Delirio mistico e fede religiosa: dal furore della cultura greca antica al riconoscimento della patologia

Ciò che oggi è riconosciuto come patologico, in tempi antichi era considerato un modo subcosciente per tirare fuori ciò che discerne le facoltà umane.

delirio mistico e fede religiosa

Platone riteneva che la pazzia fosse concessa per dono divino e, dando voce a Socrate nel Fedro, sosteneva che i beni più grandi derivassero proprio da essa. A lui si deve la classificazione di quattro modalità di divino furore, generati da un’alterazione delle normali condizioni psichiche nell’uomo, appunto, di origine divina. Primo fra tutti il furore profetico, che ha come patrono divino Apollo, il furore telestico o rituale, proprio di Dionisio, e, in una collocazione più marginale, il furore poetico e il furore erotico, generato rispettivamente dalle Muse e da Afrodite ed Eros. Occorre preventivamente effettuare una distinzione tra furore divino e pazzia di origine patologica, risalendo a testimonianze precedenti allo stesso Platone.

Il furore religioso nell’antica Grecia: possessione, rito e catarsi

Erodoto, a proposito di Cleomene, ci dice che la sua pazzia, considerata dai più un castigo divino per aver commesso un sacrilegio, era attribuita dai suoi compatrioti agli eccessi alcolici, sebbene l’autore stesso rifiuti questa ipotesi. A proposito di Cambise, invece, parla di epilessia, giustificandone il furore con cause di origine naturale e patologica e osserva sensatamente che, quando il corpo è leso, ne risente anche la mente. Pertanto, Erodoto riconosce almeno due tipologie di pazzia, una di origine soprannaturale (certamente con accezione negativa) e una dovuta a cause naturali, dicotomia che verrà accolta anche da Empedocle, il quale distingue la pazzia ex purgamento animae dalla pazzia dovuta ad una minorazione fisica. Era tuttavia credenza comune in tutte le civiltà antiche che il turbamento mentale fosse provocato da ingerenze di tipo soprannaturale, non solo per mancanza di conoscenze scientifiche e specifiche adeguante, ma anche per affermazione dei malati stessi. Oggi, non a caso, uno dei sintomi più comuni della sindrome paranoide è la convinzione del malato di essere in relazione (o addirittura di identificarsi) con esseri e forze soprannaturali, e si può ritenere che lo stesso avvenisse nell’antichità. Ritornando al caso di Cambise, i fenomeni sconcertanti propri dell’attacco epilettico, quali caduta improvvisa, contorcimenti, il digrignare i denti o la protrusione della lingua, contribuirono a sviluppare il concetto popolare di ossesso e di associarlo a patologie con una determinata sintomatologia: molto presto l’epilessia venne associato alla possessione, così come anche la paranoia, il delirio febbrile e il sonnambulismo vennero immediatamente ricondotti ad operatori demoniaci. L’idea di possessione è già presente in Omero, nell’Odissea: quando Polifemo comincia ad urlare agli altri Ciclopi Nessuno mi vuole uccidere, i Ciclopi osservano che Certo un male mandato dal grande Zeus non si può evitare, raccomandandogli religiosamente una soluzione nella preghiera. In altri termini, lo hanno considerato folle, delirante, motivo per cui lo abbandoneranno al proprio destino. Alla luce di questo celebre passo, si può affermare con certezza che l’origine soprannaturale delle malattie mentali fosse un luogo comune del pensiero popolare greco già in tempi precedenti alla canonica classificazione di Platone. Più avanti, in età classica, gli intellettuali limitavano la divina pazzia a dei soggetti specifici: alcuni, come l’autore del De morbo sacro, risalente alla fine del V secolo, arrivarono a sostenere che non vi sono malattie più divine di altre, poiché ogni malattia è ritenuta tale dal momento che fa parte dell’ordine divino, nonostante tutte abbiano anche le proprie cause naturali che l’uomo può scorgere. In questo periodo, ad Atene, i malati di mente erano spesso evitati poiché colpiti da maledizione divina, per cui il contatto sarebbe potuto risultare pericoloso: tuttavia, essi venivano considerati con un rispetto rasentante la venerazione, poiché erano a contatto col mondo soprannaturale e talvolta manifestavano poteri sconosciuti agli uomini comuni. L’ideologia di età classica è ravvisabile nel mito: Aiace, in preda alla pazzia, parla un linguaggio sinistro che nessun mortale, ma solo un demone poteva avergli insegnato, allo stesso modo Edipo, quando cade nello stato di frenesia, è condotto da un demone presso il luogo in cui lo aspetta il cadavere di Giocasta. In sintesi, laddove viene a mancare una garanzia scientifica e ragionevole, un rapporto logico causa-effetto, si fa forte e travolgente il bisogno di una giustificazione soprannaturale, di un’autorità che trascenda la dimensione umana. E’ proprio questo il raccordo tra l’antica civiltà greca e i nostri giorni: la Grecia non aveva né una Bibbia, né una Chiesa, ecco dunque che la lacuna viene colmata con l’immagine di Apollo, vicario in terra di un moderno padre celeste. Il senso schiacciante dell’ignoranza umana, dell’assenza di sicurezza in cui hanno vissuto e in cui continuano a vivere gli uomini, la paura del phthonos divino, la paura del miasma, il peso complessivo di tutta una serie di fattori sarebbe stato incontrollabile se un divino consigliere onniscente non avesse garantito ai Greci, dietro il caos apparente, l’esistenza di una sapienza superiore o di una finalità. Grazie alla sua scienza divina, Apollo avrebbe suggerito, per mezzo dell’Oracolo di Delfi, il da farsi nei momenti di incertezza, egli conosceva le regole del gioco imprescindibile degli dei con l’umanità, costituiva l’allontanatore del male e i Greci ne avevano piena fiducia, non per folle superstizione, ma perché non avrebbero potuto farne a meno. Apollo, quindi, assorbiva in sé una funzione prettamente sociale. Un discorso analogo lo si può fare per Dioniso, il cui ruolo sociale era essenzialmente catartico, in senso psicologico: purgava l’individuo da quegli impulsi irrazionali e contagiosi che, contenuti e repressi, avrebbero provocato manifestazioni di isterismo collettivo e lo faceva offrendo loro uno sfogo rituale. Dionisio rappresentava dunque una necessità sociale non meno di Apollo, entrambi combattevano le ansie e le paure di una civiltà, Apollo garantendo sicurezza e Dioniso offrendo libertà. Dioniso è la divinità che, attraverso semplici mezzi, quali la musica, la danza o il vino, per breve tempo pone ciascuno in condizione di non essere più se stesso: nell’opera di Erodoto, gli Sciiti sostengono che Dioniso induce la gente alla pazzia, al delirio, alla follia e alla possessione. Il suo culto trovava infatti coronamento nell’estasi, permetteva di uscire fuori di sé, conducendo ad alterazioni profonde della personalità. Secondo una testimonianza di Platone, i rituali dionisiaci erano accompagnati da crisi di pianto, violenta palpitazione e turbamento mentale, i danzatori erano fuori di senno e spesso cadevano in una sorta di trance. Pertanto, vi era la credenza che Dioniso fosse in grado di provocare turbe mentali, ma che fosse anche in grado di guarirle, per mezzo della catarsi rituale: se le pratiche del culto avevano effetto di catarsi sul soggetto, si dimostrava la natura soprannaturale e divina del suo male, ma se non vi era alcuna reazione ad esse, la causa andava cercata altrove.

