L’infelicità: una condizione che accomuna Hegel e il romanzo di Frizziero

Nel romanzo di Frizziero, una piccola isola non distante dalla laguna di Venezia, è la metafora dell’infelice condizione umana.

Come nel celebre racconto di Hemingway, Il vecchio e il mare, anche questa storia si apre con l’evocazione di un passato ricco di qualche successo; in particolare sarebbero memorabili gli anni in cui navigava sull’Audace.

Un insolito romanzo

In fondo all’Adriatico, a nord, esistono isole filiformi che separano il mare dalla laguna veneta. In una di queste esili terre Sandro Frizziero ha trovato il suo tesoro. Non un forziere di zecchini d’oro, ma qualcosa di infinitamente più prezioso per un romanziere : uno scrigno di passioni brutali e primarie, di ipocrisia, maldicenza, invidia, avidità; vale a dire, tutti i sinonimi dell’amore malinteso.
L’autore ha trasfigurato l’isola in una sua potente iperbole poetica, facendola diventare uno stemma di malumori e malamori universali. Un posto da cui si riescono a vedere le stelle del cielo, sì, ma solo perché «sono i lumini di un cimitero lontano».

Sommersione racconta la giornata decisiva di uno dei suoi abitanti ,un vecchio pescatore , forse il più odioso; certamente quello che sa come odiare  meglio di tutti gli altri. Egli ha rancori da spargere, fatti e fattacci da ricordare; e però gli resta da fare ancora qualcosa che sorprenderà gli abitanti dell’Isola, lettori compresi. In questo romanzo Frizziero ha il dono dell’intimità con i suoi personaggi, ne è il ritrattista inesorabile.

Dal punto di vista della narrazione, in Sommersione spicca l’assenza di trama; tecnicamente non si tratta nemmeno di un romanzo perché il romanzo, anche quando manca il lieto fine, è un genere ottimistico e borghese; il protagonista può fallire, ma se ciò accade è perché non è stato abbastanza bravo.

Una condizione umana disagiata

Non è faciledistogliere  lo sguardo da queste pagine costellate di immagini ciniche e relative a un’umanità ridotta all’osso, come se da queste vicende picaresche, ma di un picaresco senza spiccata ironia, della momentanea redenzione concessa dai sensi, risuonasse la campana di una verità comune, non limitata ai fuorilegge dell’Isola, che lascia spazio ad una liberazione da colpe e motivi d’infelicità. L’atmosfera è opprimente e non si intravede nessuna speranza all’orizzonte. Niente può oscurare la miseria dell’essere umano, nessuna ideologia concede requie dalla spietatezza della vita.

Frizziero fa anche a meno di cornici che potrebbero rendere l’atmosfera più leggera e gradevole: la marea che presto travolgerà l’Isola, complice il riscaldamento globale e le trivelle che trasformano il fondo dell’Adriatico in un guscio vuoto, è già arrivata. Niente ci può risparmiare dagli aridi contorni del vero. Non è un caso che le pagine più belle, e che potrebbero essere definite liriche se il termine in questo caso non risultasse fuori luogo, sono quelle in cui l’autore immagina che il protagonista anneghi fra le note di una grottesca sinfonia di bizzarri animali marini, cefalopodi e sogliole, anticipando una dissoluzione atrocemente postuma.

L’ infelicità Hegeliana

La coscienza infelice può essere considerata il fulcro della Fenomenologia Dello Spirito, poichè ci consente di capire al meglio il rapporto tra finito ed infinito. La coscienza si sdoppia in una coscienza mutevole e in una immutevole. L’uomo attribuisce la prima a sé, la seconda a un essere trascendente (Dio). Ciò che è finito appare all’uomo come qualcosa di mutevole, di inessenziale, di caduco, e dunque privo di valore; la speranza umana è tutta rivolta al trascendente. Ma questa speranza è «senza compimento», perché l’al di là è «irraggiungibile», qualcosa che «nel raggiungimento sfugge o piuttosto è già sfuggito». Il rapporto della coscienza con l’immutabile, con il trascendente, è quindi un rapporto infelice, che nasconde e presuppone una lacerazione, una scissione della coscienza all’interno di sé stessa. Da questa scissione la coscienza non riesce a recuperarsi. Il suo atteggiamento verso il trascendente si configura quindi come qualcosa di doloroso, come nostalgia per una conciliazione impossibile, come una devozione. Si potrebbe fare un paragone più pratico assocaindola ad  un pensiero musicale che non giunge al concetto effettivo. Spinta da questa nostalgia, la coscienza si mette alla ricerca dell’immutabile come fosse qualcosa di singolo, e registra l’ennesimo fallimento.

La figura della coscienza infelice ha avuto una grande importanza nella storia del pensiero filosofico: l’interpretazione della religione cristiana data da Feuerbach  come situazione di scissione della coscienza umana, deve moltissimo a tale figura a questa concezione ha fatto la chiave di volta dell’intera filosofia di Hegel.

 

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