Le risposte ai dilemmi morali non sono più una questione appannaggio unico della filosofia, ormai le discipline scientifiche hanno un ruolo troppo importante anche in etica.

Da Darwin in poi sembra essersi stabilizzato il paradigma che guarda alla morale umana come al risultato di un adattamento. Dunque i comportamenti morali altro non sarebbero che figli di un ‘genio della specie’ che ci avrebbe permesso, sino ad ora, di rimanere su questo pianeta. Potremmo quasi dire che ci comportiamo eticamente, indipendentemente dalle differenze tra codici morali che esistono nel mondo, perché è madre natura a dircelo.

Ma cosa ci direbbe?

Secondo Joshua Greene, docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Harvard, la risposta dipenderebbe dal tipo di situazione in cui ci si trova.

Secondo Greene, noto al grande pubblico per il testo Moral tribes, i dilemmi morali si distinguerebbero in due differenti tipologie: dilemmi morali personali e dilemmi morali impersonali.

In particolare, i primi, distinti dai secondi in virtù del fatto che implicano la possibilità di infliggere un grave danno fisico ad un individuo (o ad un gruppo di individui) immediatamente identificabile, cioè spazialmente prossimo a noi, non come risposta difensiva, ma come atto offensivo, innescherebbero specifiche risposte, emotivamente cariche, che determinerebbero a loro volta, in maniera istintiva, un giudizio o un atto.

Invece, i dilemmi morali impersonali non innescherebbero risposte immediate, ma un ragionamento cosciente e razionale, durante il quale l’uomo riesce a soppesare tutte le variabili in campo prima di agire.

La conferma a ciò sembra provenire dalle ricerche neuroscientifiche condotte dallo stesso docente di Harvard.

Non uccidereste l’uomo grasso

Greene, durante le proprie ricerche neuro scientifiche, ha sottoposto ad un campione di soggetti il seguente dilemma: c’è un tram coi freni guasti che punta dritto contro cinque poveracci che sono sulle rotaie, ma voi che state osservando la scena da lontano vedete che c’è una leva, la quale azionerà, se tirata, lo scambio, deviando il tram su un binario secondario, sul quale però c’è un uomo.

Ora, alla maggior parte dei soggetti intervistati da Greene e sottoposti a fRMN sacrificare una vita per salvarne cinque sembra ragionevole. In questo caso si rileva l’attivazione delle aree dell’encefalo associate solitamente a compiti cognitivi molto laboriosi, tipo risolvere delle operazioni matematiche. Quindi, situazioni in cui non è implicata alcuna carica emozionale.

Tuttavia, se la situazione cambia e per salvare cinque vite, sacrificandone una, dobbiamo gettare sulle rotaie un uomo grasso con le nostre mani, in modo che questo freni il tram, cambia anche la risposta: la maggior parte degli individui non lo farebbe.

Ma non è finita qui, infatti, in corrispondenza di questa risposta si assiste all’attivazione delle aree dell’encefalo solitamente associate alle emozioni. Infatti, la seconda situazione descritta implica che si danneggi, proprio con le nostre mani, qualcuno, a noi spazialmente vicino, che non ha fatto nulla: madre natura ci dice che non dovremmo. E come lo fa? Attivando specifiche reazioni emotive.

Ora, secondo Greene, tutto ciò dovrebbe, quantomeno, metterci all’erta dall’attribuire un’eccessiva fiducia ai nostri giudizi, soprattutto a quelli che pronunciamo d’istinto, in quanto essi non sarebbero frutto di un ragionamento consapevole nel quale si considerano tutte le variabili in campo.