Calvino, Ariosto e la Luna: come è cambiata la letteratura dopo l’allunaggio

La letteratura ha sempre visto nella Luna uno spazio per la fantasia e l’immaginazione, a 50 anni dall’allunaggio cerchiamo quindi di capire come si è evoluto il rapporto fra i letterati e il nostro satellite.

Il 16 luglio 1969 iniziava la missione denominata Apollo 11 nata con l’obiettivo di portare, per la prima volta, l’uomo sulla Luna.

Protagonisti di questa incredibile missione furono gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin. Dopo 3 giorni di viaggio la navicella su cui viaggiavano atterrò sul suolo lunare mentre tutto il mondo, in diretta tv, ammirava i primi passi di Amstrong sulla Luna. Nei tre anni successivi soltanto altri 12 uomini ebbero il privilegio di replicare l’impresa.

Il 20 luglio 2019 si celebreranno quindi i 50 anni da quell’evento destinato a cambiare per sempre la vita e soprattutto la coscienza dell’uomo. Alla vigilia di questo celebre anniversario è lecito interrogarsi su quali cambiamenti abbia portato la conquista di questo celebre astro, fino ad allora infatti, la Luna aveva rappresentato per letterati e poeti il simbolo della fantasia e dell’irraggiungibile per eccellenza.

La conquista della Luna avrebbe potuto avere per la letteratura mondiale lo stesso effetto della distruzione della siepe dell’Infinito leopardiano o della scalata del monte Olimpo, si trattava di andare a violare uno spazio che, fino a qualche secondo prima, era stato solo della fantasia e dell’immaginazione, depredandolo e dimostrandone l’assoluta nullità. Accadde davvero così? 

La Luna in letteratura prima dell’allunaggio

Il primo a portare la sua penna sulla Luna fu Luciano di Samosata, scrittore greco del II secolo d.C, che nella sua Storia Vera sbarcava sull’astro con una nave. Dopo Luciano l’interesse per il nostro satellite fu affievolito dalle teorie di Aristotele che sostenevano l’inesistenza di un mondo altro al di fuori del nostro, smorzando anche i tentativi di evasione dalle pene terrestri che fino a quel momento avevano trovato sollievo nel rifugio in un universo di cui la luna era la rappresentazione concreta. 

Dante e Petrarca citeranno l’astro ma, mentre il primo parla della Luna per dirimere questioni teologiche, il secondo ne farà metafora per i suoi stati d’animo.

Tuttavia il più meraviglioso dei viaggi lunari si avrà nel 1500 quando, per opera della magica penna di Ludovico Ariosto, Astolfo in sella ad un ippogrifo, mitologica creatura nata dall’incrocio di un cavallo e un grifone, volerà prima sulla cima dell’Eden poi sull’astro per recuperare il senno del più savio dei paladini, Orlando, ormai impazzito per amore.

Il viaggio di Astolfo si configurerà come l’ultima tappa di un viaggio ultraterreno che aveva visto il paladino prima all’Inferno, poi nel paradiso terrestre dove insieme a Giovanni evangelista, che gli farà da guida, salirà sul carro di Elia diretto verso la Luna, il luogo dove vengono raccolte tutte le cose che si perdono in terra.

il carro di Elia che salpa verso la luna

La Luna nella letteratura più recente non può non tenere conto della violazione dell’uomo, l’astro conserva sempre la sua dimensione mitologica ed emotiva ma trasuda ormai anche una nuova dimensione scientifica.

