Le pagine dei quotidiani in questi anni si sono riempite di argomenti che appartengono al giornalismo della cronaca nera, i quali, divenuti il fulcro della stampa e dell’informazione popolare, hanno acquisito notevole rilevanza comunicativa e massmediologica. Ma perché il male ci attrae? Riflettere sull’antropologia del male significa rivolgere uno sguardo critico e analitico sulla natura profonda dell’uomo, sulle sue emozioni e motivazioni spesso oscure e misteriose. Nella mente, nella coscienza, nell’anima, ogni giorno si svolge una battaglia tra un’opposizione o desiderio che (razionalmente) consideriamo buono e una scelta che consideriamo cattiva ma che possiede un inesorabile fascino. Il fascino sempre più morboso e pervasivo che viene esercitato sul pubblico dalle storie di sangue più efferate.

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Ogni giorno, pian piano, parte di questa inconscia follia fuoriesce nelle strade prendendone il controllo. Il “cattivo da film” offre dunque la possibilità di alimentarsi di quelle sensazioni selvagge per rompere le catene che confinano la bestia che si cela, assopita, in ognuno di noi. È la possibilità di immedesimarsi in colui che fuoriesce dalla società e dalle sue regole. In colui che non pensa, ma agisce. Si erge temerario al di sopra del mondo e ride, di una risata malsana. Ma questa nostra simpatia, questo gusto per il malvagio è figlio della semplice natura umana? O piuttosto il frutto di una cultura incuriosita dall’esoterismo, dai riti occulti e dalla figura del Diavolo?

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“Sono nato per fare il delinquente, il resto sono balle”, confessa Renato Vallanzasca, il più grande bandito italiano. Lo aveva detto a un ragazzino che lo guardava sognante mentre gli ripeteva “grande René, voglio diventare il Vallanzasca del Duemila”. In carcere, ormai divo dei media, Vallanzasca riceve proposte d’amore da centinaia di donne. Forse è un po’ troppo per un condannato che sta ancora scontando quattro ergastoli per i reati di rapina (settanta), sequestro di persona (quattro) e omicidio (sette, quattro dei quali compiuti direttamente). “Eppure Vallanzasca non riesce a essermi antipatico o odioso…” leggo sotto un’intervista caricata su YouTube al bel Renè. È forse questo il cosiddetto “fascino del male”, esercitato sugli spettatori da personalità forti e oscure come quella di Renato Vallanzasca?

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                            Renato Vallanzasca

Kierkegaard nel “Concetto dell’angoscia”, dipinge la figura dell’esteta demoniaco, del male che ne caratterizza la mondanità, del suo essere contemplato ed estetizzato: viene cioè tenuto fermo sulla sua superficie tragica. «Sono il negativo assoluto, l’incarnazione del nulla. Quel che si desidera e non si può ottenere, quel che si sogna perché non può esistere – lì è il mio regno del nulla e lì è il trono che non mi fu dato»; ammalia, corrompe ma illumina. Il demoniaco è la deviazione allucinatoria all’interno del momento estetico; il demonio è taciturno, ipocondriaco, lunatico, angosciato dal bene. Inoltre, risucchia senza ritorno nel dominio del sogno.  Ciò che potrebbe saziare l’esteta, giace al di fuori di lui, in luoghi e momenti dislocati altrove nello spazio-tempo. “Colui che vive esteticamente, quegli s’attende tutto dal di fuori.” La sua teoresi ha esaurito il mondo, il suo intrattenimento è nullo, i desideri privi di significato: «mi piacerebbe che mi piacesse provare piacere», «sono stanco di star pensando di sentire qualcos’altro», scrive il filosofo. Eppure, l’esteta è creatura musicale, demoniaco-sensuale, genio socratico dell’erotico, è un pensatore evoluto, troppo scaltro per farsi abbindolare dal ‘sistema’, possiede i doni più seducenti dello spirito. L’esteta maliziosamente diabolico seduce, corrompe, manipola.

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Charles Manson, una delle figure più inquietanti e tristemente conosciute della storia contemporanea, ne è prova perfetta. Manson era circondato da uno stuolo di donne che per lui avrebbero fatto qualsiasi cosa. Durante gli anni in carcere, lesse libri di magia nera, esoterismo, ipnotismo. Sfruttando il suo magnetismo e le sue arti oratorie, raccolse una decina di adepti con i quali girovagava tra Messico, Nevada, Arizona e, stabilitisi in California, nelle zone isolate che circondavano Los Angeles, cominciarono a farsi chiamare la “Famiglia”. La “Famiglia” viveva di furti, rapine e altre attività criminali. I suoi appartenenti praticavano sesso di gruppo e facevano uso di stupefacenti. Nel 1969 spinse i membri della sua “setta” a compiere una serie di crimini tra cui l’omicidio di Sharon Tate. Charles Manson non era un “serial killer” ma piuttosto un individuo “affascinante e infame”. Insomma, plasmava.

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                                      Charles Manson

Ma chi, se non un pazzo, un disadattato, si farebbe abbindolare, affascinare da certe figure. Chi si innamorerebbe mai di un assassino? Scorro ancora qualche commento sotto il video del “bel Renè”:

“PREFERISCO UOMINI CON LE PALLE COME QUESTI CHE QUEI BASTARDI INFAMI LADRONI DEI NOSTRI POLITICI”

GRANDE RENATINO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!”

“Renato sei e rimarrai sempre un grande amico mio

Sei un signore

E allora mi ri-attanaglia il dubbio: forse Kierkegaard aveva ragione? Il diabolico esteta, affascinante oratore, ha vinto ancora. “Sympathy for the Devil” cantavano gli Stones: d’altronde sapevamo che il diavolo avrebbe tentato di sedurci.

Tommaso Ropelato

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