La scuola italiana tra indecisione e scarsa considerazione: come reagirebbero Manzoni e De Amicis?

L’incertezza che regna (e ha regnato) attorno all’ambiente scuola è sintomo di sottovalutazione del ruolo di questa istituzione. Eppure, quando l’Italia era appena diventata un unico stato, la scuola era al centro di tutto…

Nel periodo degli esami di maturità con mascherine, gel, niente festeggiamenti prima e dopo e una sola prova, si sono di nuovo palesate le problematiche riguardanti un ambiente, quello scolastico, che sembra essere stato lasciato troppo in secondo piano. Ma se andiamo a vedere, la riforma della struttura scolastica è stata la prima vera cosa che, ad Italia unita, la classe dirigente monarchica ha voluto effettuare con urgenza, complici anche le tendenze linguistico-letterarie allora in voga. Vedremo infatti come la nostra nazione si sia formata, soprattutto all’inizio, con la scuola, l’esercito e la letteratura.

Ritratto di Alessandro Manzoni (1785-1878) uno dei più attivi nel formulare teorie sull’unità linguistica

Parola d’ordine: incertezza

A onor del vero, bisogna dire che un’emergenza come quella del Covid-19 ha colto di sorpresa assolutamente tutti. Con la responsabilità della salute di migliaia di giovani ragazzi il lavoro delle istituzioni, nel pieno dell’emergenza, è stato sicuramente notevole, con una duttilità e una resilienza impressionanti nel convertire la didattica normale in quella a distanza con computer, cuffiette e videolezioni. Ma ora che il peggio è passato, il sistema scuola ( e con esso anche quello universitario) è ripiombato nell’incertezza più totale. Si è già visto con i numerosi voltafaccia e cambiamenti di pianificazione dovuti all’esame di maturità 2020, completamente diverso (e per alcuni nettamente svilito) rispetto a quello tradizionale da “Notte prima degli esami“. E pensare che già era cambiato l’anno scorso, con l’eliminazione della terza prova e la famosa introduzione della busta chiusa. L’ennesima modifica, questa volta forzata da ragioni superiori al ministro Azzolina, sta andando in scena in questi giorni e chissà come sarà strutturato l’esame degli esami del prossimo anno scolastico. Nessuno può sapere come andrà, a maggior ragione perché nessuno sa neppure quando e come si ricomincerà. Si parla di metà settembre, almeno secondo le intenzioni di Lucia Azzolina, che permetterebbe di aprire gli istituti già il 1 settembre per ovviare alle lacune accumulate nel corso di questo anno particolare. Ma la decisione spetta alle singole regioni, libere di decidere autonomamente la data di inizio anno scolastico. E in alcune regioni si dovrà andare al voto, perché le elezioni previste per marzo sono state rimandate e le date più accreditate sembrano essere quelle del weekend del 20 settembre. Ciò intaccherebbe le procedure, in quanto solitamente i seggi elettorali vengono installati proprio nelle strutture scolastiche e quindi, anche se si votasse di domenica, come prevede la norma, gli edifici andrebbero sanificati a dovere per permettere il rientro in sicurezza degli studenti. E per giunta non si sa ancora come verranno coordinati gli alunni nelle classi: metà in presenza e metà a distanza? Alcuni al mattino e altri al pomeriggio? Quasi sicuramente non ci saranno classi piene come siamo stati abituati finora, con i banchi vicini e la possibilità di bisbigliare per chiacchierare o suggerirsi a vicenda le soluzioni della verifica. Non si è ancora nemmeno deciso se gli alunni dovranno indossare o meno le mascherine, con ipotesi che prevederebbero di introdurre l’obbligo di portarle solo agli studenti delle superiori o, al massimo, delle medie. Ci sono ancora frequenti dibattiti, persino sui social, sull’installazione dei plexiglas tra i banchi e il corpo insegnanti ha già fatto sapere, con non poco rancore sopito, che non sarebbe tanto felice di doversi sobbarcare l’onere di sanificare le cattedre ad ogni cambio d’ora, come aveva proposto sempre lo stesso ministro Azzolina.