All’indomani dell’allunaggio Giuseppe Ungaretti scrisse: “Questa è una notte diversa da ogni altra notte del mondo. Che cosa hanno fatto veramente questi uomini? Si può dire che hanno usato violenza alla natura ribellandosi alla legge che li legava alla Terra: ma si può dire allo stesso tempo che hanno saputo trovare altre leggi nascoste in un più lontano segreto della natura, e che hanno saputo sfruttarle con la loro intelligenza per appagare il loro bisogno di conoscere. Ogni uomo ha desiderato da sempre conquistare la Luna. Basterà rileggere le pagine più antiche di ogni cultura per trovare questo richiamo perenne. Oggi è stato raggiunto l’irraggiungibile, ma la fantasia non si fermerà. La fantasia ha sempre preceduto la storia come una splendente avanguardia. Continuerà a precederla…. Gli uomini continueranno a vedere la Luna così come appare dalla Terra, anche se la  sua conoscenza fisica e scientifica potrà essere approfondita o modificata. Ma per gli effetti ottici che ha sulla Terra, la Luna rimarrà sempre per i poeti, e penso anche per l’uomo qualunque, la stessa Luna

Analizzando però la produzione letteraria successiva allo sbarco ci si rende conto che qualcosa è cambiato, non si è smesso di parlare della Luna ma lo si è fatto in modo diverso. Il debito della letteratura contemporanea con la conquista lunare ci viene chiarito da Italo Calvino.

Ungaretti che segue in diretta lo sbarco sulla luna

Italo Calvino e la Luna

Il 24 dicembre 1967, la scrittrice Anna Maria Ortese sulle pagine del Corriere della Sera scrive una lettera a Italo Calvino. Quest’ultima è angosciata dal nuovo mondo che si sta delineando grazie al sempre maggiore accrescimento delle nuove scoperte tecnologiche e in particolare alle nuove sonde e satelliti che stanno solcando lo spazio. 

Lo scrittore rispondendo alle lettera fra le altre cose afferma: «Chi  ama  la  luna  non  si  contenta  di  contemplarla  come un’immagine convenzionale,  vuole  entrare  in  un  rapporto  più  stretto  con  lei,  vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più».

In effetti soltanto due anni più tardi la Luna dirà di più e il rapporto fra l’astro e lo scrittore diventerà sempre più potente.

Dedicando nel 1984 la prima delle sue lezioni americane alla leggerezza, Calvino tratta infatti sopratutto della Luna e lo fa dopo l’allunaggio delineando perfettamente quello che, a suo avviso, è adesso il rapporto fra l’astro e la letteratura.

Secondo Calvino la Luna ha sempre riassunto nella letteratura precedente un ideale di sospensione, quasi emblema di un incantesimo calmo e silenzioso.

La conoscenza scientifica degli astri e dell’universo in generale avrebbe aiutato adesso sempre di più a comprendere quanto tutto l’universo, e i corpi celesti di conseguenza, siano composti da particelle sottili e leggerissime, gli atomi. Scoperte di questo tipo avrebbero aiutato la letteratura attuando una vera e propria rivoluzione dei valori e del rapporto dell’uomo con la realtà sviluppandosi poi nei lavori degli uomini di lettere.

Proprio la leggerezza, secondo Calvino, sarebbe una delle qualità che la letteratura dovrebbe conservare e portare con sé nel nuovo millennio, potenziandola e traendo da essa lo spunto per la creazione di nuovi mondi. Ed è la leggerezza un elemento distintivo anche di Ludovico Ariosto che lo stesso Calvino definisce il suo poeta. 

Al pari dei suoi cavalieri erranti, che prendevano strade e si immettevano in percorsi sempre più intricati mossi da una ricerca che, altro non era, se non l’assunzione di un nuovo punto di vista, anche il letterato moderno dovrebbe farsi carico delle nuove scoperte scientifiche e percorrere tutte le vie che questo nuovo scaglionamento del reale offre, alla ricerca di mondi e di storie sempre nuove. 

Se infatti, come disse Montale all’indomani dello sbarco, nessun poeta si sarebbe più rivolto all’astro domandando: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna?”, sarebbe stato semplicemente perché ormai, quest’ultima non era più un mistero ma il punto da cui partire per costruire la modernità.

Alice Consigli 

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