Dal film Captain Fantastic al pensiero di Antonio Gramsci: una lotta all’inconsapevolezza

Il film Captain Fantastic, vincitore del premio miglior regia al festival di Cannes, letto attraverso il pensiero di Antonio Gramsci.

Antonio Gramsci, cofondatore del partito comunista d’Italia.

Nel 2016 esce nelle sale Captain Fantastic, un film indipendente, diretto da Matt Ross, in cui si rivendica la possibilità di scegliere liberamente come vivere l’esistenza. Quella che sembra la necessità di un adolescente ribelle perdura nel protagonista Ben Cash, il quale, in un finale agrodolce, si adegua all’egemonia culturale.

Società fantastica

Ben vive nei boschi americani con i sei figli, preparandoli non solo fisicamente ma soprattutto intellettualmente alle difficoltà della vita. I ragazzi, infatti, non giocano a videogames, piuttosto conoscono e comprendono ogni emendamento della costituzione americana, discorrono di letteratura e di politica e leggono facilmente la fisica quantistica.

Il sogno di molti intellettuali svogliati diventa però un incubo per almeno uno dei fratelli. Rellian, infatti, durante il festeggiamento del “Noam Chomsky day” si sfoga, rivendicando il diritto di vivere una vita normale, di festeggiare il natale come il resto del mondo e di poter bere la coca cola che il padre chiama “acqua avvelenata”.

Così il padre gli dà la possibilità di portare ragioni valide alle sue scelte: di spiegare loro il motivo per cui festeggiare un elfo magico, piuttosto che un essere vivente che ha fatto tanto per lo sviluppo sociale e scientifico.

Egemonia culturale

Antonio Gramsci avrebbe apprezzato la battuta del padre: il politico sosteneva che da sempre l’uomo fosse vissuto immerso nella società, a tal punto da non essere più capace di distinguere il fatto naturale immodificabile da quello sociale migliorabile. Egli sosteneva con una metafora molto efficace che il popolo si adatta alle ingiustizie e alle difficoltà perché cresciuto in una società in cui esse non erano considerate tanto diverse da catastrofi naturali incontrollabili. L’uomo non se la prende con i terremoti per aver distrutto case, ucciso persone e rovinato vite, piuttosto lo accetta, poiché non essendo causato da intenzioni umane, nessuno può essere considerato moralmente colpevole. La stessa cosa accade in politica: è facile che chi cresce in una società capitalista si imbatta in discussioni che sottolineano gli aspetti negativi del comunismo, mentre una volta sollevati quelli positivi non si possa che finire velocemente col risolvere che la storia ha mostrato il divario tra fattori a favore e a sfavore.

Questo, secondo Gramsci, avviene a causa dell’egemonia culturale. Il termine egemonia deriva dal greco e veniva usato per descrivere lo stato di un gruppo di persone succubi di un secondo gruppo militarmente superiore. Nella modernità, grazie ai mezzi di comunicazione, invece della potenza militare viene usata la manipolazione.

Gramsci parlava di intellettuali tradizionali e organici: se gli organici avevano il compito di mostrare le due facce della medaglia per costruire uno spirito critico e scettico, gli intellettuali tradizionali avevano il compito (spesso non consapevolmente) di aiutare e sostenere il pensiero dell’egemonia culturale: così che la storia venisse raccontata sempre e solo da un punto di vista, per radicare i valori della cultura allo stesso livello dei termini della natura.

Critica

La critica, sostenuta sia da Gramsci che da Ben Cash, è all’ignoranza, all’inconsapevolezza, alla mancanza di spirito critico.

Eppure il finale agrodolce spiazza lo spettatore. La famiglia acquista una casa, i ragazzi frequentano la scuola, Ben trova un lavoro.

Il confronto con la società, che nel film avviene con la morte e il successivo funerale della madre, fa dubitare Ben delle sue scelte: i comportamenti antisociali insegnati ai figli, agli occhi di chi non è parte della loro società, risultano atti orribili, addirittura punibili.

Viene quindi da chiedersi se siamo effettivamente liberi, liberi di vivere una vita che ha ideali diversi da quelli comunemente accettati, liberi di liberarsi dall’egemonia culturale.

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