“Black Mirror”: Scopriamo come l’uomo postmoderno si liquefà nel mito della tecnica

“Società Liquide” e “L’essenza della Tecnica“: Bauman e Heidegger ci descrivono la società mediante la distopia tratta da Black Mirror.

In “Black Mirror“ si sostanzia la chimera del progresso tecnologico, un futuro che procede, invenzione dopo invenzione, verso il nuovo soggetto della storia, la tecnologia. Una seducente quanto conturbante visione dispotica della società a venire, fatta di schermi neri e alienazione;

In “Liquid Modernity”, un famoso testo di Zygmunt Bauman, ci rivela un’intuizione sull’uomo moderno, un costrutto sociale vivente che tutto ciò che può fare è liquefarsi nel costante sviluppo professatosi progresso e, quindi, cambiamento. Un cambiamento costante in una società dalla dubbia compiutezza e solidità, inevitabilmente, liquida.

IL DIVERTISSEMENT COME RINUNCIA ALLA COSCIENZA TRA I BLACK MIRRORS

Schermi scuri, a tinte fosche che immergono il soggetto in micro-cosmi fittizi, posti carichi di elementi ammalianti, a carattere sessuale o qualsiasi altra forma che dia occasione alla propria mente di smarrirsi (divertissement), sino a non distinguere più ciò che è autentico da ciò che è solo la rappresentazione ideale di un mondo inautentico e artificiale.

Parliamo di città anodine, per certi versi prive di qualsiasi caratterizzazione distintiva:

ammasso di palestre, palcoscenici da reality show e pareti realizzate in vetro;

un pedalare indefessamente su una cyclette per accumulare punti esperienza, oppure vivere una vita all’insegna della ricerca come il matching amoroso perfetto, realizzato da una macchina a tutto tondo, o ancora l’acquisto di oggetti digitali; finti.

Ricerca dopo ricerca, obiettivo dopo obiettivo, verso meriti o lusinghe che dovremmo meritarci per sedicenti validi motivi. Secondo poi, quale logica e, sopratutto, quale fine?

USS CALLISTER: UN VIAGGIO VERSO L’INFINITO, CIÒ CHE CI È ESTRANEO E DESIDERABILE

L’astronave capitanata da Robert Daly, un personaggio vittima della propria sociopatia, incapacità di adeguarsi al mondo reale e a tutto le sue contraddizioni, ci riporta al concetto di infinito come tendenza all’inesplorato, l’alterità, tutto ciò che ci fa vivere esperienze in-definite, ancora in grado di catalizzare desideri effimeri e subito dopo rinnovati ciclicamente per mantenere viva la nostra ricerca disperata di qualcosa, forse inesistente.

Black Mirror“ ci fa da monito a come la tecnologia e la tecnica del desiderio del “tutto e subito” siano pervasivi nelle vite odierne di ogni internauta o omuncolo rachitico, dovuto dal troppo tempo sugli schermi neri. Una vita ludicizzata, passata in un mondo saturo, senza intermezzi vuoti, incasellati supinamente a un unico modus vivendi, vissuta dai partecipanti come il modo perfetto per soddisfare la propria sete di desiderio immediato, fruibile solo mediante la tecnica. La tecnica permette all’uomo di disporre della natura:

Una forma di svelamento= mostrare qualcosa che prima non c’era, producendo qualcosa di nuovo. Ad oggi, eclatante in “Black Mirror“, essa è divenuta uno strumento di svelamento utilizzato a piacere, una sorta di macchina al servizio della volontà di potenza dell’uomo. Robert Daly lo aveva capito bene, decidendo di dare vita a un gioco chiamato USS CALLISTER, ad interfaccia neurale, per divenire padrone di un nuovo mondo virtuale, lì dove il proprio disadattamento non aveva più alcuna importanza, anzi, esso era diventato un perfetto mezzo di violenza e dominio. La tecnica moderna, heideggerianamente intesa, viene usata per smarrire l’essenza dell’uomo e fargli pensare di essere egli stesso padrone della natura ma con risvolti a dir poco disfattisti.

UN UOMO-AVATAR ALLA MERCÉ DELL’APPROVAZIONE

Abitudini di assenso e compiacimento, sono pane quotidiano nel sistema sociale odierno per stare a galla. Qualcuno dal nome di Bingham Madsen, direttamente dalla propria costipata e ordinata camera del desiderio, riuscirà ad assumere la giusta auto-consapevolezza per reindirizzare i propri scopi e accorgersi di stare marciando sulla via della massificazione. Inizia a dare nomi alle proprie mattinate , routine e desideri, sino a vederci tra le righe la tragedia esistenziale del quale è vittima. Nel mito della Caverna di Platone, l’eroe che fino ad allora aveva visto la luce laddove c’era solo oscurità decide di intraprendere la via della verità e abbandonare le proprie catene. Madsen non riesce ad identificarsi in quell’eroe, dovuto forse a una mancata educazione alla fermezza e un atteggiamento di solidità, certezze e concretezze. La via della massificazione gli sembra più calda e accogliente, forse perché lui stesso non si sente altro che un frammento nell’inconsistenza di Società Liquide a cui gli riesce facile dare il nome di “casa”. Lui guarda il mondo tramite le lenti dell’incertezza, così come noi guardiamo i Social Network come l’indiscutibile riparo dei nostri black mirrors.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.