Ormai da tempo le fake news la fanno da padroni, sempre più gente ci casca. Una prima interpretazione del fenomeno, non solo dell’aumento di fake news ma anche dei creduloni, era quella legata al fatto che tendiamo a condividere ciò che conferma le nostre vedute. Un nuovo studio, però, suggerisce nuove prospettive. Sembrerebbe infatti che credere alle fake news è questione di pigrizia.

Siamo economisti mentali

L’essere umano tende al risparmio e questo si applica anche al semplice pensare. Quando utilizziamo un pensiero automatico, questo si rivela veloce, non richiede grandi sforzi e permette di orientare le nostre limitate risorse mentali verso altri compiti. Si tratta di scorciatoie utili in vari ambiti, ma sono in realtà armi a doppio taglio. L’altra faccia del pensiero automatico, è che ci induce con maggiore facilità a cadere in semplificazioni e atteggiamenti pregiudizievoli. Queste scorciatoie, vengono definite dagli psicologi come bias cognitivi. Nello specifico sono errori di giudizio e atuomatismi della mente. Tra i diversi bias, quello che sembrerebbe maggiormente coinvolto nelle fake news, è il bias di conferma. Questo è la tendenza a muoversi all’interno dei confini sicuri delle proprie convinzioni, scartando le idee troppo faticose da seguire.

Chi è più riflessivo è più bravo a riconoscere le fake news. www.google.it

Le reazioni di pancia

La scienza, come sempre, ci viene incontro. Gli psicologi David Rand e Gordon Pennycook hanno sottoposto 3.000 volontari a un compito chiamato CRT. L’acronimo indica il Cognitive reflection test che misura la capacità di mettere in discussione le proprie “reazioni di pancia”. Successivamente a ciascuno dei volontari sono stati mostrati diversi post di Facebook. Questi potevano veicolare una notizia vera o una fake news. In particolare quest’ultima tipologia di post poteva essere in linea con le opinioni politiche del soggetto o contraria. Il compito dei partecipanti? Dire quanto ritenevano accurata la notizia. I risultati parlano chiaro: le persone che avevano totalizzato punteggi più alti nel primo test, erano anche più abili ad individuare le bufale, a prescindere dal contenuto politico.

Siamo pigri

Se le conclusioni della ricerca venissero confermate, la questione non sarebbe tanto legata all’intelligenza quanto piuttosto alla disattenzione o alla pigrizia. Basterebbe quindi invitare le persone a fermarsi a pensare, non solo nella vita reale, ma anche in quella virtuale. Le nostre strategie automatiche, quindi, si rivelano inadeguate. Sarebbe meglio soffermarci a riflettere su ciò che leggiamo.

Delfina Ruggero