E quando parliamo di rancore, lo facciamo perché più di una volta gli insegnanti si sono manifestati arrabbiati per lo “scarso supporto” ricevuto dalle istituzioni durante l’emergenza, con tutti i sacrifici che hanno dovuto fare per tentare di garantire una decente possibilità di istruzione ai loro alunni. Lamentano le condizioni di lavoro a cui si sono dovuti sottoporre e il fatto che, dal ministero, si sono sentiti abbandonati. E ora lamentano le proposte degli addetti ai lavori che vorrebbero sovraccaricarli di ulteriori mansioni. Intanto una delle ultime notizie ricevute è quella che riporta la decisione del ministero dell’Istruzione di destinare i 29 milioni di euro di risorse europee per istituire smart classes solamente alle scuole superiori statali, escludendo così le paritarie. Dunque, nonostante questa procedura sia pressoché anticostituzionale, circa 110mila studenti (fonte: Avvenire.it) verrebbero penalizzati, mentre solo le scuole superiori statali riceverebbero questi fondi per l’acquisto di computer, tablet, proiettori, webcam e altro materiale per lezioni a distanza. La questione è oggetto di verifiche e dibattiti tra le istituzioni. Sul fronte universitario, invece, i docenti fanno pressioni sul ministro Manfredi perché consenta la riapertura della didattica in presenza, di modo da far tornare le università il luogo di aggregazione, cultura e socialità che erano e che dovrebbero essere. “Che senso ha aprire le discoteche a luglio e impedire le lezioni universitarie a settembre?” aggiungono i professori accademici, che intanto, secondo le stime, potrebbero vedere il 20% in meno di matricole alle loro lezioni il prossimo anno rispetto a quello corrente. Questo sarà dovuto soprattutto alle tasse elevate, che molti non possono più permettersi a causa della crisi. La situazione richiede un pronto intervento, al pari di quello che è necessario per far ripartire le piccole e medie imprese e le partite Iva, ma il nodo sembra ancora lontano dal dipanarsi.

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L’unità linguistica

Certamente distribuire le risorse per far ripartire l’economia del paese è urgentissimo e l’impegno del governo in questo senso è più che giustificato. Ma la scuola è un settore altrettanto importante, perché si tratta di un investimento sul futuro, su una generazione che potrebbe crescere senza il supporto e la formazione necessaria. Il rischio, proiettato sul futuro, sarebbe molto grosso. E che la scuola sia un settore cardine della nostra società si è visto da subito, dal 1861. Dopo l’unità, la condizione sociale del paese era pressoché sconcertante, con un tasso di analfabetismo che sfiorava il 75% a livello nazionale, con picchi di quasi il 90% al sud e povertà diffusa ovunque. La condizione dei cittadini andava migliorata dovunque e, soprattutto, andava creata e cementata la “Nazione italiana“, cioè quell’insieme di valori, usi e costumi condivisi da Torino a Palermo senza differenze. Uno di questi, forse il più fondamentale, era proprio la lingua italiana. E le due modalità principali con cui si cercò di porre rimedio alla differenziazione linguistica e all’analfabetismo su scala nazionale furono il servizio di leva militare obbligatoria e, appunto, la scuola. E se i ragazzi di vent’anni venivano mandati dall’altra parte del paese rispetto alle zone d’origine per prestare servizio tra le giubbe di Sua Maestà, i piccoli, per la prima volta, venivano obbligati a frequentare le lezioni dei maestri tra i banchi e non ad andare a lavorare. Per prima cosa venne diffusa a tutta la nazione la legge scolastica in vigore nel Regno di Sardegna, ovvero la Legge Casati (1859), che distingueva in tre gradi diversi il livello di istruzione e poneva l’accento sull’obbligatorietà almeno dei primi due anni. In più venne perseguita la laicizzazione e conseguente statalizzazione dell’istruzione scolastica, di modo che non dipendesse più del tutto dalle istituzioni cattoliche come avveniva prima. Più moderna e più stringente, nel 1877 venne promulgata la Legge Coppino, che ampliava e modificava l’assetto della legge Casati. L’importanza dell’unità culturale d’Italia era nota a tutti e la scuola era l’arma prescelta dalla classe dirigente, a conferma del suo ruolo fondamentale. Poi ci furono anche misure per l’educazione degli adulti, come l’utilizzo di una specifica lingua italiana (e non più i dialetti) negli uffici pubblici, ma nessuna misura fu così forte e perseguita tenacemente come quella scolastica. Però c’è un particolare: quale lingua si usava? Perché, come noto, una lingua italiana non esisteva e andava costruita, al pari della Nazione. Perciò anche qui si ravvisa l’importanza dell’educazione scolastica, volta a diffondere il più possibile quella che, sulla scia del manzonismo imperante, era considerata il vero idioma italiano. Si tratta del volgare fiorentino scritto e parlato dalle classi elevate, cioè banalmente quello con cui è stata scritta l’edizione del 1840 dei “Promessi Sposi“. Manzoni riteneva che la lingua italiana non dovesse essere quella aulica e strettamente letteraria degli scrittori e degli intellettuali, ma che andasse ricercata nel parlato, che fosse viva. E quindi il volgare fiorentino colto coniugava le esigenze di vitalità e allo stesso tempo di letterarietà che Manzoni e i suoi seguaci ricercavano nel nome di una naturalezza linguistica da contrapporsi a quella quasi artificiale dei letterati puristi. E Manzoni, in quanto senatore e presidente della commissione per l’unificazione della lingua, produsse molti scritti a riguardo, tra cui l’importante “Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla” inviata al ministro dell’Istruzione Broglio nel 1868, nella quale enunciava quanto abbiamo detto sopra. Dunque il sistema scolastico, diffondendo dovunque una lingua conosciuta solo da una stretta cerchia di italiani, divenne ancora più fondamentale. L’unità linguistica, l’unità nazionale e lo sviluppo della scuola erano sempre più inscindibili. 

