carica e vive nel senso di colpa e con il terribile lascito dell’acrofobia: il terrore dell’altezza e di cadere nel vuoto. Un simile disturbo può comportare una serie di condizioni sgradevoli, come le vertigini, giramenti di testa, attacchi di panico in situazioni di altezza e la batmofobia, cioè la paura legata a scale e pendii ripidi. Tutti questi effetti collaterali si verificano nel caso di Scottie, motivo per cui in un primo momento pensa di rifiutare la proposta dell’amico. Da quel che sembra, il dottore assume una prospettiva pessimista nella cura dell’acrofobia del personaggio di James Stewart, suggerendogli di abituarsi a convivere con la sua paura e di rassegnarsi al fatto che probabilmente non potrà guarirvi, se non grazie a “un’altra emozione violenta”. Fortunatamente, in realtà, la situazione non sarebbe così tragica, perché l’acrofobia, come tutte le fobie specifiche, può essere trattata attraverso una terapia cognitivo-comportamentale di esposizione graduale all’altezza. Cosa, tra l’altro, ben intuita dallo stesso Scottie che ha provato (fallendo) a salire in piedi su una sedia senza svenire dantescamente.

Colpevole

Questa paura che lo frena e paralizza si rivela essere non solo la ferita indelebile di un trauma e del senso di colpa per la morte del poliziotto, ma soprattutto l’odiata ragione di un nuovo senso di colpa e di una nuova morte che l’ossessionerà per sempre. Quando conosce e si innamora di Madeleine, la donna perseguitata da uno spirito malinconico che era stato incaricato di sorvegliare, si abbandona per la prima volta al vortice di emozioni e di “vertigine amorosa”. Crede, attraverso il suo impegno e la sensibilità nel curare la psicosi della sua amata, di essersi finalmente liberato del peso della sua fobia. Il giorno in cui Madeleine sale le scale della torre del campanile, in preda a un istinto suicida, si accorge, però, che non è così e che ancora fatica a sconfiggere la paura del vuoto e dell’altezza. Sarà proprio quest’ultima a bloccarlo poco prima di aver raggiunto la donna e a impedirgli di salvarla.  Ancora una volta si innesca, quindi, il senso di colpa, più intenso e deleterio di quanto avesse mai provato. Si tratta di un’emozione complessa, evolutasi con lo scopo adattivo di scoraggiare comportamenti immorali e trasgressivi. In questo caso il sentimento di colpa è indotto dall’infrazione di una norma altruistica (colpa altruistica) che genera rimorso e conduce il personaggio (come accade a volte) a una profonda depressione e addirittura a una temporanea afasia.

I’m addicted to you

Con il passare del tempo, il povero Scottie riesce ad affrontare anche questa ennesima difficoltà, esce dal ricovero ospedaliero e riprende l’uso della parola. Non riesce, però, a superare la perdita di Madeleine e continua a frequentare i luoghi dei loro incontri e a cercarla nelle altre donne. L’amore che provava per lei, con la sua scomparsa si trasforma in un’ossessione. Ancor di più quando, un giorno, incontra Judy. Il suo sguardo, le labbra, il neo sulla guancia sono identici in tutto e per tutto a quelli di Madeleine. Solo i capelli e i vestiti sono diversi. La convince a passare più tempo con lui e a farsi trasformare per apparire esattamente uguale a Madeleine e lei lo asseconda perché innamorata. Una follia a quattro mani che non può essere definita in altro modo se non “dipendenza affettiva”. In questa condizione patologica la storia d’amore è il centro della propria vita e il senso della propria esistenza, dando forma a comportamenti ossessivi dalle innumerevoli sfumature. Si può avere la tendenza ad accettare qualsiasi malessere psicologico e non pur di non perdere l’altro, verso il quale si ha sviluppato una vera e propria dipendenza, non molto diversa da alcolismo e abuso di droghe. Tutte le proprie energie e i propri interessi possono riversarsi sull’altra persona, a cui vengono fatte richieste iperboliche per ricevere una continua conferma dell’amore reciproco. Sia Scottie che Judy dimostrano di essere dipendenti nella loro relazione, il primo pretendendo di trasformare la donna in qualcuno da cui è ossessionato, la seconda percependosi meritevole di amore e attenzioni solo in funzione della felicità del suo amato.

Senza troppi spoiler e rivelazioni, la vera morale è che l’amore, la paura e il senso di colpa possono trascinarti in un baratro profondo e pericoloso. L’unica soluzione è riuscire a tornare in superficie superando le vertigini, perché l’unica persona in grado di salvarti non è Scottie Ferguson.

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