Tolleranza
Cesare Cremonini, foto tratta dalla rivista Rolling Stone

Il nuovo singolo

“Volevo far cantare a tutti un ritornello in arabo”, confida il cantautore in un’intervista per Radio 105. Il ritornello della canzone, infatti, sarebbe composto anche dalle parole “As-salamu alaykum”, che in arabo vorrebbe dire “che la pace sia con voi”. Visto che il testo parla di un immigrato arabo in Europa, la frase suonerebbe un po’ come la reinterpretazione del passo biblico: a chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra. In effetti Cremonini rivela: “In questa canzone racconto di un ragazzo dagli occhi curiosi e le gambe veloci, fuggito da uno dei territori più fragili e contesi del pianeta dal punto di vista politico, quello del Kashmir. I suoi mocassini, consumati dai passi di danza e dai chilometri percorsi nel lungo viaggio che lo ha portato in Europa, sono il vero motore dei suoi desideri: ballare è la sua unica religione. Il pregiudizio e la paura di un’Europa diffidente e vulnerabile rappresentano l’ostacolo da superare ogni giorno”.

E cosa dovrebbe esserci di male in un ragazzo che desidera solo ballare liberamente, vivere con delle scarpe comode ai piedi e non pensare alle continue bombe che potrebbero cadergli sulla testa? Nulla. O almeno, così dovrebbe essere.

Ti chiamano “mujaheddin”
Ma tu non hai nemmeno mai creduto nei santi.
La gente si spaventa quando è in metro con te
Più li guardi e più ti sembrano pazzi.

È vero che hai imparato le canzoni di Pharrell,
Tutto sommato fai una vita normale,
Ma tutte le ragazze qui, ti vedono così
Come un mezzo criminale, una spia mediorientale.

Con queste parole, Cremonini canta l’intolleranza, e ci mette di fronte ad un verità che tutti noi conosciamo ma decidiamo di ignorare: il nuovo razzismo che popola l’Europa, e che fomenta movimenti sempre più radicali, sempre più rabbiosi ( “l’Europa è così:
cerca il diavolo negli occhi degli altri”
).  Ci stiamo dimenticando che i barconi che attraccano in Europa sono pieni di persone che hanno delle storie chiuse nella testa, degli anni sulle spalle, delle ferite sulle mani, sui piedi, sul costato…

La paura verso i migranti

Mi chiedo se sia giusto che si veda in ogni migrante un criminale o una minaccia. Spesso fa comodo vedere il male là dove non c’è”, afferma Cremonini. Quasi come un gusto per il macabro che ritorna, che ci costringe a diventare le vittime di un film horror in cui noi siamo responsabili del casting, i registi e gli attori.

Foto di un migrante minore non accompagnato, tratta dalla rivista IN TERRIS

Siamo stati bravi , noi europei, a dimostrarci empatici quando si verificarono i fatti del “Bataclan” e del “Je Suis Charlie” a Parigi, degli attentati in Germania e a Londra. Ci siamo sentiti umani, uniti ( quasi, quasi, come durante i mondiali di calcio). Ci siamo sentiti pugnalati nel cuore, ma invece di raccogliere il sangue delle ferite come monito per non versarne altro, abbiamo lasciato le cicatrici aperte e il sangue si è trasformato in veleno che lentamente ci sta contaminando l’anima. Abbiamo commesso un errore imperdonabile: stiamo portando rancore. E anche se razionalmente sappiamo chi sono quelli a cui dobbiamo dare la colpa di quelle stragi – ovvero ai veri invasati dei fondamentalismi islamici –  ci stiamo facendo guidare da un furia cieca che vede il mondo come solo bianco e nero, che inneggia alla vendetta. Ma cosa succede se sfoghiamo la nostra frustrazione sui bambini, sui ragazzi, sulle madri che scappano dalla stessa guerra dalla quale noi siamo così terrorizzati? Succede che saranno in centinaia a morire, mentre noi lentamente ci spegniamo dall’interno. Abbiamo lasciato che poche malevole voci ci mettessero la pulce nell’orecchio: le malelingue ci hanno attaccato un virus che non riusciamo a staccare dal nostre cervello. Mentre una sana dose di prudenza non dovrebbe mai mancare, vedere nemici in ogni dove è solo controproducente: come la Guerra Fredda fece in America con il Maccartismo, come la Caccia alle Streghe dell’Inquisizione, siamo alla ricerca di un capro espiatorio che non troveremo né su delle barche che vagano alla deriva nel Mediterraneo, né in nessun altro luogo se non la nostra testa.

La tolleranza verso il diverso

Popper ci ripropone quello che lui chiama il “paradosso della tolleranza”, nel quale si pone all’attenzione quella situazione paradossale, appunto, nella quale “dovremmo proclamare, in nome della tolleranzail diritto di non tollerare gli intolleranti”. Con questo Popper non incita affatto alla repressione, ma vuole solo far notare come un’eccessiva tolleranza di posizioni estreme, potrebbe portare alla rovina della “società tollerante” stessa. Si tratterebbe di un principio liberale: la mia libertà finisce dove comincia quella altrui. Anche la mia libertà di parola finisce laddove questa minaccia di pregiudicare la “libertà di parola” degli altri. Come disse Voltaire, che la tolleranza dovrebbe finire nel momento i cui comincia l’intolleranza altrui, poiché questa si può trasformare in fanatismo, che è una “malattia quasi incurabile”. Aveva ragione: da quella non ci si libera facilmente, e per questo venne ripreso pure da  Nietzsche, che aggiunse inoltre che “il fanatismo è l’unica forza di volontà di cui sono capaci i deboli”.

In questo momento storico, in cui assistiamo orripilati ai capi delle nazioni mentre si passano, come in un infantile gioco della “patata bollente” , i migranti per tutto il Mediterraneo, non possiamo né permetterci di dire che abbiamo “il cuore più grande” né possiamo darci del “vomitevole” l’un l’altro. Dovremmo solo avere il coraggio di guardarci allo specchio e prenderci la responsabilità di ciò che sta accadendo. Ma, come Dorian Grey, siamo terrorizzati dal riflesso che potrebbe presentarsi alla nostra vita: in fondo, il diavolo potrebbe essere proprio nei nostri di occhi.