Il Superuovo

Cos’hanno in comune le parole “ferita” e “sogno”? Ce lo spiega Scorsese con Shutter Island

Cos’hanno in comune le parole “ferita” e “sogno”? Ce lo spiega Scorsese con Shutter Island

Due parole molto lontane, eppure molto vicine. L’una dal mondo greco, l’altra dalla vicina Germania. Τραυμα e Traum. Ferita e Sogno. Quale profondo legame le unisce? Scopriamolo insieme.

Incubo, di Johann Heinrich Füssli (1781)

Introduciamo l’argomento partendo da un recente capolavoro cinematografico: Shutter Island. Uscito nelle sale nel 2010, è una delle ultime fatiche del pluripremiato regista Martin Scorsese. Vediamo di cosa tratta.

Immagine tratta da: Shutter Island (Fonte: ilPost)

La misteriosa Shutter Island

Siamo nel 1954. Gli agenti federali Edward Daniels e Chuck Aule si recano all’Ashecliffe Hospital, su Shutter Island, per indagare sulla recente scomparsa di Rachel Solando, una donna di mezz’età, verosimilmente fuggita dalla struttura. Giunti sul posto fanno la conoscenza del primario del centro, il dottor John Cawley e iniziano le indagini. Vengono a sapere che la fuggitiva soffre di un grave disturbo mentale che la porta a distorcere gravemente la realtà: crede di trovarsi nel luogo ove, qualche anno prima, aveva ucciso i suoi figli e sostituisce agli inservienti del posto le immagini delle persone che, nell’orizzonte quotidiano, popolavano la sua vita precedente. Le ricerche si rivelano infruttuose e, invece di diradare le spesse nubi del caso, finiscono per infittirlo e alimentare i dubbi. Ogni volta che sembra si stia per fare un passo avanti lungo la via maestra dell’indagine, questa si sdoppia, si triplica, aprendo nuovi sentieri tetri e oscuri. Il personale del luogo, composto da psichiatri, infermieri e poliziotti non sembra voler contribuire alla causa degli agenti e, invece di collaborare, si dimostra enigmatico e scostante. L’aria che si respira all’Ashecliff Hospital trasuda inquietudine e i protagonisti vengono sempre più isolati. Ma a questo punto il colpo di scena. All’insaputa di Edward e Chuck, Rachel Solando viene ritrovata. Il caso sembra essere risolto. Ma in realtà siamo solo all’inizio: quello che era partito come un semplice caso di scomparsa, si trasforma in un’indagine volta a scoprire quali segreti cela la misteriosa isola. Questa, nata come clinica psichiatrica per ospitare criminali e assassini, sembra celare qualcosa di terribile.

 

L’Ashecliffe Hospital a Shutter Island

Il faro

Edward, sospettoso fin dall’inizio, viene a sapere da un paziente della clinica, un certo George Noyce, che sull’isola vengono condotti esperimenti su esseri umani e che questi hanno luogo all’interno del faro. Inoltre lo incolpa di averlo violentemente percosso e lo invita a dimenticare sua moglie Dolores. Qualcosa però non torna. Cosa c’entrano questi ultimi due punti con il già fitto mistero? Improvvisamente si aprono due nuovi e tetri sentieri: il primo completamente inspiegabile, il secondo solo parzialmente. Sappiamo infatti che Edward ha perso recentemente la moglie in un incendio e fatica ad accettare l’accaduto, tant’è che sente molto la sua mancanza e spesso fa strani incubi. Ma come fa un paziente come Noyce, completamente estraneo all’accaduto, a saperne qualcosa e a dispensare consigli? Il mistero si infittisce ulteriormente. Ma una pista c’è. Edward si dirige al faro, deciso a far emergere finalmente la verità, ma durante il tragitto si separa da Chuck e scopre una misteriosa grotta a ridosso della scogliera. E qui un nuovo colpo di scena. Ad attenderlo c’è Rachel Solando, la vera Rachel. Questa gli rivela che sull’isola sono in corso pericolosi esperimenti sugli esseri umani che mirano, attraverso il controllo mentale, a creare spie infiltrate per la Guerra Fredda. Ciò avviene tramite l’utilizzo di droghe e farmaci e il protagonista sarà il prossimo. Edward, scioccato, arriva al faro e, convinto di smascherare finalmente il laboratorio segreto, vi trova invece il dottor John Cawley. Questo, dietro una scrivania, lo attendeva già da tempo.