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Rito dionisiaco

Il delirio mistico come patologia

Il delirio mistico è una patologia oggi riconosciuta, ravvisabile sulla base di tre principali caratteristiche: ha come fulcro il tema religioso, non si basa su un giudizio non condiviso dalla società o dalla cultura nella quale si produce, provoca un profondo malessere alla persona e influenza le relazioni con gli altri e lo svolgimento della vita sociale. E’ stato denominato anche delirio messianico, poiché è comune che chi ne soffre si senta eletto a compiere una determinata missione, affidata dalla divinità. Più che la veridicità o la falsità, a tramutare un contenuto mentale in delirio è l’intensità, la persistenza e il danno che lo stesso arreca alla persona. La religione è la fede nell’esistenza di un potere divino o soprannaturale, che è doveroso adorare e cui si deve obbedire. È suggellata, in genere, da un codice etico da seguire e da un insieme di rituali da praticare. Il limite tra religione e delirio non è facile da stabilire, poiché ciò che in un gruppo umano fa parte della fede, in un altro potrebbe essere considerato completamente irrazionale. Alcune tipologie di credenti, molte volte, adottano il misticismo come stile di vita, che può essere definito come l’esaltazione massima del sentimento religioso. In questo caso, essi assumono una condotta che avvicina alla perfezione (dal punto di vista del credente e del suo codice etico). Ricercano, allo stesso tempo, una unione spirituale con Dio, che raggiungono attraverso l’intuizione e l’estasi, principalmente per mezzo di rituali. Ebbene, alle volte accade che il credente costruisca un giudizio sulla realtà non condiviso da altri aderenti alla stessa fede. Tale giudizio diviene immodificabile e sempre più intenso. Quando si manifesta il delirio mistico, la persona persevera in questo giudizio e ciò la conduce a uno stato di profonda preoccupazione e ansia. Anche se può sembrare paradossale, il delirio mistico incarna il tentativo di riprendere contatto con la realtà: vi è, precedentemente, una frattura profonda nella vita psichica della persona. In termini generali, si manifesta di frequente in una persona che ha patito un cumulo di dolore che la annienta e che, non riuscendo a gestire tale sofferenza, si spezza. Il delirio, allora, è un modo per ricomporre la ferita interiore: infatti, coloro che aderiscono ad una fede strettamente connessa con la colpa e con l’ansia di espiazione, sono più propensi ad essere soggetti a delirio mistico.

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Valeria Parisi

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