Cos’è l’amore per il proprio popolo: Don Giuseppe Diana è la rivoluzione americana di Napoli

Don Giuseppe Diana era un parroco che, per il bene del suo popolo, voleva sconfiggere chi lo opprimeva: la camorra. Gli stessi sentimenti, 200 anni prima, portarono alla rivoluzione americana.

Arriva un momento nella storia di un popolo oppresso, in cui una o più figure sentono il dovere, per amore della propria gente, di alzare la testa e dimostrare che diritti e umanità sono alla base di una comunità. Don Giuseppe Diana con la camorra e gli americani con gli inglesi hanno dimostrato che la paura non conta quando la missione è finalizzata a qualcosa di giusto.

Don Giuseppe Diana

Giuseppe Diana nacque a Casal di Principe, nello stesso luogo dove appena 36 anni dopo la malavita lo avrebbe costretto a chiudere gli occhi. Si laureò in Filosofia all’Università Federico II di Napoli e nel 1982 fu ordinato sarcedote. Dopo appena 7 anni, nel 1989 gli fu affidata la parrocchia di San Nicola da Bari di Casal di Principe, a casa sua, anche se nel frattempo aveva iniziato a insegnare in un liceo, in un istituto tecnico industriale statale e in un istituto alberghiero. Neanche il tempo di ambientarsi nella nuova parrocchia che Don Giuseppe era già contrariato e allo stesso tempo attivo per combattere il più grande cancro della Campania: la camorra.

Il paese bastava nominarlo per capire la situazione che c’era, il clan dei casalesi nei primi anni ’90 aveva potere indiscusso e onnipresente in tutte le attività. L’omertà aleggiava e la forza della camorra cresceva, ma Don Diana, dopo l’ennesimo funerale celebrato capì l’importanza della sua figura nella comunità. Don Giuseppe non voleva più omelie incentrate sulla forza di andare avanti, la forza bisognava indirizzarla contro l’unico reale nemico. Celebrò troppi funerali di ragazzini, uccisi da quel sistema malato, per restare zitto. La condanna del sacerdote casertano crebbe giorno per giorno, la domenica a messa, a scuola con i ragazzi, ogni giorno era utile per la sua missione.

L’omicidio

Il giorno di Natale del 1991 segnò una svolta. Don Giuseppe Diana, insieme a altri sacerdoti, scrisse una lettera rivolta alla cittadinanza che verrà sempre ricordata come la testimonianza scritta del suo impegno contro la camorra. In questo testo la mafia campana viene descritta comev”Una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana…(gestisce) traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.”

Ma emerge una frase in questa lettera:

“Per amore del mio popolo non tacerò.”

E proprio in questa massima che si riassume tutta la grandezza di Don Diana, la consapevolezza di andare contro qualcosa più grande e più forte di lui. Il 19 marzo 1994, nel giorno di San Giuseppe, quindi del suo onomastico, alle 7.20 del mattino Don Peppino Diana fu ucciso nella sacrestia della sua chiesa, mentre si stava preparando per celebrare la messa. Furono cinque i colpi sparati: due alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo. Si trattò un omicidio che sconvolse la comunità di Casal di Principe ma non solo: appena un anno prima, a Palermo, era stato ucciso Don Pino Puglisi. Appariva chiaro che la mafia non risparmiava nessuno, neppure gli uomini di Chiesa.

Il collegamento con la rivoluzione americana

Verso la seconda metà XVIII sec. l’Inghilterra possedeva 13 colonie dell’America del Nord. Il potere dell’Inghilterra era ormai assodato in tutto il mondo, non era quindi semplice essere soggetti a unna potenza del genere. C’è da dire che il controllo inglese sul suolo americano non era tra quelli peggiori, le libertà erano molteplici, ma il controllo commerciale era una prerogativa. La fornitura alla madrepatria di prodotti a bassissimo costo e il divieto di battere moneta propria rendeva le colonie perennemente succubi.

Quello che l’Inghilterra obbligava a fare ai coloni con la legge è similare e vicino a quello che la camorra fa costantemente al popolo campano. La manodopera a nero a basso costo, il pizzo, gli appalti, ogni attività che  produce denaro è sotto il controllo della camorra, non si vede forse, ma c’è; esattamente come gli inglesi.

Dopo la guerra dei 7 anni però arrivarono i problemi. La debolezza economica inglese portò alla decisione di imporre delle tasse alle colonie sul tè e sulla marca da bollo. La ribellione fu immediata, il patriottismo e l’amore per il proprio popolo furono valori in più riscoperti dagli americani che, nel 1773, vestiti da nativi americani gettarono in mare un intero carico di tè diretto in Inghilterra. Nel 1775 iniziò ufficialmente la rivoluzione americana con l’arrivo in America delle truppe inglesi. Si concluse il tutto il famoso 4 luglio del 1776 a Filadelfia dove i rappresentanti delle 13 colonie proclamarono l’indipendenza americana degli Stati Uniti d’America.

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