Il faro di Shutter Island

Da Edward Daniels ad Andrew Laeddis

A questo punto tutto cambia: ci viene finalmente svelata la verità. La vera verità. Le vie che credevamo prima percorribili si sbriciolano davanti ai nostri occhi, cosi come davanti a quelli di Edward. Il dottore gli rivela che lui è in realtà Andrew Laeddis, che ha ucciso lui sua moglie e che, per coprire il dolore derivante dalla perdita dei bambini (da lei uccisi) e il senso di colpa per aver trascurato la depressione della stessa, ha creato una realtà alternativa, un sogno, in cui lui è un agente federale e va alla ricerca dell’assassino di Dolores, colpevole di aver appiccato un incendio nel quale (quella) vi trovò la morte. Questo ha nome Andrew Laeddis e secondo le indagini svolte da Edward doveva trovarsi proprio a Shutter Island: vero motivo, questo, a causa del quale il protagonista era approdato sull’isola. Ma, come dicevamo, tutto ciò è frutto della sua immaginazione, un tentativo di autodifesa per sfuggire, celare e voltare le spalle al dolore provocato dalle tragiche perdite. Cercando Andrew, Edward cerca se stesso. Finalmente lo comprende e, mentre si scopre che il collaboratore, Chuck, è in realtà lo psicologo che aveva in cura il protagonista da circa due anni (anche la figura del partner era illusoria), Edward ricorda. Ricorda il momento in cui, tornato a casa da lavoro, trovò i suoi tre piccoli bambini morti e ricorda di aver, lacerato dal dolore, ucciso Dolores, colpevole del folle omicidio. Dopodiché sviene. Rivelata la verità il film si conclude in maniera volutamente ambigua: seduto sulle scale dell’ospedale Andrew sembra tornare Edward e chiamare Chuck collaboratore, ma pochi secondi dopo aggiunge: “è peggio vivere da mostro, o morire da uomo per bene?”, lasciandoci con il dubbio se, fingendo di aver di nuovo perso la lucidità, si sottoponga volontariamente all’intervento di lobotomia per dimenticare, pur rischiando di morire, tutto l’accaduto.

Scena finale del film Shutter Island con Leonardo DiCaprio e Mark Ruffalo (fonte Medium)

La radice indoeuropea Tr

Ora, vi chiederete cosa c’entrino le due parole nominate all’inizio del lavoro e soprattutto in che modo possano essere associate. Prendiamole. La prima, τραυμα: dal greco antico, significa ferita. La seconda, traum: dal tedesco, indica il sogno. Balza subito all’occhio una cosa: la radice comune. Questa è tr, viene dall’indoeuropeo e significa: attraversare, passare oltre. Portando con sé tale accezione ha contribuito a formare varie parole latine, greche e germaniche, assumendo, a seconda del contesto, diverse sfumature. Ecco che, ad esempio, la ritroviamo nella parola latina as-tr-um, con il significato di luce che attraversa il cielo o anche nell’italiano tr-adire con il significato di compiere un azione che indica il trapasso morale. In τραυμα assume l’accezione di trapassare la cute dunque ferire, mentre in traum possiamo verosimilmente supporre un trapasso in una realtà altra, la non-realtà del sogno (le informazioni qui riportate sono state tratte dal Dizionario etimologico comparato delle lingue europee, di Franco Rendich, anno: 2018, casa editrice: L’Indoeuropea Editrice).

Τραυμα e Traum in Shutter Island

Portato alla luce il comune retroterra etimologico, vediamo ora come le due parole possano ben amalgamarsi all’interno del film. Edward è un uomo ferito, non riesce ad accettare la morte dei figli e la tragica uccisione della moglie Dolores. Non sa perdonarsi l’aver trascurato il disturbo della compagna, pensa che avrebbe potuto e dovuto fare di più. Non riesce ad accettare le conseguenze del suo gesto, non riesce a guardare in faccia il profondo e sgorgante taglio nel suo animo e decide, invece di provare a chiuderlo, di coprirlo con un velo, di occultarlo, tentando in tal modo di allontanarlo da lui e controllarlo. Ma accadrà l’esatto opposto. Sarà la ferita a controllare Edward, non il contrario. Per capire meglio, soffermiamoci sul velo. Qual consistenza ha questo? Probabilmente nessuna. E’ come i sogni, estremamente in-consistente. O almeno al principio. Poi, rattoppato, curato, riposto con sempre più cura sopra la stessa, acquista sempre più solidità, verosimiglianza e consistenza. Il sogno diviene realtà. O meglio, prende il suo posto. Certo, la ferita cerca in tutti i modi di ribellarsi, di uscire, di farsi largo e lacerare l’involucro sotto il quale si trova, ma non riesce. Non ce la fa. Ogni tanto dei rivoli di sangue riescono a penetrare l’ormai spesso velo, emergendo in superficie sotto forma di visioni, ma nulla più. La realtà-sogno sembra ormai essersi imposta, sembra aver schiacciato il nemico. Ma, attenzione, non scordiamoci di una cosa. Lei di-pende da lui. Si è originata da lui. Lui è il suo presupposto, la sua fonte. E’ l’impalcatura, il fondamento su cui essa stessa si regge e senza il quale non si sarebbe formata. Dalla ferita il sogno. Dal Τραυμα il Traum. Alla fine il film sembra mostrarci che Edward sia riuscito finalmente ad accettare la realtà, a togliere il velo e ad affrontare il nemico. Sembra che la rischiosa e ambiziosa strategia del dottor Cawley abbia funzionato. Ma gli ultimi secondi ci smentiscono. Forse. Veniamo congedati con la seguente frase: “è peggio vivere da mostro, o morire da uomo per bene?”, pronunciata dal protagonista a Chuck. Ossia: è peggio vivere con il senso di colpa e con la convinzione di essere un mostro o morire pensando ancora di essere l’agente del sogno? E’ peggio rimuovere del tutto il velo, con tutte le conseguenze del caso, o risistemarlo per l’ennesima volta, occultando definitivamente il tragico evento e sottoponendosi alla lobotomia?

Sogno del nobiluomo, Antonio de Pereda, Madrid

 

 

 

 

 

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