Edmondo De Amicis (1846-1908) autore del libro bestseller “Cuore”

La scuola è l’emblema della nazione

Quella stessa naturalezza della lingua che Manzoni cercava contraddiceva però i suoi dettami sul tipo di educazione da riservare nelle scuole. Egli infatti voleva costringere degli alunni a parlare una lingua che non era quella naturale per loro, quindi calandola dall’alto e imponendola. Perciò anche il toscano, per esempio nelle regioni del sud, risultò essere artificiale, almeno all’inizio. Fatto sta che dopo cinquant’anni, nel 1911, il tasso di analfabetismo era calato fino al 38% circa, sempre altissimo in rapporto alla media degli altri stati europei ma pur sempre avviato lungo un trend positivo. Il tutto grazie alla scuola, ancora una volta punto centrale dei governi susseguitisi, anche quelli giolittiani. E non è un caso che, tra il manzonismo imperante e la necessità ancora fortemente sentita di dare dei valori comuni a tutta la nazione, uno dei libri più importanti e più venduti (più di 300.000 copie in vent’anni, cifre impressionanti per l’epoca) fosse proprio ambientato in una scuola: si parla ovviamente di “Cuore” di Edmondo De Amicis, uscito nel 1886 e destinato a diventare una delle pietre miliari della letteratura italiana. Si tratta del diario di un alunno di nome Enrico Bottini, di buona famiglia, in cui egli racconta della sua vita scolastica e familiare, offrendo uno spaccato interessantissimo della sua classe, dove ci sono sia ricchi che poveri, sia studiosi che fanfaroni, sia ragazzi di famiglie del nord sia discendenti di immigrati meridionali (affrontando dunque anche il problema dell’emigrazione interna, già presente in quegli anni). Così che questo libro divenne subito un ritratto preciso della situazione sociale dell’Italia dopo venticinque anni dall’unità, ottenuto attraverso l’analisi dei tipi riuniti dentro questa classe delle elementari. La scuola di Enrico è lo specchio del paese; nella scuola si riflette e si riunisce l’Italia intera, che diventa davvero una Nazione tra i banchi e gli abbecedari. Attingendo ad ogni classe sociale e ad ogni provenienza territoriale al di qua dei confini italiani, De Amicis si è riproposto di creare un romanzo di valore comune, atto a cementare i sentimenti di unità dello Stivale e, allo stesso tempo, ha cercato di farsi portavoce di una serie di valori, ideali e istituzioni che andavano diffusi a tutti perché ognuno li facesse propri e li condividesse come fondamentali per sentirsi davvero italiani. Questi erano i valori della nuova Italia liberale e progressista, laica nell’istruzione, che credeva negli ideali del risorgimento e nel patriottismo, ancora fortemente sentito soprattutto nelle classi elevate. Nel romanzo “Cuore” c’è tutta l’Italia che, come voleva la classe dirigente, si riunisce idealmente nella scuola di Enrico Bottini, a suggellare quasi l’importanza che il sistema scolastico ha sempre avuto nella nostra storia nazionale. Cosa che forse, in questi ultimi mesi, pare evidente non avvenga più.

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